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NON È PECCATO PER L’ISLAM UCCIDERE UN NON CREDENTE

calcio Australia vs Arabia Saudita Imam

 

All’ignoranza dell’Islam fondamentalista fa da contraltare l’ignoranza di chi gode nel porgere sempre l’altra guancia. Ai quali non bastano le prove continue che “i fratelli musulmani” offrono con dovizia e orrore quotidiani. Ultimo (la notizia è data per vera) l’ imam islamico, che ha candidamente ammesso che la scelta della squadra saudita di non prendere parte ad un minuto di silenzio per le vittime del terrorismo di Londra è normale, perché “non è un peccato per un musulmano uccidere un non credente“. Sheikh Mohammad Tawhidi ha detto che è una ‘bugia’ dire che la cultura musulmana non ricorda i morti con un momento di silenzio, come asserito da alcuni commentatori per scusare i sauditi, e invece ammette senza problemi che la squadra di calcio non ha condiviso il lutto perché sta con i jihadisti. Il che, almeno, è una forma di non ipocrisia. “Non hanno rispettato il momento di silenzio, perché, secondo la Sharia – che governa l’Arabia Saudita – non è sbagliato o peccato per un musulmano uccidere un non-musulmano”.“Ai loro occhi, i terroristi sono martiri che ora sono in paradiso. Se avessero rispettato il minuto di silenzio sarebbero stati contro i loro fratelli che hanno combattuto per il jihad e combattuto gli infedeli”. Sheikh Tawidi ha infine precisato che il team sarebbe stato ‘ridicolizzato’ (o peggio) una volta tornato a casa se avesse commemorato le vittime dell’attentato.
Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione che con l’Islam è impossibile dialogare. Per dialogare bisogna essere in due. Ed è da idioti pensare di esportare la democrazia. Dobbiamo solo stare attenti a non dover prima o poi soggiacere alla loro teocrazia. Con tutto quello che comporta.

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LO SFREGIO PER I MORTI INNOCENTI DEI GIOCATORI DELL’ARABIA SAUDITA

calcio Australia vs Arabia Saudita

 

I giocatori dell’Arabia Saudita, schierati in campo contro l’Australia della quale erano ospiti, non hanno preso parte in campo al minuto di silenzio per le vittime degli attentati a Londra. Mentre gli australiani, che piangevano due vittime, si stringevano in un abbraccio, si sono sparpagliati per il campo come se niente fosse. Con molto ritardo sono state presentate scuse farisaiche, peggiori dell’affronto nello stadio: “Il minuto di silenzio non appartiene alla nostra cultura”. Una menzogna perché ci sono stati dei precedenti. Con l’aggravante di un’ulteriore offesa. Come dire: “della vostra cultura ce ne freghiamo”. Forse non è uno scontro di civiltà. Certo è uno scontro di culture. Che sono alla base di ogni civiltà. Si trattava di rendere omaggio a morti innocenti. Come si è soliti fare in tutte le parti del mondo. Soprattutto quando i protagonisti sono degli sportivi (?). Senza contare come i musulmani rendono gli onori ai loro morti e ai cosiddetti martiri. Senza contare che l’Arabia Saudita, sia pure nell’ambiguità totale, non è nemmeno considerata fra i paesi più estremisti dell’area del golfo. Ma la storia insegna che i mediorientali sono maestri di doppiogiochismo e dissimulazione. Purtroppo anche questo non basterà ai buonisti occidentali. Che per paura di essere considerati razzisti o poco progressisti vorrebbero guidarci giulivi verso l’”harakiri”. Per la cronaca la partita è stata vinta dall’Australia. Forse nemmeno Allah ha gradito.

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L’ADDIO DI FRANCESCO TOTTI UN RITO QUASI PAGANO

Francesco Totti 10 addio Roma 1        Francesco Totti 10 addio Roma 2

 

Più che l’uscita di scena è stata la celebrazione di un rito. Quasi pagano. Mai visto nulla di simile per un campione, per quanto grande, che abbandona l’attività. Più che un addio al calciatore Francesco Totti, in arte re di Roma, è stata la beatificazione dell’atleta e dell’uomo. Lui ha incarnato il “verbo” di una squadra amata più che una fede. Santo subito. Alcuni storcono il naso e dicono: non ha vinto molto. E’ vero, ma è anche vero che avrebbe potuto vincere molto di più. Se solo lo avesse voluto, se solo avesse dato ascolto alle sirene che lo chiamavano altrove. Lo stadio era stracolmo, alla fine era una piscina per le lacrime che scorrevano. Alcuni dicono: ma ha guadagnato un sacco di soldi. E’ vero, ma è anche vero che avrebbe potuto guadagnarne molti di più. E non è stato sempre, aggiungono, un esempio di cavalleria sul campo. E’ vero, ma porta sulle gambe i segni di chi cercava di fermarlo a tutti i costi. E allora che cosa fa di lui il “capitano, mio capitano”, come in un velo di poesia (vedi “L’attimo fuggente”), oltre al suo fare sornione, al suo sano prendersi in giro? E alla sua capacità rabdomantica di intuire, prima ancora che il pallone gli arrivi, dove indirizzarlo in un nanosecondo per fare più danni possibili all’avversario? In un’arte che tutti gli hanno sempre riconosciuto. Anche al di là dei confini. Ma il rito che lo ha visto grande sacerdote con gli occhi lucidi ha avuto poco a che fare con le regole del calcio. In lui il popolo dello stadio ha gratificato sì il dispensatore di gioie sportive, di momenti di gloria, ma soprattutto un esempio rarissimo, prezioso, dati i tempi, di fedeltà. Altro che un carabiniere. Fedeltà ad una sola bandiera, fedeltà ad una sola squadra, fedeltà alla sua tifoseria. In una sorta di santa dedizione o devozione. Ed in questo nessuno ha vinto più di lui. Ora dice di avere paura. E’ da capire, non avrà più il ciuccio nella bocca.

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IL MINISTRO RICORDA GLI OLANDESI CHE HANNO DISTRUTTO LA BARCACCIA?

barcaccia Roma olandesi          barcaccia Roma olandesi titolo giornale

 

Non si dimetterà il ministro delle Finanze olandese e presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, eurosocialista e sostenitore delle misure di austerità gradite alla Germania. Contestato da alcuni eurodeputati mediterranei per le sue critiche ai Paesi membri del Sud con difficoltà di bilancio, si è giustificato: «Non ho intenzione di dimettermi. Sono spiacente che qualcuno si sia offeso per la mia osservazione. Era severa, viene da una cultura olandese severa e calvinista» ed è stata detta «in modo diretto, all’olandese». Dijsselbloem in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine televisiva ha spiegato che «la frase sull’alcol e le donne si riferiva a me stesso. Ho detto che non posso aspettarmi che, se spendo il mio denaro nel modo sbagliato, posso poi chiedere un sostegno finanziario». Il fatto di dover rispettare gli impegni per poter ottenere aiuto, ha aggiunto «non si applica al Sud ma a tutti i paesi» e l’accostamento con i soli paesi del Sud della sua frase è stato «molto infelice».
La frase per la quale Dijsselbloem era stato criticato era apparsa sul quotidiano tedesco Faz: «Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti — aveva detto Dijsselbloem —. Come socialdemocratico do molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto».

