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VIOLENZA SULLE DONNE DA CONDANNARE MA NON SI FACCIA CONFUSIONE

Manara sedotta          Manara Miele

 

Ho l’impressione che in un tempo in cui assistiamo alla banalizzazione del sesso, diventato alla luce del crollo verticale della morale e del sacro un istinto come un altro da soddisfare, in una sorta di piacevole ginnastica, che ha come palestra qualsiasi giaciglio (basta guardare il comportamento delle giovani generazioni e persino delle minorenni) per rendersi conto che, a proposito del tema dilagante della violenza e dello stupro nei confronti delle donne, le idee siano molto confuse. Nessuno nega che su tutti i piani la componente femminile sia stata penalizzata. Basta seguire le cronache infarcite di atti criminali orrendi, che registrano il sacrificio di tante donne innocenti. Ma come sempre quando si parla di minoranze oppresse si finisce nel cadere nell’errore opposto. Anche da parte di chi giustamente si batte per le donne. E’ il caso della combattiva Giulia Bongiorno. Ne ha dato una prova all’ “Arena” di Giletti.
L’ex agente di tante dive, Lele Mora, raccontava un aneddoto: di una stupenda ragazza che gli presenta il book. In una foto è completamente nuda. A quel punto apre la pelliccia per mostrarsi in tutta la sua bellezza, proprio come nella foto. Per la Bongiorno le colpe non sarebbero della giovane, ma della “corruzione ambientale”, in uno strano ragionamento, che implicherebbe una violenza psicologica metabolizzata nel tempo. Senza contare che, come si dice, la prostituzione è il mestiere più antico del mondo. L’uomo è vero, specie quello di potere, finisce per credere che tutto gli è concesso e si comporta spesso di conseguenza con l’altro sesso. Ma è vero anche che la donna è consapevole da sempre del suo potere di seduzione. E che ai nostri tempi usa spesso il corpo come un’arma sguainata. Per cui, ci scusi la Bongiorno, pur ammirando la sua benemerita crociata, pur riconoscendo che la violenza sulle donne è un crimine che dovrebbe prevedere punizioni molto più severe, visto che può rovinare per sempre una vita; per cui pur stigmatizzando un fenomeno dilagante non possiamo fare a meno di rilevare che nel caso raccontato da Lele Mora la vittima di violenza non solo psicologica era l’agente e non certo la signorina grandi firme-forme, ben conscia dei doni offertile da madre natura. E come tale convinta, senza violenza alcuna da parte di chicchessia nei suoi confronti, di doverli fare fruttare. Non dicevano anche le femministe “Il corpo è mio e lo gestisco io?”.

 

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