POLEMICHE

UNA RISPOSTA ALLE CRITICHE DELLA SCUOLA GENOVESE

Sulla cronaca genovese de Il Giornale sono comparsi una serie di attacchi concentrici sul libro di Ruggero Marino in una vera e propria adunata da "arrivano i nostri".

Questo articolo è stato scritto mesi fa in risposta ad una intera pagina di articoli, a comiciare da quello del giornalista Rino Di Stefano, che aveva aperto la polemica (che si era trascinata anche nelle "Lettere al Direttore"), contro il libro di Ruggero Marino "Cristoforo Colombo l'ultimo dei Templari". L'autore aveva replicato da tempo, come era stato espressamente invitato a fare. Ma a distanza di mesi, forse per questioni di lunghezza, la risposta non ha visto la luce. Per cui riproponiamo integralmente il testo che, punto per punto, confutava o replicava alle affermazioni del redattore, di Aldo Agosto, Gabriella Airaldi e Dario G. Martini.

Caro Direttore, ancora un grazie per lo spazio concesso. E comincio da una premessa. Noi giornalisti, come ben sa, quando non cogliamo una notizia importante confessiamo e riconosciamo di avere preso “un buco” ed in genere veniamo richiamati da qualcuno per la grave omissione. Nel lontano 1990-91(!) io mi rivolsi, in tutta umiltà, a molti dei componenti della Commissione scientifica colombiana, che doveva presiedere alle celebrazioni del Cinquecentenario della scoperta dell’America, per averne in cambio solo sorrisini di scherno e un atteggiamento di supponenza e di arroganza degno del migliore razzismo culturale. Ma i frustranti contatti avuti mi fecero anche capire che di papa Innocenzo VIII, il genovese Giovanni Battista Cybo, il “Dominus orbis” del tempo, la presenza in terra più importante dell’ecumene, non sapevano, in riferimento a Colombo, praticamente poco più di niente. Anche da parte di chi oggi parla anche di papi e di quel papa. E’ per questo che, a distanza di 16 anni, io non accetto più bacchettate sulle mani da chi, pur autogarantendosi lo “jus loci”, pur essendo o meno di “scuola genovese”, non ha solo preso “un buco”, ma è precipitato in una voragine pazzesca, per non essersi accorto e non avere valutato la presenza di un pontefice definito, ripeto, come Colombo, genovese e in  nome del quale, come era usanza, si piantava la croce sulle nuove terre. Un vicario di Cristo rimasto sulla cattedra di Pietro dal 1484 al 1492, ovvero tutto il periodo cruciale di quella che Taviani ha definito “la genesi della grande scoperta”. Io sfido i guru dell’unica verità possibile a fornire loro una documentazione in proposito circa la presenza nei loro studi di Innocenzo VIII. A dimostrare loro di avere compiuto un disegno organico (che Taviani definì “una bomba”) e non solo e in rarissimi casi qualche infinitesimale citazione, avulsa da qualsiasi conclusione, circa l’importanza dell’intervento della Chiesa ai fini del finanziamento e della progettazione della spedizione di Colombo. Che oggi si può supporre “interamente italiana”, indipendentemente dall’origine del navigatore, attraverso Giovanni Battista Cybo ed il suo consuocero il Magnifico Lorenzo, un cui banchiere fu sempre tra gli “sponsor” di Colombo. E’ stato questo cinquecentenario “silenzio” a “decontestualizzare” e a fuorviare le vicende colombiane. In una storia cambiata dai vincitori, gli Spagnoli. Con re Ferdinando da una parte ed il papa spagnolo Borgia, con il figlio Cesare, dall’altra. “Principi” campioni di quel “fine che giustifica i mezzi”, che conierà il fiorentino Machiavelli.
