COLONNA INFAME

IN RISPOSTA AD UN GIORNALISTA CHE SI ACCODA ALLA VULGATA

Rispolvero un vecchio intervento mai pubblicato in risposta al giornalista Rino di Stefano che mi accusava pesantemente di “cretinate” a proposito delle mie ricerche. L’articolo in risposta era diretto alla pagina locale di un quotidiano che non pubblicò niente.

 

Caro Direttore,
ho letto attentamente l’articolo di Rino Di Stefano dal titolo “Cristoforo chi sei?”, in riferimento alla presentazione del mio libro “Cristoforo Colombo l’ultimo dei Templari” (Sperling & Kupfer Rai Eri) avvenuta a Roma il 21 scorso di novembre. Mi hanno detto da Genova che l’autore è un colombofilo. Confesso le mie lacune (non sarà certamente solo questa). In 16 anni di letture colombiane Rino Di Stefano non l’avevo mai sentito nominare. Ma leggendolo ho capito anche perché. Più che di uno studioso colombiano mi è parso di avere a che fare, data la sua vena comica, con un cabarettista, Io ho fatto tutta la vita il giornalista e so benissimo quali sono le tecniche della disinformazione. Si estrapola qualche passo dal contesto, falsandone i concetti, si ignorano le tesi di fondo più accreditabili, si scelgono e si mettono alla berlina quelle più azzardate, si aggiunge quando la si ha (i professori non ce l’hanno) una spolverata di perfida ironia, si condisce con qualche plateale menzogna e il danno è fatto. Al povero bersaglio non resterà che l’alternativa di una striminzita lettera al direttore. Per cui ringrazio sin d’ora dello spazio concessomi. E veniamo agli argomenti. Di Stefano inizia con quelle che lui stesso definisce una serie di “cretinate”, in modo da incanalare il lettore sul sentiero del sono-tutte-baggianate e sceglie naturalmente l’argomento più scabroso: Colombo figlio di Innocenzo VIII? Premetto un fatto: che Colombo possa essere il figlio di Innocenzo VIII o che possa essere genovese o meno non è la questione che mi interessa di più; io considero Colombo un uomo al di sopra delle parti, un patrimonio dell’umanità sul quale non è stata fatta piena luce e credo in un complotto della storia che ha cancellato i suoi veri meriti ed il “suo” papa. Ma poiché sulla questione della paternità e delle possibili eredità Templari c’è stato un tentativo di scippo (anche da parte di un professore di matematica di Perugia) io ribadisco se non altro il primato delle mie “cretinate”. Che avanzo come ipotesi. Quelle stesse che i gazzettieri italiani, di cui faccio parte, rilanciano a titoli cubitali e senza offese quando vengono dall’estero (per fare un esempio: Mosé era un faraone).
“Ad ogni buon conto”, insinua Di Stefano, io dedico il libro a Gianni Letta, già mio direttore.
Quello che non conosce anche lui (visto che sottolinea “Marino non lo sa”) è il fatto che io non mi rivolgo al personaggio potente. Io faccio da svariati anni il pensionato, pur essendo uscito a soli 55 anni da “Il Tempo”, di cui ero redattore capo e responsabile dei servizi culturali. Forse qualche “parcheggio”, anche comodo, avrei potuto provare a chiederlo. Non l’ho mai fatto. Al mio direttore sono, comunque, debitore per un fatto privato, avendo aiutato una persona a me molto cara, che ha un grave problema di salute. Sapevo per certo che la dedica mi avrebbe provocato qualche più o meno scoperta ironia, specie da parte dei miei stessi colleghi del giornale e in questo senso mi era stato consigliato di non farlo anche da parte della casa editrice. Ho voluto farlo lo stesso.
