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STORIA DI UN ITALIANO MEDIO SORDIDAMENTE ANTI-ITALIANO

Alberto Sordi salutoAlberto Sordi ciaoSi è detto che ha rappresentato l’italiano medio. E’ vero, verissimo. Curiosamente è anche falso, falsissimo. E’ facile farsi amare mettendo in scena gli eroi positivi, i vincenti, i simpatici. Alberto Sordi invece non è stato mai ruffiano o compiacente. Non ha mai mediato. Ha scelto la via più rischiosa. Nel caravanserraglio di un Paese ricco di individualità, anche splendide, è andato alla ricerca delle macchiette più odiose, dei personaggi più sordidi. In questo qualcuno ha voluto individuare una colpa: gli idioti, purtroppo, spesso straparlano. Il particolare repertorio, nella carriera di Sordi, resta uno dei suoi meriti più grandi. Perché è riuscito a farci confrontare con il campionario dei difetti, delle debolezze nazionali, senza procurare traumi od offese, suscitando addirittura una risata. Ci ha messo davanti allo specchio, quasi senza farci accorgere che il riflesso era deforme e deformante, quasi ad ammonire: “ma che c’avete da ride”. Ma ha poi sempre dichiarato: “Sono orgoglioso di essere italiano”. Le sue non sono state semplici e felicissime maschere. La sue sono state le lezioni magistrali di un grande entomologo, le sedute ininterrotte di un eccelso psicanalista. Ha messo con il sorriso un intero popolo sul lettino di Freud, scegliendone gli insetti fior da fiore. Nel bene, come più spesso nel male. Per confessare difetti e vizi. Per suggerire a volte un catartico riscatto. Riuscendo a renderci complici delle sue operazioni a cuore aperto, nelle quali al posto del “transfert” scattava automaticamente il rifiuto. Perché ci si illudeva che il vetriolo satirico di quegli ometti messi alla berlina, ed allo stesso irresistibilmente ridanciani, riguardassero sempre qualcun altro e mai noi stessi.

Ci sono artisti dilettanti, artisti professionisti, artisti grandi. Poi ci sono i grandi e basta, che sono mosche bianche. Non faceva parte di nessuna di queste categorie. Perché era semplicemente Alberto Sordi. A suo modo immenso. Basterebbe scorrere la sua ininterrotta attività: circa duecento film. Vigliacchi, mafiosi, prepotenti, farabutti, nobili, mezze tacche, cialtroni, ipocriti… nel suo inferno cinematografico, in oltre mezzo secolo di lavoro, all’appello non manca nessuno. Un attore (la parola francamente ci sembra riduttiva) che, se fosse stato americano, avrebbe vinto quanto meno una manciata di Oscar. Italiano e anti-italiano anche nel privato. Mammone e coccolato dalle sue donne, non aveva però mai messo su famiglia: “E che so’ matto, me metto un’estranea in casa”.

Ma Sordi è anche altro. E’ la voce di Onlio, è una serie di irresistibili siparietti radiofonici, è il pioniere del demenziale, è l’attor giovane di rivista, è un cantante surreale troppo avanti rispetto ai suoi tempi, è il compagnuccio della parrocchietta e il boy scout, che non sono stati mai capiti a sufficienza. E’ l’antenato del filone dei Fantozzi. E’ autore e regista, qualche volta persino profetico. E se è vero, come è vero, che il riso fa buon sangue è stato un inarrivabile terapeuta. E’ infine l’insuperabile interprete di pellicole che, a cominciare dalla “Grande guerra” e da “Una vita difficile”, sono caposaldi di una storia in celluloide. Per cui siamo sempre stati convinti che, se un conflitto all’improvviso spazzasse via tutto, ma rimanesse per caso in piedi una cineteca, la storia dell’Italia moderna si potrebbe perfettamente ricostruire attraverso i suoi film. Meglio che per mezzo dei libri di storia. Se non altro per o-abiettività.