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Grottesco che la lezione ci venga da un olandese. Ricorda il ministro quello che sono stati capaci di fare i suoi concittadini venuti a Roma per una partita, quando ubriachi fradici hanno messo a ferro e fuoco il centro di Roma? E lordato e danneggiato un capolavoro del Bernini come la Barcaccia di Piazza di Spagna? Non siamo teneri con i nostri connazionali, che hanno anche molte colpe da farsi perdonare dall’Europa. Ma che gli eredi dei nazisti mettano il cappio al collo della Grecia, che ha dato al mondo la filosofia e la democrazia, o dell’Italia che è il tesoro più celebrato dell’arte e del bello questo sì ci sembra un crimine molto più grave di qualche sgarro in economia. Perché se questi sono i paladini e i leader dell’Europa ho il terrore che possa avere ragione Salvini. Quanto allo spendere i soldi a donne forse il ministro ha qualche problemino.

Ruggero Marino firma

DEMAGISTRIZZATE NAPOLI CON IL SUO SINDACO FARAONE

De Magistris Napoli            corteo

 

Il clan De Magistris non demorde. Dal sindaco in bandana arancione, al fratello e ora anche alla alla Dolce metà, presente al corteo a Napoli contro Salvini. Colta in una foto surreale, accanto ad una biondina assessore ai giovani e persino con delega alla sicurezza e alla Polizia municipale (!). La signora Maria Teresa Dolce (!) è ironia della sorte titolare di una cattedra di diritto (!). Tranne quello di poter esprimere il proprio pensiero. Le giustificazioni sono di un aberrante populismo: “Io non sto con i razzisti che odiano Napoli e il sud”, “Io sto con i centri sociali”, lui. “E’ giusto che nel nostro Paese si possa ridere del diritto alla vita altrui, solo perché di colore della pelle diverso?”, lei. Tutti e due naturalmente a posteriori contro la violenza. A danni provocati e fatti. Al punto che o’ sindachiello aggiunge: “Qualcuno forse voleva gli scontri”. Bravo Luigino chi è quel qualcuno? Può l’ex magistrato essere così ingenuo da non avere preventivato la guerriglia dopo aver cercato di impedire il comizio di Salvini, proprio come volevano i “suoi” centri a-sociali? “Io ho la coscienza pulita” persevera il caudillo a doppio fondo. Finché avremo questa magistratura e questi pseudo-politici, colti da orgasmi multipli quando si guardano allo specchio, non c’è speranza né per la giustizia né per l’amministrazione. Come probabilmente non ci può essere in Salvini, che ha però tutto il sacrosanto diritto di parlare. E che al cospetto del sindaco e congiunti, in pieno e delirante culto della personalità, sembra una mammoletta.

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A NAPOLI L’IDIOZIA DEI CENTRI ASOCIALI IMPAZZA CON LA BENEDIZIONE DEL SINDACO-CAUDILLO

De Magistris Napoli       Napoli Salvini De Magistris

 

Ancora una volta i centri a-sociali mettono a ferro e fuoco una città, istigati da un esaltato magistrato caudillo, De Magistris. Questa volta è capitato a Napoli. Favorevoli dunque a Salvini? No, favorevoli al suo diritto di parola. Mentre ancora gli idioti metropolitani si ammantano di un logoro antifascismo, che non ha più senso. Visto che il pericolo viene dai neo-sfascisti come loro.
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PUAH!

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SDOGANATA LA PAROLACCIA? NO, SDOGANATA LA VOLGARITÀ

parolacce linguaggio politica            parolacce

 

Parallelamente allo sbando, che ormai da tempo attraversa il Paese, in un declino senza via d’uscita, anche la lingua parlata, il linguaggio di tutti i giorni sta subendo un’involuzione irreversibile. Si discetta con sussiego di sdoganamento della parolaccia, ma il punto non è questo, non stiamo sdoganando le brutte parole, stiamo spalancando la bocca ad un profluvio di volgarità, stiamo limitando il vocabolario, in un corto circuito del cervello, all’uso ripetitivo di sconcezze buone a tutti gli usi ed in tutti i momenti. Ed in tutti gli strati della società. Lo fanno i politici, lo fanno i cantanti, lo fanno gli attori, lo fanno gli intellettuali, la tv, le radio … lo fanno persino i bambini. Un segnale di libertà, un segnale di emancipazione? No, solo un segnale di regressione, di ignoranza, di maleducazione debordante, che offendono anche la musicalità dell’italiano. Ormai a tutti sarà capitato di ascoltare colloqui di giovincelli che ogni tre parole, spesso sgrammaticate, si avvalgono di un vaffa …, di un cazz …, di uno stron … Se poi si aggiungono gli anglismi, le parole coniate ex novo (valga per tutte l’idiozia straripante sui media di “petaloso”), gli scritti delle chat e i balbettii di Twitter è facile pronosticare un de profundis per quella che è stata la lingua di Dante, dei poeti e dei santi. Allora l’italiano si risciacquava in Arno. Ora nell’inquinamento mentale (e non solo) imperante, un’operazione analoga appare impossibile, anche perché i fiumi sono cloache. Poiché l’inquinamento è ovunque, come la spazzatura, che dai cassonetti tracima sulle bocche e nelle menti. Occorrerebbe a questo punto un’operazione in stile “Salvate il soldato Ryan”. Un wwf come per le specie animali in via d’estinzione. Ma gli animali fanno sempre tenerezza. Persino più degli umani. Le parole no, anche se in principio fu il Verbo. Che tra un’oscenità e l’altra si bestemmia pure.

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FRA PATATE BOLLENTI E VOLGARITÀ QUOTIDIANE LA PALMA VA AD ASIA ARGENTO

Asia Argento vs Giorgia Meloni

 

Patata bollente come titolo non è il non plus ultra della cavalleria giornalistica. Quanto un calcolo furbesco, che ha ottenuto certamente di più dell’effetto sperato. Perché è indubbio che il can can cercato e che ne è seguito deve avere in parte sorpreso perfino quell’educanda innocente di Feltri. La Raggi come sindaco-a è un’apocalisse? La Raggi in quanto donna non si tocca. Solo che le donne, come era già accaduto tristemente addirittura per i morti, non sono tutte uguali. Dipende dal colore politico. Ricordate quell’esaltata della Guzzanti contro la Carfagna? Di lei si poteva dire di tutto. E tutti a tacere. Anzi a compiacersi. Senza contare che il burattinaio volgare e boccoluto, che intruppa i cinque stellati è il campione delle volgarità tramutate in programma politico. Seguito a ruota dalla coatta ripulita della Taverna, che impalerebbe il direttore di Libero, reo di avere i genitali al posto della testa. In un imbarbarimento del linguaggio politico da strada, che richiederebbe un ente preposto alla pulizia della lingua italiana dalle parolacce usate come un mantra. Specie in politica. Ma in tutto questo frastuono è passato invece praticamente sotto silenzio l’episodio più grave. Quello dell’attacco veramente osceno di un’attricetta, Asia Argento, che come tale non se la sarebbe filata nessuno, se non ci fossero stati mamma e soprattutto papà. E di cui, a parte quello con Verdone, non si ricorda un film particolarmente decente. Che con un tweet e una foto se l’è presa con Giorgia Meloni definita “ricca e lardosa”: "Back fat of the rich and shameless - Make Italy great again - #fascist spotted grazing". "La schiena lardosa della ricca e svergognata - Facciamo l'Italia grande di nuovo - #fascista ritratta al pascolo"). La Meloni ha partorito da poco, la sua colpa quella di essere nello stesso ristorante in cui mangiava senza vergogna la “poveretta” Asia. Ma la Meloni è di destra. Anche di lei come dell’orco Berlusca si può dire di tutto e di più. Senza che nessuno si inalberi più di tanto. Mentre i fascisti sono sempre gli altri per gli imbattibili campioni dei due pesi e due misure. Anche se l’intolleranza è il primo sintomo di un dna fascista. Mascherato a parole da democrazia. Il guaio è che molti italiani si appecoronano.