Quadro del Berruguete (nella didascalia del libro - lei legge e comprende o parla solo per sentito dire? - si parla onestamente di attribuzione “controversa”) e somiglianze fra Colombo ed Innocenzo VIII. La mano del pittore spagnolo è stata individuata dal professor Maurizio Marini, ora scomparso. Che a suo tempo mi disse che sul retro del quadro c’è scritto Cristoforo Colombo. Che potesse essere Colombo è l’ipotesi avanzata anche da uno studioso americano. Gli spagnoli dicono (l’ABC citato è un quotidiano quanto mai ipernazionalista) di no? La questione è rimasta a quello stadio: da una parte gli uni dall’altra parte gli altri, come mi ha confermato lo stesso Marini. Per quanto riguarda gli spagnoli poi il loro “conflitto d’interessi” su Colombo è tale che non li prenderei sempre per oro colato, in un’acquiescenza pavida. Anche se, in proposito a quanto scritto, mi è venuta un’idea da verificare e la ringrazio. E’ vero che io dico che Colombo è “uno nessuno e centomila”, ma è anche vero (ed è clamoroso che lei riporti le mie parole senza comprenderne il senso e la sfumatura) che è la stessa critica ad affermare che alcuni dei ritratti si possono considerare più degli altri fedeli all’immagine del navigatore. Ed a quelli io mi appello. Senza quindi un’ombra di contraddizione. Piuttosto in contraddizione mi pare lei. Ma li ha letti gli articoli, sul suo stesso giornale e nella pagina culturale, di Luigi Mascheroni e di Paolo Granzotto nella sua rubrica della posta dei lettori? I quali, da ben altro pulpito, mi trattano ben diversamente? Sono “cretini” anche loro?
Quanto al papa genovese Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo (molto poco conosciuto dagli stessi genovesi compreso anche lei), evidentemente Di Stefano non ha letto il mio libro (è un costume abusato da chi vuole fare il contraddittore a tutti i costi, specie se deve piacere a qualcuno), ma tanto meno ha letto mai la pur rara e quanto mai contraddittoria pubblicistica sul pontefice.
Appellandosi come “prova storica” ad una poesiola del Pasquino…
Grazie invece per avermi concesso che qualcosa ho colto circa i finanziamenti dell’impresa (Taviani parlò di vera e propria “bomba”). Ma poteva farne a meno. L’aveva già scritto, con maggiore prestigio ed autorevolezza, lo stesso Paolo Emilio Taviani. E tutto il resto del mio libro, di cui Innocenzo VIII costituisce solo una minima parte? Il fatto che Colombo sapeva benissimo quale terre avrebbe incontrato? Il disegno complesso che ha preceduto e portato al varo dell’impresa? Il complotto spagnolo? Il rapporto Marco-Polo-Colombo e l’America-Cipango? E le mappe “impossibili”? E il resto, 350 pagine di cui circa 70 di note? Sono tutte cretinate come il suo “marziano” (suvvia un po’ più di fantasia) con il quale dà l’avvio all’articolo? Caro Di Stefano sono 16 anni che io mi occupo a tempo pieno di Colombo, sono ormai al terzo libro e delle mie ricerche si sono interessati anche veri storici fuori dell’Italia e sono stato invitato in più di una università.
Solo a Genova vige e perdura un’omertà, che mi ha impedito, censurandomi, persino dal poter replicare a certi articoli da querela pur essendo io giornalista e contrariamente a qualsiasi deontologia professionale (vedi La Repubblica locale). In una situazione che, dalla morte di Taviani, che comunque controllava tutto su Colombo, è decisamente peggiorata. E’ quella che io chiamo la “tangentopoli intellettuale”, “l’intellettopoli” colombiana che su Colombo ci campa e vuole continuare a camparci. E che controlla su Genova perfettamente l’informazione stampata e non. Per cui, mi perdoni, il suo articolo pare tanto il frutto di uno dei tanti “compagni di merenda”, che riescono a fare in modo che nessuno metta le mani su un argomento considerato ormai da troppo tempo proprietà esclusiva, con tutto il ben di Dio che ne consegue. Sull’onda di un razzismo culturale indecoroso e di una griglia di amici degli amici, che si tengono bordone e si tengono ben stretti gli scambi di favore reciproci con la Spagna. Ma io ormai ci ho fatto il callo e continuerò imperterrito ad andare avanti. L’ho già detto, io sono come uno che prosegue ad andare fuori strada e potrebbe anche correre il rischio di capottare. Gli schizzi di fango, che gli vengono addosso, sono messi nel conto. Un grazie invece ad Isabella De Martini (perfetto il suo termine riferito alla mia volontà di “sparigliare le carte”), che ha fatto una cronaca fedele di quanto è stato detto da altri alla mia presentazione. Grazie infine dell’udienza che fino ad ora a Genova è regolarmente mancata.