Lo hanno salutato come un re di Roma : “Sindaco per un giorno (Roma lo festeggiò così per gli 80 anni), imperatore per sempre”. Al funerale c’era un’infinità di gente. Attraversava tutte le generazioni, dai vecchi ai bambini, passando per i giovani, coatti e punk compresi. Non è morto un attore nazionale, tanto meno solo romano. E’ morta una voce, una di quelle poche in grado di farsi ascoltare. Non è morto un comico, è morto il refrain, tradotto in contagioso umorismo, che, dal dopoguerra, ci ha accompagnato alla fine del Duemila. Se ne è andato in pieno carnevale. Con lui abbiamo messo in una bara le risate più belle della nostra vita. Ma anche riflessioni e pensieri. Come se il grande clown, con la lacrima sulla guancia, avesse senza preavviso chiuso la valigia dei suoi attrezzi e fosse uscito di colpo dal cono di luce sulla pista.

Alberto Sordi vigile                   Alberto Sordi Un americano a Roma

In cielo un piccolo aereo, con un lungo striscione, ha fatto volteggiare un amorevole rimprovero: “Stavolta c’hai fatto piagne”. C’erano i tassinari dei suoi film a salutarlo a clacson spiegati, c’erano i vigili con il casco che lo portavano sulle spalle. “Ieri un americano a Roma, oggi un romano in cielo”. A piangere erano gli adulti ed i “pischelli”, che come alla “marana”, gli ricordavano con un cartello: “Faje Tarzan”, in modo forse da fare sbellicare anche San Pietro. Qualcuno più semplicemente alzava un enorme e impudico: “Ti amo”; qualche altro non si rassegnava ancora: “A sor Marchese mo’ basta co’ sti’ scherzi, daje Albertone ariarzete”. Al Verano vecchi e giovani continuano a portargli fiori, molti hanno detto che era un parente, un “padre virtuale”. L’ha inseguito sempre la fama dell’avaro. Si scopre che è stato prodigo di bene e di iniziative benefiche. L’ha fatto in silenzio. I suoi film andranno nelle scuole. Resterà un maestro. Era credente, ma ci scherzava sopra come sempre. A Gassman che gli domandava il perché della sua fede, rispose: “A Vittò, hai visto mai?”.

Non è stata la solita cerimonia funebre. Non è mancata l’allegria con la musica delle sue pellicole, come fanno i negri di New Orleans. Si è anche riso, dalla camera ardente fino al momento in cui il feretro è scomparso. Accompagnato da un insistito, sonoro, scrosciante applauso. Come un’interminabile risata o come un infinito singhiozzo. Perché per la prima volta (si sarà rivoltato anche lui nella bara) non avrebbe potuto fare il bis. Con la certezza, però, che, da questa notte, a ridere saranno anche le stelle.

Ruggero Marino firma

L'AVVOCATO DALLE CAUSE VINTE

Gianni Agnelli 1Nell’esistenza di un uomo si verificano a volte strane coincidenze. Talvolta le coincidenze si sommano, paiono avere una puntualità sconcertante. Fino a sembrare non più frutto del caso, ma la firma apposta da quello che gli antichi chiamavano il fato. Il che avviene specialmente per le persone fuori del comune. E’ accaduto anche per la morte di Gianni Agnelli. Avvenuta nel momento più grave della crisi che ha colpito il gioiello di famiglia, la Fabbrica Italiana Automobili Torino, a poche ore dal passaggio delle consegne a colui che sarebbe stato il suo successore. A questo punto l’Avvocato è uscito di scena. Un segno del destino.

Avvocato perché, visto che non ha mai esercitato? Ancora una volta può soccorrere il simbolo. Fu avvocato nel mondo intero di un’italianità da ammirare. In un’esistenza che gli ha concesso tutto e nella quale si è concesso tutto.Con uno stile raro, anche se non abbiamo sempre compreso il suo modo di vestire, spacciato per piaggeria come insuperabile eleganza. Gianni Agnelli apparteneva a una dinastia vincente, che amava e voleva fortissimamente vincere, alla quale tuttavia faceva da controcanto il dolore. Forse si spiega così la sua fame di vita negli anni di una protratta gioventù. Suo padre era morto in un incidente d’aereo, sua madre era morta in un incidente d’auto. Anche lui giocherà al volante con la morte: uno scontro lo lascerà claudicante. Amava la velocità, la sfidava. Era la sirena che lo aveva reso orfano precocemente.