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VEDO IL FESTIVAL DI SANREMO E NON ME NE VERGOGNO

Diletta Leotta Sanremo 

 

Vedo Sanremo e non me ne vergogno. Lo considero una spaccato del paese alla stregua di un trattato sociologico. Fedele nei secoli a se stesso, ma ogni anno con alcune varianti indizio degli umori cangianti della società. Per la verità ora lo vedo a sprazzi, perché data la lunghezza non resisto ad un’attenzione continua. Ma se la manifestazione canora non mi scandalizza, mi lascia esterrefatto il contorno. Il profluvio di commenti e di notizie. E la venerazione per Maria-Madonna, brava come Conti. Anche se manca al tandem il volo, il guizzo estemporaneo (sorvoliamo sulla trovata dei denti posticci). Mai, in una forma di soggezione psicologica, nessuno che la critichi, anche quando veste triste come una damina di San Vincenzo (ahi quel completino nero!) o si presenta con il volto rinfrescato, ma singolarmente cinesizzato. Mi scandalizzano le paginate sprecate per uno spacco di una bella donna (vedi Leotta) a coscia levata. Con appendice di un’altra coscia televisiva (vedi Balivo) che la critica. Ma soprattutto il cicaleccio continuo, da pollaio a orario continuato, che ci perseguita su tutti i canali dalla mattina alla sera. Il Festival dura 5 giorni, è già un’eternità, ma il paese e soprattutto i media non possono concentrare per una settimana intera tutta la loro attenzione su una passerella musicale e sui suoi protagonisti. Canta che ti passa? Bruxelles se ne frega. Sanremo è Sanremo? E sti caz…”. Per fortuna con le scimmie è tornata per un attimo l’allegria. Incoscienza?
E come nota lieta “gli eroi del quotidiano”. Una trovata paraculesca, un po’ zuccherosa, che ci ricorda però che al di là della santa Maria e delle canzonette, l’Italia che non si arrende, per fortuna, è anche questa.

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I CAPRICCI DEL PRINCIPE: 80 BIGLIETTI PAGATI IN AEREO PER I FALCHI

falchi aereo 1        falchi aereo 2

 

Sembra l’immagine di un film surrealista, ma è la realtà: un membro della famiglia reale dell’Arabia Saudita ha noleggiato un intero aereo riservando un posto a ognuno dei suoi falchi su un volo della compagnia Qatar Airways. L’immagine, diffusa su Reddit, è diventata subito virale e ha fatto il giro del mondo in pochissime ore. In effetti sembra davvero incredibile che sia stato pagato un biglietto aereo per ognuno di questi volatili, esattamente come se fossero persone, permettendo loro di viaggiare in tutta sicurezza e grande comodità. La foto è stata scattata e inviata dal comandante di bordo ad un suo amico che l’ha pubblicata sui social scrivendo: Un mio amico pilota mi ha mandato questa foto. Un principe saudita ha comprato biglietti aerei per i suoi 80 falchi. Di solito tuttavia sono ammessi non più di sei volatili alla volta, ma evidentemente stavolta, trattandosi del principe, è stato fatto uno strappo alla regola. Nei paesi arabi i falchi, insieme ai cani, sono gli unici animali ad essere ammessi a bordo degli aerei e addirittura sono dotati di un particolare passaporto specifico per gli uccelli rapaci, che è stato introdotto nel 2002 per contrastare il traffico illegale di tali volatili, il cui costo è esorbitante, infatti possono arrivare a costare più di un milione di euro. Durante il volo i falchi hanno gli occhi coperti da particolari protezioni per evitare che si agitino e che si spaventino.

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Alla faccia dell’integrazione. Come si fa ad aprire un dialogoconcreto con costumi così lontani dai nostri dove non ci si rende conto MINIMAMENTE di come pagare il biglietto aereo per 80 falchi rappresenti uno schiaffo alla miseria dei propri sudditi?.

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L’ITALIA, UN EX BELPAESE ALLA CANNA DEL GAS

mutande bandiera italiana 

 

Questo è un paese in agonia, alla canna del gas. A meno di miracoli. Non abbiamo una classe politica minimamente degna di questo nome da decenni. Tutti pensano al protrarsi del loro esclusivo potere, delle loro congreghe, dei loro partiti. Mai alle necessità comuni. Il solco con i problemi quotidiani del popolo è abissale. Vivono in un altro mondo. Ovattato dai privilegi. Non conoscono problemi di fine mese, non conoscono problemi di lavoro, non conoscono problemi di traffico, non conoscono problemi dei mezzi … non conoscono niente, sono all’oscuro di tutto. Come insaziabili animaletti ciechi. Che guardano il dito, ma ignorano la luna. La crisi morde, ma loro non l’avvertono. Fino a quando? E’ possibile rivedere la luce dopo il lungo tunnel? Non mi pare che ne esistano i presupposti in un paese ingessato.
Il Pil è il più basso in Europa. Si spera che cresca. Ma come? In Italia non si fanno figli. La spesa per loro si è quanto meno dimezzata. I figli grandi non producono, rimangono in casa con mamma e papà fino a 40 anni. Non possono comprare, i genitori abituati a risparmiare hanno già tutto e non comprano. Gli unici nuovi a fare figli sono gli immigrati, sono anche i nuovi consumatori. Ma si accontentano di poco o niente, anche perché di più non possono. Peraltro il denaro che riescono a risparmiare lo inviano alle famiglie nei paesi d’origine. La grande distribuzione ingoia la piccola, che è costretta a chiudere, le piccole aziende che non sono in grado di trovare sbocco all’estero falliscono. Le banche, a volte criminali, operano a livello di banditismo legalizzato. Tecnologia e robotizzazione fanno il resto. La disoccupazione non può che aumentare. Chi può fugge, come molti pensionati che vanno a vivere in altri paesi per non pagare tasse e esose. In compenso aumenta l’ aspettativa di vita, che non significa migliore salute, ma spesso accanimento terapeutico e vecchiaia con le stampelle, con il costo della sanità diventato una voragine. Per cui occorre tagliarla sempre di più anche nella speranza che gli italiani si decidano a morire prima. Come questa situazione e questo cancro terminale si possano tradurre in un domani migliore i politici nemmeno se lo domandano. Le loro parole, le loro promesse, senza colore politico, sono sempre le stesse. Il refrain di un disco rotto, di cui non avvertono il molesto frusciare. A tutto questo si è aggiunta la natura, con i terremoti, con le sciagure ricorrenti in un Paese dissestato. L’Italia balla sull’orlo dell’abisso. Non resta che il miracolo. Ma i miracoli si avverano nelle fiabe. Mentre gli italiani vivono una tristissima realtà. Purtroppo spesso anche per colpa loro. Basta guardare in che luridume riducono i loro centri più belli e le loro coste più belle. Amen.