E confesso che mi dispiace di dovermi scontrare con un collega come Rino di Stefano. Ma non comprendo perché lui, come i professori, possa insolentirmi a suo piacimento e si meravigli per il fatto che gli ho risposto per le rime, visto che mi sono stancato da tempo di porgere l’altra guancia. E mi dispiace che anche lui continui a fare disinformazione, a cominciare da quando afferma “Non sono volutamente entrato nel resto del libro perché sotto il mio articolo ce n’era un altro, appunto quello dell’amica Susy De Martini, che recensiva proprio l’intero volume”. Lei Di Stefano è giornalista come me, sa cosa significa il termine recensione, lei credo sia anche cronista. La De Martini, in dimensioni fra l’altro molte ridotte rispetto al suo articolo, ha fatto una cronaca puntuale della presentazione del mio libro, riportando qualche frase encomiastica dei prestigiosi partecipanti: Gianni Letta, Folco Quilici, Mauro Mazza, Padre Paolo Scarafoni Rettore Magnifico dell’Università europea, Francesco Perfetti e Piero Melograni, questi ultimi noti storici accademici e membri della Commissione scientifica colombiana, della quale anche io, forse immeritatamente, faccio parte. La De Martini, lei sì, che pure non nasce giornalista, ha fatto cronaca, facendo solo informazione. Lei Di Stefano ha anche scritto, riportando e criticando le mie parole: “La storia di Colombo e di papa Cybo, ce ne rendiamo conto, costituisce una sorta di labirinto senza fondo. In un gioco di specchi senza fine”. A me pare un’ammissione di umiltà rispetto a quello che io stesso affermo e che propongo come tesi di ricerca ulteriore, ma che non “spaccio” assolutamente come un dogma, come fa la finta scienza. Io ho sempre saputo che la scienza, quella vera, non la corazza scientifica o le affermazioni di auto-scientificità e auto-professionalità di cui troppi si paludano a difesa del già noto, è figlia del dubbio. Mentre nessuno mi convincerà che la storia di Colombo sia il frutto del preteso rigore professional-scientifico. Colombo è per gli spagnoli scientificamente loro, altrettanto per i portoghesi, per i catalani, per i maiorchini… non parliamo poi degli italiani: Genova, Savona, Quinto, Cuccaro, Cogoleto, Piacenza, Nervi, Bugiasco, Terra di Milano…e via così. Ognuno con le sue brave pezze d’appoggio documentali. In un girotondo dalla sconcertante “scientificità”. E mai come per Colombo si può richiamare l’abusato paragone del marziano, al quale anche lei, purtroppo, ha fatto ricorso riferendosi alle mie “visioni”. Di un “marziano-vu-cumprà-chicano-messicano”, che varca la frontiera ed entra negli Stati Uniti in pieno terzo millennio; e nella più sbandierata delle moderne democrazie pretende di andare da Bush. Per essere ricevuto alla Casa Bianca. Dove si dice pronto a trovare altri pianeti ed altre vite, purché gli vengano affidate tre astronavi. A patto di diventare il signore di quei nuovi mondi. E quel tonto di Bush gli darebbe la sua benedizione. E’ credibile oggi tutto questo? E’ credibile tutto questo, trasferito nel 1492, con re come Ferdinando ed Isabella, che fanno fuori i grandi di Spagna, musulmani ed ebrei? E’ credibile la vicenda di un oscuro, ignorante marinaio che non sa niente, ma che indovina tutto, che frequenta il re del Portogallo, che poi tratterà, a scoperta avvenuta, peggio di come lei praticamente tratta me? In quel Portogallo dove sposa a corte una nobile fanciulla? Cosa normalissima, a quel tempo, in notorie e conclamate democrazie…? Che va in Spagna e viene ricevuto dalle teste coronate alle quali impone il suo diktat? Che se la fa con i più grandi cavalieri iberici, con monaci e cardinali? Che dà a papa Borgia le direttive per spaccare in due il mondo come una mela? Che si scrive con il Toscanelli, uno dei massimi scienziati del tempo? Che minaccia di andare per qualcuno dal re di Francia per altri dal re di Inghilterra, dove si trovava il fratello Bartolomeo? Caro Di Stefano le pare credibile tutto questo fumetto d’antiquariato, questa “soap opera” d’annata-e-dannata ? Ho letto anche Le Goff (un’autorità assoluta, ma non vorrei sbagliare il riferimento) che afferma che per quei tempi non ci può fermare ai documenti, spesso nella loro precaria presenza, ma bisogna osare con la fantasia. A me che, anche con intuizione-fantasia e non solo, poiché il tutto è sempre suffragato da fonti, se si sa o si vuole leggere, procedo nel mio solitario e rischioso fai-da-te, al quale mi sono visto costretto dopo aver inutilmente tentato un lavoro in équipe, pare che in questa “scientifica” ricostruzione di fantasia ce ne sia troppa. Ma aggiungo, e qua sfioro l’arroganza, che ci sono elementi più documento del documento, dai quali non si può prescindere: e sono la logica, il buon senso, in certi casi addirittura l’evidenza. Che nella tradizione colombiana sono spesso assenti, a dispetto degli sbandierati documenti. Io, pertanto, mi attengo alla regola di chi ha detto “procedo con la mente aperta, ma non al punto che il cervello mi caschi per terra”.