Era bello, era prestante, era ricco, aveva le donne e gli amici che voleva. Poteva comprare tutto. Forse lo tormentava un dubbio, visto che diceva di “amare il vento, perché non si può comprare”. Era molto curioso, si annoiava facilmente. Andò in guerra, quando molti figli del denaro preferivano imboscarsi. Quando lo chiamarono alla guida della Fiat non si tirò indietro. C’è rimasto per lunghi decenni. Se l’Italia ha imparato a guidare lo deve a Gianni Agnelli. Ad una famiglia che, nel bene come nel male, ha segnato lo sviluppo del Paese, talvolta condizionandolo. Qualche volta facendo pagare il conto salato allo Stato ed ai contribuenti. Gianni Agnelli era un potente, il più potente nell’Italia del dopoguerra, dal miracolo economico fino alla fine del secolo. Ma non tutti i potenti hanno classe, lui l’aveva, come la sua famiglia. Forgiata da un nonno severissimo, temprata dai lutti. Si circondò dei passatempi che solo i magnati possono permettersi: la Juventus, la Ferrari, Azzurra… distribuendosi fra mare e terra.

Gianni Agnelli 2Ma amava l’arte e si adoperò per la cultura. Quasi novello re Mida tutto ciò che toccava diventava oro. Non gli riuscì con gli affetti più cari. Come con il figlio Edoardo che, schiacciato forse dal nome, si gettò da un cavalcavia di quelle autostrade, che la fortuna paterna aveva fatto disseminare per lo stivale. Anche il nipote preferito, che aveva prescelto come erede, gli era stato sottratto giovanissimo da un cancro.

Se l’America aveva i Kennedy, l’Italia aveva gli Agnelli. Conosciuti nel mondo alla stessa maniera. Forse più ammirati i secondi. A differenza dei Kennedy Gianni Agnelli la politica la sfiorò soltanto, diventando anche senatore, ma non se ne fece coinvolgere. Oggi l’Italia lo piange in un peana persino fuori misura. Vero è che nella penuria di grandi uomini, quei pochi diventano grandissimi. Si è parlato di re, di sovrano, di monarca… In una città riservata e fredda come Torino sono sfilati in centomila davanti al suo feretro. Come si fa per un papa. Ma, aldilà dei nomi illustri, il suo funerale ha avuto un plebiscito commosso e popolare. Fra i tanti bilanci, ancora impossibili sull’onda dell’emozione, quella fila lunghissima di operai e di gente comune è forse quello che conta di più. I dipendenti in lacrime hanno reso omaggio al “padrone”. Accade pochissime volte. Anche gli avversari ne hanno dovuto sottolineare la cavalleria. Allo stadio il minuto di silenzio si è trasformato in un minuto di applausi. La Juve, che non poteva non vincere, ha giocato molto bene per 45 minuti. L’Avvocato se ne andava sempre dopo il primo tempo. Come se la squadra sapesse che anche il suo fantasma, nel secondo tempo, non ci sarebbe stato più.

Come ricordarlo? Noi preferiamo farlo con quella foto rubata da un paparazzo che lo ritrasse ormai bianco patriarca, mentre si gettava in mare completamente nudo. Una delle tante libertà di una personalità anche fuori dalle regole nel privato, mai pubblicamente contro le regole. Nel rispetto quasi militare dei ruoli. Per la sua morte un soldato ha suonato il silenzio. L’Italia ha perduto un Avvocato dell’essere italiani. L’Avvocato di un’Italia, purtroppo, in via d’estinzione. Che, lutto dopo lutto, se ne va. Senza sapere ancora quale e che stile avranno i sostituti.

Ruggero Marino firma

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