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JE NE SUIS PLUS CHARLIE

Rigopiano Charlie Hebdo 1       Rigopiano Charlie Hebdo 2       Rigopiano Charlie Hebdo risposta satira italiana

 

All’indomani della strage di Charlie Hebdo avevamo detto tutti: “Je suis Charlie”. Un modo di partecipare all’assurdità di una tragedia che ci aveva colpiti e in seguito alla quale sentivamo il bisogno di mostrare la nostra solidarietà. Come noi un’infinità di persone. Tutto era nei tre colori della Francia. E’ dura, duole, ma bisogna pentirsene a fronte delle nuove imprese di quel foglio che pretende di essere satirico? Prima la vignetta sulle vittime del terremoto, che era già un affronto alle morti, alla sofferenza, alla disperazione. Ora addirittura quella sulla valanga che ha travolto l’hotel di Rigopiano in Abruzzo. Con uno scheletro che scende sugli sci con due racchette-falce e il fumetto che allude alla neve che non basta per tutti. Satira? Un gusto macabro, un compiacimento necroforo. Degno di un horror. L’avrebbero mai concepita e apprezzata quell’immagine offensiva e crudele, lontana da qualsiasi forma di umanità e tanto meno di sensibilità, se sotto quella mortifera tomba bianca ci fosse stato un loro figlio? Si può ridere, si può concepire di fare satira su vite stroncate in quel modo? Vite persino di bambini innocenti. In una sorta di vampirismo vignettistico, che grida vendetta. Noi partecipiamo al loro strazio, loro si divertono al nostro. Togliendoci per il futuro la voglia e lo slancio empatico di poter dire “Je suis Charlie!”. Se dovesse essere questo il risultato del fare satira meglio porre un freno alla libertà di satira. Che non può essere mai quella del beffarsi, sfiorando il gioire, delle disgrazie altrui.
All’estrema destra la risposta di un vignettista italiano.

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LE TROPPE MASCHERE DELLA VOLGARE COMMEDIA NELLA POLITICA ITALIANA

Arlecchino Pulcinella Colombina

 

Continua il grande spettacolo delle maschere italiane, che popolano la gran commedia della non-arte della politica italiana. Capitan Fracassa Poletti maramaldeggia contro i giovani che vanno all’estero: “Meglio toglierseli dai piedi”. Colombina Moretti, la graziosina che viene bene in tv, si dà malata circa gli impegni costituzionali, ma è in vacanza in India, il nano Brunetta si incavola con la conduttrice televisiva e le intima di chiamarlo presidente, professore o quanto meno onorevole come terza scelta, conscio che oggi non sia un gran titolo da sbandierare. Ricordando il Sordi del marchese del Grillo: “Io so’ io e voi non siete un caz …”. La sciantosa Maria Elena Boschi, altra versione della Colombina, quella che si sarebbe ritirata qualora avesse vinto il no, ha sgranato gli occhi cerulei ed è ancora in sella sulla poltroncina. Come la terza Colombina, la botticelliana Madia, trombata e riciclata. Come infine la Ragonda servetta bugiardina, il neo ministro dell’istruzione, che minacciava anche lei di scomparire dopo la sconfitta ed invece rivendica una laurea o una licenza che nemmeno ha. A meno che non si intenda come dicastero della ricerca, altro ruolo che le è stato assegnato. Balanzone Bersani dall’Emilia invia a Renzi un velenesossimo: “Stai sereno”. Lo Stenterello Giachetti, in un’assise di partito di “primaria” importanza se la prende con l’avversario, confondendo la faccia con il culo. Nella scia di Capitan Spaventa Grillo che la parola la usa ormai come se fosse un mantra. E via così in una proliferazione di arlecchini servitori di due padroni. E poi non lamentiamoci se passiamo per il paese di Pulcinella.

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I COATTI AL POTERE E IL DISCO ROTTO IMPERANTE DEL CULO

Roberto Giachetti       Roberto Speranza

 

Sempre più in basso. Sempre più verso l’abisso. Lo avete sentito Roberto Giachetti, vicepresidente nientemeno che della camera dei deputati, all’assemblea del pd? Dare della “faccia di culo” a quello che dovrebbe essere il prossimo sfidante di Matteo Renzi? Quella faccina acerba e appena irsuta di Roberto “Davide” (contro Golia) Speranza (in che cosa?). E pensare che il gentleman avrebbe potuto essere il sindaco di Roma, se non ci si fosse messa di mezzo quella nullafacente della bambolina Virginia Raggi, anche lei figlia del grande “vaffa” del sor Grillo. Ma che cosa sta accadendo alla politica italiana, fra un movimento-partito maggioritario fondato sul vaffa e un partito al potere che si prende a vaffa in faccia? Ma che cosa sta accadendo al pd, fra un aspirante sindaco, unto, mai sbarbato e trasandato con il look da lavavetri al semaforo e un aspirante leader, mai sbarbato pur se azzimato e apostrofato come zimbello dai suoi stessi compagni di partito? Ma che cosa sta accadendo al lessico dei parlamentari italiani che all’incapacità e all’ignoranza aggiungono persino il turpiloquio come in un cinepanettone? Purtroppo avvelenato per il cittadino italiano. E’ chiaro che con questi chiari di luna un Matteo Renzi, il Golia di turno, pur con tutti i suoi difetti, appaia un gigante. Mentre sarebbe ora che chi usa un linguaggio da trivio venga messo quanto meno in quarantena. Dovrebbero essere di esempio. Non sono in grado di andare più in là del malcostume da borgata ormai imperante ovunque. Il coattismo al potere. Così in alto così in basso filosofeggiava qualcuno anticamente. Che non si sarebbe mai nemmeno sognato questo sfacelo.

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PIÙ CHE DIGNITOSA L’USCITA DI SCENA DI RENZI DOPO LA PESANTE SCONFITTA

sconfitta referendum 2016 Renzi

 

A me l’uscita di scena di Renzi è piaciuta. Mi è piaciuto anche il quadretto familiare con Agnese fuori quinta e composta a dargli coraggio. Per una volta abbandonate le smargiassate il Matteo sconfitto si è rivelato umano e dignitoso. Forse si atteggia a duro e prepotente senza esserlo fino in fondo. Non e’ stato un referendum, è stato un “deguello”: uno contro tutti. Con i suoi compagni di partito avvelenati e decisi a farlo fuori. E’ vero i comunisti non mangiano i bambini, mangiano i loro leader. Renzi ci ha messo la faccia, ha ammesso la debacle in tutta la sua inattesa dimensione. E si è dimesso, come a suo tempo aveva dichiarato. Sinceramente credo che si sia persa un’occasione, ma l’odio (“non pensavo che mi odiassero tanto”), i difensori della costituzione e gli esperti di matite hanno stravinto. Mi auguro, ma rimangono forti dubbi (al punto che a quanto scritto tempo fa e che ripropongo non cambierei una virgola), che abbiano visto giusto, anche se l’assembramento e perché no l’accozzaglia non mi pare foriera di futuri traguardi. D’altronde basta guardarsi intorno. Se non renzi chi? Dove stanno gli uomini in grado di rimettere in sesto la baracca di una repubblica baldracca? Basta guardare i toni di tutta la campagna referendaria per capire che quasi nessuno pensava all’italietta, ma solo al proprio tornaconto politico. Che ritorna trionfante nei festeggiamenti di chi ha vinto. E il paese? Quello conta solo negli stadi e forse in occasioni dei terremoti. Salvo poi scoprire che anche le ricostruzioni sono preda della corruzione. Con la benedizione di tutto l’arco politico.

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IL VERO REFERENDUM. RENZI SI O RENZI NO?