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LA COLONNA INFAME

Già nei primi capitoli dei “Promessi sposi” possiamo rilevare un pomposo moltiplicarsi di formule e decreti, là dove la forza vera delle istituzioni (quella di risolvere prontamente le problematiche sopraggiunte) andava di contro scemando, facendosi vuota,la colonna infame o quanto meno inefficace nell’affrontare le crisi. Basti pensare all’ammucchiarsi turbinoso delle grida in risposta al dilagare delle scelleratezze dei cosiddetti “bravi”: sembra quasi che l’unica reazione possibile, di fronte all’impotenza istituzionale, sia alzare il tono, e la violenza, e l’istinto monitore delle forme legislative. Tono, tuttavia, per niente sostenuto da un retroterra di provvedimenti concreti e di altrettanta – presunta – ampiezza. Si tratta pertanto di un approccio destinato a fallire, alla malandata stregua di un educatore capace solo di strillare vani rimproveri, o paventare immani punizioni, di fatto irrealizzabili.

In merito all’epidemia di peste, scoppiata in Lombardia nel 1630 come conseguenza alla calata lanzichenecca – ma senza dubbio aggravata dalle disastrose condizioni igieniche in cui versava la popolazione – Manzoni dipinge un quadro elaborato, minuzioso e complesso. Elemento primo è la stretta contrapposizione fra realtà e finzione, ben enfatizzata dalla lettura critica che ne fa: ad un primo paventarsi del morbo in coloro che – anziani – già ne avevano osservato cinquant’anni prima il decorso, risponde un severo rimprovero istituzionale nei confronti di tali istanze, bollate come inutili allarmismi. Ma le morti sospette continuano a mietere vite umane e i dotti – o presunti tali – si giostrano a formulare fragili spiegazioni, trovandole in strani ambigui influssi astrali. Nessun provvedimento serio viene preso per arginare la piena di un contagio lì lì per straripare.

E’ l’esternazione di un sentimento infantile che vede in tutto ciò che non capisce, o che non piace, qualcosa da fuggire o da negare, a tutti i costi e il più possibile, ché il riconoscerlo sarebbe ancor più fatale. Di fatto (e questo vale ancora) l’ignorare un problema non equivale minimamente a risolverlo, semmai ad aggravarlo, perdendo tempo prezioso in vane auto-assoluzioni o in sterile rifiuto della cosa stessa.

Quando poi – tardiva – giunge la consapevolezza dell’errore, la gretta ignoranza e l’istinto d’orgoglio (molto legato questo a quella) non fanno che perpetuare, almeno esteriormente, la cieca convinzione nella propria inetta ed ottusa ragione da parte di coloro che, d’altra parte, avrebbero più responsabilità nella vicenda, in quanto detentori di un potere mal riposto nella mani d’incapaci e duri ostinati testardi.

Scatta la rappresaglia, la ricerca disperata di capri espiatori su cui scaricare le ire della folla reclamante a gran voce giustizia. Si consuma la somma ingiustizia e innocenti vengono condannati. I veri colpevoli sorridono alle masse ignare della loro profonda inadempienza.

Platone

«sono persone che hanno soltanto una coloritura di opinioni, come la gente abbronzata al sole, che vedendo quante cose si devono imparare, quante fatiche si deve sopportare, come si convenga a seguire tale studio, la vita regolata di ogni giorno giudicano che sia una cosa difficile e impossibile per loro; sono quindi incapaci di continuare a esercitarsi, ed alcuni si convincono di conoscere sufficientemente il tutto, e di non avere più bisogno di affaticarsi».

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UNA RISATA VI SEPPELLIRÀ

una risata vi seppellira

 

decorazione

 

natale lanza: 09/08/2017 18:19:45
Opinione diametralmente opposta a quella di chi mi ha preceduto. Dati di fatto storici che comprovino le tesi sostenute non ne esistono, e questo non è colpa dell'autore. La sua colpa, invece, sta nel trasformare le ipotesi in illazioni; le analisi in voli pindarici; le possibilità storiche in dogmi arbitrari. Il linguaggio è retorico, ieratico, contorto, assurdo, noioso. La logica conseguenziale è una perfetta sconosciuta. Le note, abbondantissime oltre ogni limite accettabile, rendono ancora più difficile la lettura perché obbligano a a un continuo avanti ed indietro. Uno dei peggiori libri che abbia mai letto.

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