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Vedo che tutti si sbattono per il sì o per il no. Non sempre dandone motivazioni plausibili. Vedo che il no è dato in netto vantaggio. E allora anche io mi butto nella mischia con il rischio di alienarmi più di un’amicizia. Perché in Italia da sempre è purtroppo così: se non sei con me sei contro di me. Il perché e il percome? Superflui. E allora confesso che io sono e sarò per il SI’. E cerco di spiegarmi. Renzi è indubbiamente arrogante, ai limiti della buona educazione. Basta guardare come sfila quando con ospiti illustri passa in rassegna le truppe per capire che ha un ego ipertrofico. Si trascina fra gli scheletri nell’armadio “uno stai sereno” raccapricciante. Promette anche ciò che sa di non poter mantenere. Ma chi non lo ha fatto prima di lui? Parla e straparla. Ma almeno parla bene, i suoi argomenti sono convincenti, utilizza concetti e parole come un giocoliere. Ha avuto il coraggio di mettere alle corde i sindacati, cosa che nessuno si era mai azzardato nemmeno a pensare. Lo dicevano schiavo della Merkel, si muove in Europa come un Gianburrasca insolente. Ha un'energia straripante, ai limiti del dono dell’ubiquità. Un venditore di pentole, un piazzista? Francamente non mi pare. Certo non tutto, ma qualcosa sta portando a casa. Gli 80 euro, i 500 per i giovani sono mancette elettorali? Probabile, ma le idee sono buone e lui almeno le ha avute. La riforma della costituzione non è perfetta? Nulla, specie in politica, è mai perfetto. Perché poi non si potrebbe correggerla una volta sperimentate le novità invece di attendere ancora? Intanto qualcosa cambierebbe e forse si snellisce veramente l’iter delle leggi. Il senato è un senaticchio? A mio avviso è il punto più debole di tutte le novità. Troppi e troppo delicati i compiti per personaggi che in passato non hanno dato grandi prove. Ma non si può fare di tutta l’erba un fascio. La verità più vera di tutta questa interminabile, noiosissima faida sta nell’ingombrante presenza di Renzi. Sicuramente non il meglio possibile, ma allo stato dei fatti il meno peggio. Per cui non stiamo parlando di un referendum sulla costituzione, ma di un referendum su Renzi si o Renzi no. L’unico leader su piazza, come ha detto Berlusconi. In grado inoltre di irritare la sinistra fondamentalista come lui. E quindi come lui da affossare. Anche in assenza del bunga bunga.

Ruggero Marino firma

 

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CHIUSURA PORTA SANTA IN SAN PIETRO 2016

Karol Jozef Wojtyla 

 

Domenica 20 novembre papa Bergoglio, con la fine del giubileo, ha chiuso la Porta Santa in San Pietro, dopo che si sono chiuse tutte le altre aperte nel mondo intero. Pubblichiamo una poesia ricordando, nella stessa occasione, un altro grande pontefice, Giovanni paolo II.

ULTIMA NOTTE

Se ne va nei fuochi
dell’ultima notte
il bagliore umbratile
di un morto Millennio.
Per mano anch’io
di pallida fede
dietro i passi sghembi
di un vecchio ricurvo.
Si inginocchia l’acciaio
vestito d’arcobaleno
del papa straniero
all’uomo ed al tempo
sotto la Porta Santa.
Mille anni davanti
anno del Giubileo.
L’antica tromba
dell’ebraico jabel
risuona nel tunnel
dei secoli in cammino
e le parole affondano
in cerca del perdono.
Sangue di martiri
sangue di eretici
sangue d’innocenti
sangue di streghe
sangue di cavalieri
sangue di una croce
sguainata come spada.
E pellegrini andiamo
gli uni come gli altri
con le preghiere o meno
incontro al tempo nuovo
sogno inseguito
dal tempo di Adamo.
Tutti in qualche modo
pellegrini del mondo.
E mille anni davanti:
chissà se riusciremo
ad essere più umani.

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MALGRADO TUTTO TRUMP, TRUMP, TRUMP, LEON, LEON, LEON!

Donald Trump 

 

Contro tutti e contro tutte le previsioni Donald Trump è il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Gli analisti che fino a ieri davano per vincente Hillary Clinton, invece di tacere continuano a fare, senza cospargersi il capo di cenere, le loro previsioni come se nulla fosse. Se si dovesse giudicare alla luce delle cose dette durante la campagna elettorale ci sarebbe sinceramente da preoccuparsi per l’umanità intera. Poi il repentino cambiamento di pelle al momento dell’insediamento, con il quadretto della bella anzi bellissima plurifamiglia e perfino l’onore delle armi concesso a Hillary, che fino a ieri voleva mandare in galera. Certo Trump ha dimestichezza con il denaro, ma è digiuno della diplomazia e dell’esperienza necessarie alle relazioni internazionali. Come tutti ha promesso molto. Il voto è stato tanto sorprendente quanto regolare. E suonano antidemocratiche le manifestazioni contro seguite al verdetto delle urne. Non c’è che da attendere senza pregiudizi. Molte volte il ruolo ha miracolato le persone. Potrà accadere ancora? Ce lo auguriamo. Per questo anche se non ci riconosciamo nei suoi toni smargiassi, maleducati ed aggressivi e in molte delle sue affermazioni non possiamo che dire al novello Brancaleone: Trump, Trump, Trump, leon, leon, leon!

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NON NE POSSO PIU’ DELLE CONTESTAZIONE DEI VIOLENTI

Leopolda 1      Leopolda 2

 

Confesso che non ne posso più, ho letteralmente la nausea per le manifestazioni violente di quattro gatti imbecilli, che si arrogano il diritto di cambiare il mondo a modo loro. E sono dalla parte dei poveri giovani poliziotti, costretti a difendersi da o a manganellare i loro coetanei. Antagonisti, centri sociali, black block … tutte definizioni assurde. Solo “idioti metropolitani”. C’è un referendum, il popolo è chiamato ad esprimersi in totale libertà. Ma c’è chi pretende che la risposta debba essere una sola: no! fregandosene della democrazia. Quanto basta per convincermi a votare sì. E a coniare un aforisma:

BLACK

BLOCK

PUAH!

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LA GRANDE BELLEZZA CHE IL TERREMOTO FA RISCORPIRE

Castelluccio 2     San Benedetto Del Tronto 1     San Benedetto Del Tronto 2     Castelluccio 1

 

Il terremoto ha devastato il centro Italia. Al di là della tragedia, che fra l’altro non accenna a finire, è l’occasione per riscoprire un Dna dell’Italia fatto di splendore. Basta guardare i borghi, come nidi di pietra appollaiati sulla cima delle colline, le chiese, la meraviglia della natura e la ricchezza dell’arte sparpagliata dovunque, dove mai avremmo pensato: la chiesa di San Benedetto, la pala del Tiziano … e le innumerevoli meraviglie sconosciute che affiorano fra le macerie. Perché l’Italia è questa. Uno scrigno, un tesoro di bellezza unico al mondo. Peccato che a non accorgersene siano proprio gli italiani. Barbari nei confronti di quanto il passato ha lasciato in eredità. Non sono da meno i governanti. Il ministero della cultura, dove non si fanno grandi affari, è stato sempre il più negletto. Così non siamo in grado di tramutare questa Disneyland autentica e ineguagliabile, invidiata dal mondo intero, in una fonte di ricchezza, come sarebbe logico. Come è accaduto per il lusso, come accade per la gastronomia e altro ancora. E’ evidente che, nella cecità, nell’ignoranza e nella indifferenza dello Stato, occorre che intervengano, proprio come per i settori che vanno alla grande, i privati. Per fortuna qualcosa comincia a muoversi. Il restauro del Colosseo e le numerose fondazioni, che stanno adottando monumenti ed opere d’arte sono l’esempio di un nuovo mecenatismo, anche se non si può parlare di Rinascimento. Per questo è più che mai necessario che tutto torni come prima. Perché non si perda l’anima di un’Italia che un tempo era diversa e che forse un giorno (haimé lontano) potrebbe risorgere. Perché lo slogan possa diventare l’obbligo, da ogni parte del globo, di una visita, di un pellegrinaggio da effettuare almeno una volta nella vita: vedi l’Italia e poi muori.

Nelle foto San Benedetto e l’incredibile bellezza della piana di Castelluccio di Norcia.

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CHE NOIA IL CALCIO CHE NON… SI VEDE PIÙ IN TV

blog calcio 1          blog calcio 2

 

Non sono fanatico del calcio, ma mi piace vedere sugli schermi della Rai una bella partita in tv, cosa rara ormai in Italia, e mi accontento perciò delle sintesi, con relativi risultati, classifiche (anche dei cannonieri). E aspetto con pazienza i filmati, le azioni e naturalmente i gol. Ma tutto questo ormai è un optional di trasmissioni dal chiacchericcio continuo. Vada per allenatori e giocatori, che tutto sommato sono i protagonisti, anche se a loro volta sono di una noia mortale. Ma sono i giornalisti e gli ospiti in studio a rendere il calcio televisivo insopportabile. Si discetta come se il pallone fosse una scienza, in un talk show senza fine, nel quale il calcio giocato finisce per essere un intruso. In un cazzeggio, fra analisi e … battute, da bar dello sport o da tv privata. Forse è un mio pallino, ma quando compare il ridanciano Marco Mazzocchi penso ai duetti dei fratelli De Rege. Anche gli occhiali sono gli stessi. E non è che gli altri colleghi gli siano di gran lunga superiori. Come penso all’idea idiotamente geniale della palla delle parole. E per finire penso agli opinionisti: Marco Sconcerti per esempio ha il dono dell’ubiquità, se ne intende, si vede che è una brava persona, ma gli hanno affibbiato il ruolo dell’oracolo presenzialista e finisce per inflazionarsi, a parte gli articoli sul “Corriere della sera” che, in alcuni passi, sono indecifrabili. Il tutto condito da stipendi da favola e dal proliferare di testate una più insulsa dell’altra. D’altronde il campionato italiano non è da anni il più bello del mondo. E ha pertanto i cantori che si merita.

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IL FASCISMO IN ITALIA È UN “MORBO” CHE NON PASSA MAI?

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In italia siamo sempre al regime. Trovo incredibile che in Italia, cosa che non mi pare accada in nessun altro paese, a distanza di circa 70 anni le parole fascista e fascismo, regime (ma dove?) siano ancora le più gettonate per infamare e cercare di mettere alla gogna l’avversario in mancanza di ulteriori argomenti concreti. Accade frequentissimamente nelle volgari zuffe parlamentari, ma soprattutto è accaduto ai recenti capi del governo. E’ accaduto a Craxi, è accaduto a Berlusconi, sta accadendo a Renzi, che, guarda caso, non è considerato di sinistra. Se ne deduce che qualsiasi governo che non abbia avuto il placet di chi per tanti anni ha alzato il pugno (lo ha fatto ancora il figlio di Fo ai funerali del padre) non gode di nessuna legittimità, solo per il fatto di non avere mai sbandierato falce e martello. Oltre ad essere il prodotto di un’opposizione che, anche quando va al potere con il contributo del voto POPOLARE, non può essere accettata e va combattuta per il solo fatto di esistere. Siamo di fronte a un fenomeno che non ha nulla a che vedere con la democrazia. Perché si può facilmente cambiare nome, come per il partito cosiddetto democratico, ma non si può cambiare altrettanto facilmente una mentalità. Specie quella di chi è sempre pronto a scagliare ciecamente la prima pietra. E questo non suoni come scusante per le mancanze e gli errori della cosiddetta destra italiana. Faziosi e antidemocratici i primi, fallimentari i secondi.

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UN GRANDISSIMO ARTISTA NON SEMPRE UN GRANDE UOMO

Dario Fo 1        Dario Fo 2

 

Dario fu. È evidente che è morto un grande. Un grande, grandissimo artista. Un affabulatore e un giullare insuperabile. Ma l’uomo? Un uomo dimezzato. Ora in morte, come è costume in questa Italia, si affannano i peana. Ognuno ricorda un particolare, magnificando la persona, meravigliandosi che si comportasse come un comune mortale. Come se non lo fosse. Eppure nella sua vita, come in quella della sua compagna, le ombre ci sono ed anche pesanti. Mentre il figlio Jacopo rammenta che furono molte le censure (ingiuste) che lo colpirono. Censure che contribuirono, d’altra parte, a farne crescere la “leggenda” e che fecero in parte la sua fortuna. Come l’essersi schierato sempre a sinistra. E oltre la sinistra. Se appena appena fosse stato di destra non so che fine avrebbe fatto il suo percorso artistico. In quel caso gli si sarebbe dato del guitto e solo del guitto, nel senso più spregevole della parola. E il Nobel (non entro nel merito) sarebbe stato salutato come uno scandalo. Molto di più di quanto è avvenuto. Che fosse un grande artista è dimostrato anche dalla sua pittura, dalla creatività, dall’energia, dalla capacità di innovazione mai sopita fino alla morte a 90 anni. Quella innovazione che gli è mancata nel suo percorso politico da ayatollah. Mai una parola di ripensamento, mai un pentimento, anche quando i fatti dimostrarono, di fronte alle morti e agli assassini, di essersi schierato dalla parte sbagliata. Probabilmente la sua mentalità politica era ancorata a quella primigenia della repubblica di Salò, alla quale aveva aderito. Convertendo la camicia nera in quella rossa. Che in Italia agli artisti ha sempre giovato molto in termini non solo di prestigio e di fama, ma anche economici. Riposi in pace accanto alla sua bella moglie. Rimpiango sinceramente il grande artista e il maestro del palcoscenico. Non nella stessa misura l’uomo, soprattutto quello impegnato.

Ruggero Marino firma

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LE PAROLE A VOLTE IN LIBERTÀ DI FRANCESCHINO PANE E VINO

Franceschino pane e vino        Franceschino pane e vino

Papa Francesco ha sorpreso ancora. Dovremo abituarci al suo linguaggio da persona della porta accanto. Perché il nuovo pontefice, che si ispira alla povertà di San Francesco, spesso è in grado di restituire concetti che sembrano banali e scontati con parole vere, limpide, toccanti. Anche se troppo lontane dal linguaggio al quale ci avevano abituato altri vicari di Cristo e soprattutto il suo predecessore, dal carisma eccessivamente siderale. Però in questo sua “renovatio” del “verbo” papa Bergoglio rischia di cadere, come è accaduto, sulle bucce di banana di una comunicazione che, volendo essere diretta giustamente a tutte le sue pecore, scade alle volte in un semplicismo troppo terra terra. Un errore per chi dovrebbe avere l’esclusiva dei cieli. E’ il caso della frase: “se insulta mia madre io gli do’ un pugno”. Non condividiamo in toto il porgere l’altra guancia, ed infatti nemmeno la Chiesa lo ha fatto nel corso dei secoli, ma non aderiamo nemmeno a un novello Pietro, che minaccia di ricorrere alle mani. Anche se il contesto dal quale era partito meritava ogni considerazione circa i limiti di una libertà di espressione, che li oltrepassa scriteriatamente quando offende i credi religiosi ed i suoi adepti. Quando mette gli dei alla berlina. Ma autorizzando una replica violenta non si finisce per legittimare in qualche modo quanto è accaduto a Parigi? Di mettere benzina sul fuoco della guerra santa? Certo tra un pugno e una raffica di kalashnikov ce ne corre. Ma vallo a spiegare ai tagliagole! Ecco perché, pur amandolo, troviamo che “Franceschino pane e vino” dovrebbe evitare talvolta i luoghi comuni da parroco di campagna. Ormai siamo vaccinati a tutto, ma a un Santo Padre boxeur ancora no. Altrimenti il papa, quello che un tempo era il “Dominus orbis”, il padrone del mondo, rischia di fare la fine del re nudo.

Ruggero Marino firma

LA MANNAIA DEL "BUONISMO" CALA ANCHE SU PEPPA PIG

cancelliamo Peppa Pig       Peppa Pig

Continuiamo a farci del male. Spesso ai limiti del grottesco e della gratuita autofustigazione. Ora di fronte al clima voluto dagli assassini di Parigi ci va di mezzo persino Peppa Pig, la misterica maialina rosa che, non si comprende bene il perché, è diventata l’idolo delle creature di mezzo mondo. Un’icona dell’infanzia, al di là di ogni connotazione di razza, visto che impazza in 180 paesi, calamitando l’attenzione dei più piccoli. Che rischiano di vedere oscurata la loro beniamina, con tutta la famiglia “pig”, a causa dell’ennesima fatwa. La notizia viene dall’Inghilterra, dove l’autorevole casa editrice “Oxford University Press”, che pubblica testi scolastici ed educativi e ha una notevole influenza nel mondo della cultura, ha deciso di evitare nelle pubblicazioni ogni riferimento al maiale e alle sue carni, oltre ai derivati, per evitare di offendere i precetti religiosi di musulmani ed ebrei. Non bastava, come accade da noi, togliere i crocefissi dalle scuole, abolire il presepe, ora la “porca idea” dei fondamentalisti del “politically correct” si scaglia lancia in resta persino contro i cartoni animati. Ci auguriamo che sia, anche se sgradevole, l’ennesima trovata pubblicitaria di chi ha come unico obiettivo quello di farsi conoscere da tutti e globalizzare il mercato a tutti i costi e costi quel che costi. Persino a sangue ancora caldo delle vittime della strage parigina. Altrimenti nemmeno “Charlie Hebdo” è sufficiente a fare comprendere che di resa in resa, di genuflessione in genuflessione finiremo per inchinarci verso la Mecca. Persino le comunità ebraiche e musulmane hanno giudicato il provvedimento “senza senso”. Come a dire che, in questo caso sì grazie a loro, sono ancora i musulmani a voler dettare i nostri comportamenti. Un tempo si mettevano i braghettoni alle immagini di Michelangelo, oggi si rischia di fare calare il fendente della censura sui sorrisi degli innocenti. Nella speranza che Peppa, come nell’immagine che pubblichiamo, non sia davvero all’ultima spiaggia.

Ruggero Marino firma

STORIA DI UN ITALIANO MEDIO SORDIDAMENTE ANTI-ITALIANO

Alberto Sordi salutoAlberto Sordi ciaoSi è detto che ha rappresentato l’italiano medio. E’ vero, verissimo. Curiosamente è anche falso, falsissimo. E’ facile farsi amare mettendo in scena gli eroi positivi, i vincenti, i simpatici. Alberto Sordi invece non è stato mai ruffiano o compiacente. Non ha mai mediato. Ha scelto la via più rischiosa. Nel caravanserraglio di un Paese ricco di individualità, anche splendide, è andato alla ricerca delle macchiette più odiose, dei personaggi più sordidi. In questo qualcuno ha voluto individuare una colpa: gli idioti, purtroppo, spesso straparlano. Il particolare repertorio, nella carriera di Sordi, resta uno dei suoi meriti più grandi. Perché è riuscito a farci confrontare con il campionario dei difetti, delle debolezze nazionali, senza procurare traumi od offese, suscitando addirittura una risata. Ci ha messo davanti allo specchio, quasi senza farci accorgere che il riflesso era deforme e deformante, quasi ad ammonire: “ma che c’avete da ride”. Ma ha poi sempre dichiarato: “Sono orgoglioso di essere italiano”. Le sue non sono state semplici e felicissime maschere. La sue sono state le lezioni magistrali di un grande entomologo, le sedute ininterrotte di un eccelso psicanalista. Ha messo con il sorriso un intero popolo sul lettino di Freud, scegliendone gli insetti fior da fiore. Nel bene, come più spesso nel male. Per confessare difetti e vizi. Per suggerire a volte un catartico riscatto. Riuscendo a renderci complici delle sue operazioni a cuore aperto, nelle quali al posto del “transfert” scattava automaticamente il rifiuto. Perché ci si illudeva che il vetriolo satirico di quegli ometti messi alla berlina, ed allo stesso irresistibilmente ridanciani, riguardassero sempre qualcun altro e mai noi stessi.

Ci sono artisti dilettanti, artisti professionisti, artisti grandi. Poi ci sono i grandi e basta, che sono mosche bianche. Non faceva parte di nessuna di queste categorie. Perché era semplicemente Alberto Sordi. A suo modo immenso. Basterebbe scorrere la sua ininterrotta attività: circa duecento film. Vigliacchi, mafiosi, prepotenti, farabutti, nobili, mezze tacche, cialtroni, ipocriti… nel suo inferno cinematografico, in oltre mezzo secolo di lavoro, all’appello non manca nessuno. Un attore (la parola francamente ci sembra riduttiva) che, se fosse stato americano, avrebbe vinto quanto meno una manciata di Oscar. Italiano e anti-italiano anche nel privato. Mammone e coccolato dalle sue donne, non aveva però mai messo su famiglia: “E che so’ matto, me metto un’estranea in casa”.

Ma Sordi è anche altro. E’ la voce di Onlio, è una serie di irresistibili siparietti radiofonici, è il pioniere del demenziale, è l’attor giovane di rivista, è un cantante surreale troppo avanti rispetto ai suoi tempi, è il compagnuccio della parrocchietta e il boy scout, che non sono stati mai capiti a sufficienza. E’ l’antenato del filone dei Fantozzi. E’ autore e regista, qualche volta persino profetico. E se è vero, come è vero, che il riso fa buon sangue è stato un inarrivabile terapeuta. E’ infine l’insuperabile interprete di pellicole che, a cominciare dalla “Grande guerra” e da “Una vita difficile”, sono caposaldi di una storia in celluloide. Per cui siamo sempre stati convinti che, se un conflitto all’improvviso spazzasse via tutto, ma rimanesse per caso in piedi una cineteca, la storia dell’Italia moderna si potrebbe perfettamente ricostruire attraverso i suoi film. Meglio che per mezzo dei libri di storia. Se non altro per o-abiettività.

Lo hanno salutato come un re di Roma : “Sindaco per un giorno (Roma lo festeggiò così per gli 80 anni), imperatore per sempre”. Al funerale c’era un’infinità di gente. Attraversava tutte le generazioni, dai vecchi ai bambini, passando per i giovani, coatti e punk compresi. Non è morto un attore nazionale, tanto meno solo romano. E’ morta una voce, una di quelle poche in grado di farsi ascoltare. Non è morto un comico, è morto il refrain, tradotto in contagioso umorismo, che, dal dopoguerra, ci ha accompagnato alla fine del Duemila. Se ne è andato in pieno carnevale. Con lui abbiamo messo in una bara le risate più belle della nostra vita. Ma anche riflessioni e pensieri. Come se il grande clown, con la lacrima sulla guancia, avesse senza preavviso chiuso la valigia dei suoi attrezzi e fosse uscito di colpo dal cono di luce sulla pista.

Alberto Sordi vigile                   Alberto Sordi Un americano a Roma

In cielo un piccolo aereo, con un lungo striscione, ha fatto volteggiare un amorevole rimprovero: “Stavolta c’hai fatto piagne”. C’erano i tassinari dei suoi film a salutarlo a clacson spiegati, c’erano i vigili con il casco che lo portavano sulle spalle. “Ieri un americano a Roma, oggi un romano in cielo”. A piangere erano gli adulti ed i “pischelli”, che come alla “marana”, gli ricordavano con un cartello: “Faje Tarzan”, in modo forse da fare sbellicare anche San Pietro. Qualcuno più semplicemente alzava un enorme e impudico: “Ti amo”; qualche altro non si rassegnava ancora: “A sor Marchese mo’ basta co’ sti’ scherzi, daje Albertone ariarzete”. Al Verano vecchi e giovani continuano a portargli fiori, molti hanno detto che era un parente, un “padre virtuale”. L’ha inseguito sempre la fama dell’avaro. Si scopre che è stato prodigo di bene e di iniziative benefiche. L’ha fatto in silenzio. I suoi film andranno nelle scuole. Resterà un maestro. Era credente, ma ci scherzava sopra come sempre. A Gassman che gli domandava il perché della sua fede, rispose: “A Vittò, hai visto mai?”.

Non è stata la solita cerimonia funebre. Non è mancata l’allegria con la musica delle sue pellicole, come fanno i negri di New Orleans. Si è anche riso, dalla camera ardente fino al momento in cui il feretro è scomparso. Accompagnato da un insistito, sonoro, scrosciante applauso. Come un’interminabile risata o come un infinito singhiozzo. Perché per la prima volta (si sarà rivoltato anche lui nella bara) non avrebbe potuto fare il bis. Con la certezza, però, che, da questa notte, a ridere saranno anche le stelle.

Ruggero Marino firma

L'AVVOCATO DALLE CAUSE VINTE

Gianni Agnelli 1Nell’esistenza di un uomo si verificano a volte strane coincidenze. Talvolta le coincidenze si sommano, paiono avere una puntualità sconcertante. Fino a sembrare non più frutto del caso, ma la firma apposta da quello che gli antichi chiamavano il fato. Il che avviene specialmente per le persone fuori del comune. E’ accaduto anche per la morte di Gianni Agnelli. Avvenuta nel momento più grave della crisi che ha colpito il gioiello di famiglia, la Fabbrica Italiana Automobili Torino, a poche ore dal passaggio delle consegne a colui che sarebbe stato il suo successore. A questo punto l’Avvocato è uscito di scena. Un segno del destino.

Avvocato perché, visto che non ha mai esercitato? Ancora una volta può soccorrere il simbolo. Fu avvocato nel mondo intero di un’italianità da ammirare. In un’esistenza che gli ha concesso tutto e nella quale si è concesso tutto.Con uno stile raro, anche se non abbiamo sempre compreso il suo modo di vestire, spacciato per piaggeria come insuperabile eleganza. Gianni Agnelli apparteneva a una dinastia vincente, che amava e voleva fortissimamente vincere, alla quale tuttavia faceva da controcanto il dolore. Forse si spiega così la sua fame di vita negli anni di una protratta gioventù. Suo padre era morto in un incidente d’aereo, sua madre era morta in un incidente d’auto. Anche lui giocherà al volante con la morte: uno scontro lo lascerà claudicante. Amava la velocità, la sfidava. Era la sirena che lo aveva reso orfano precocemente.

Era bello, era prestante, era ricco, aveva le donne e gli amici che voleva. Poteva comprare tutto. Forse lo tormentava un dubbio, visto che diceva di “amare il vento, perché non si può comprare”. Era molto curioso, si annoiava facilmente. Andò in guerra, quando molti figli del denaro preferivano imboscarsi. Quando lo chiamarono alla guida della Fiat non si tirò indietro. C’è rimasto per lunghi decenni. Se l’Italia ha imparato a guidare lo deve a Gianni Agnelli. Ad una famiglia che, nel bene come nel male, ha segnato lo sviluppo del Paese, talvolta condizionandolo. Qualche volta facendo pagare il conto salato allo Stato ed ai contribuenti. Gianni Agnelli era un potente, il più potente nell’Italia del dopoguerra, dal miracolo economico fino alla fine del secolo. Ma non tutti i potenti hanno classe, lui l’aveva, come la sua famiglia. Forgiata da un nonno severissimo, temprata dai lutti. Si circondò dei passatempi che solo i magnati possono permettersi: la Juventus, la Ferrari, Azzurra… distribuendosi fra mare e terra.

Gianni Agnelli 2Ma amava l’arte e si adoperò per la cultura. Quasi novello re Mida tutto ciò che toccava diventava oro. Non gli riuscì con gli affetti più cari. Come con il figlio Edoardo che, schiacciato forse dal nome, si gettò da un cavalcavia di quelle autostrade, che la fortuna paterna aveva fatto disseminare per lo stivale. Anche il nipote preferito, che aveva prescelto come erede, gli era stato sottratto giovanissimo da un cancro.

Se l’America aveva i Kennedy, l’Italia aveva gli Agnelli. Conosciuti nel mondo alla stessa maniera. Forse più ammirati i secondi. A differenza dei Kennedy Gianni Agnelli la politica la sfiorò soltanto, diventando anche senatore, ma non se ne fece coinvolgere. Oggi l’Italia lo piange in un peana persino fuori misura. Vero è che nella penuria di grandi uomini, quei pochi diventano grandissimi. Si è parlato di re, di sovrano, di monarca… In una città riservata e fredda come Torino sono sfilati in centomila davanti al suo feretro. Come si fa per un papa. Ma, aldilà dei nomi illustri, il suo funerale ha avuto un plebiscito commosso e popolare. Fra i tanti bilanci, ancora impossibili sull’onda dell’emozione, quella fila lunghissima di operai e di gente comune è forse quello che conta di più. I dipendenti in lacrime hanno reso omaggio al “padrone”. Accade pochissime volte. Anche gli avversari ne hanno dovuto sottolineare la cavalleria. Allo stadio il minuto di silenzio si è trasformato in un minuto di applausi. La Juve, che non poteva non vincere, ha giocato molto bene per 45 minuti. L’Avvocato se ne andava sempre dopo il primo tempo. Come se la squadra sapesse che anche il suo fantasma, nel secondo tempo, non ci sarebbe stato più.

Come ricordarlo? Noi preferiamo farlo con quella foto rubata da un paparazzo che lo ritrasse ormai bianco patriarca, mentre si gettava in mare completamente nudo. Una delle tante libertà di una personalità anche fuori dalle regole nel privato, mai pubblicamente contro le regole. Nel rispetto quasi militare dei ruoli. Per la sua morte un soldato ha suonato il silenzio. L’Italia ha perduto un Avvocato dell’essere italiani. L’Avvocato di un’Italia, purtroppo, in via d’estinzione. Che, lutto dopo lutto, se ne va. Senza sapere ancora quale e che stile avranno i sostituti.

Ruggero Marino firma

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