Lei, questa volta, aggiunge: “non intendevo essere offensivo… non intendevo affatto sostenere che lei avesse scritto delle “cretinate””. Vado a rileggere: “questa premessa di cretinate ha lo scopo di presentare due nuove (ma non troppo) versioni sulla nascita di Cristoforo Colombo. Figlio di un Papa o di un principe spagnolo? La prima è quella del giornalista e scrittore…”. O io non capisco o lei si spiega male. E persevera: “Ha forse avuto l’impressione che contestassi nello specifico qualunque altro argomento che non fosse la presunta paternità di Colombo?”. No, non l’ha fatto, ma questo non significa che lei salvasse il resto che ometteva, anzi aggrava il suo intervento. Anche se ora finalmente ammette: “ho trovato il suo libro interessante, molto ben documentato, ma non condivisibile…” Alla buon’ora, sarebbero bastate queste poche parole per evitarci molti dissapori, anche se le consiglio di non trasmettere queste inedite riflessioni ai colombisti genovesi. Mentre non posso che smentire tutte le altre che fa sul mio conto: che sono troppo sensibile alle critiche (sono 16 anni che ne ricevo da altri pulpiti, aldilà anche dei molti consensi, perché avrei dovuta piccarmi per quelle di un giornalista?), che considero nemici quelli che non la pensano come me (si vede che non mi conosce affatto, io chiedo solo un onesto confronto), che la diversità di opinioni arricchisce il dialogo…(a me pare che il dialogo lo si voglia solo strozzare, per non parlare delle censure vere e proprie sopravvenute). Suvvia Di Stefano non cerchi di portare acqua forzosamente al suo mulino, autodefinendosi per giunta “galantuomo” (io sono di quelli che preferiscono che a dirlo siano gli altri). Ma continuo a restare convinto che con me è stato pesantemente scorretto anche per via di quell’occhiello che suona a tutta pagina: “Ruggero Marino è risentito perché in un articolo sul suo ultimo libro gli viene contestato che il grande Navigatore possa essere figlio di un papa”. Sono oltre 15 anni che continuo ad andare controcorrente, se tutte le volte mi dovessi risentire mi sarebbe già venuto un ictus. La invito inoltre, come inviterei anche i “genovesisti”, ma credo che in questo caso sia tempo perso, a farla finita con il cercare come unico alibi la teoria del figlio del papa. Nel mio nuovo libro su 12 capitoli, 341 pagine, pochi passi riguardano questo argomento, nel libro precedente si trattava addirittura di poche righe. E qualcuno ha cercato di approfittarne. In un’ipotesi che non si basa, ancora disinformazione, solo sulla somiglianza, ma anche, e non solo, su un documento trovato dall’Accademico dei Lincei Osvaldo Baldacci (uno dei pochi che si è dimostrato corretto, pur con le sue riserve) che parla di “Columbus nepos”, che a quel tempo voleva dire molte cose. L’intuizione di una inedita linea di sangue, a me sarebbe sufficiente che fosse “nipote”, come quella che Colombo potesse essere un cavaliere, un crociato ed un erede sia pure alla lontana dei Templari venne fin dall’inizio. Tanto è vero che nel libro del 1991, della Newton Compton, misi i due, il Cybo e Colombo, ritratti a confronto in copertina. Ma non ho mai voluto speculare su quello che poteva essere un plateale “scoop”, proprio perché, essendo giornalista, non volevo offrire ulteriormente il fianco agli strali dell’accademia. Pensai di dovere procedere per gradi e così ho fatto. Cercando prima di tutto di dimostrare che il finanziamento del primo viaggio di Colombo fu praticamente tutto italiano (e si portano i documenti) e che i re di Spagna non spesero un “maravedi”. Taviani, come detto, definì la notizia una “bomba”. Ma anche a quella “bomba” (accadde ben 16 anni fa) i colombisti preferirono mettere il silenziatore. Taviani aggiunse anche, nella Grande Raccolta Colombiana: “è doveroso dare atto a Ruggero Marino di essere stato il primo a rilevare come i vari argomenti esposti si colleghino con la strana richiesta ai Re della lettera del “libro Copiador” e abbia così riaperto e rivalutato il tema della partecipazione di Innocenzo VIII alla vicenda colombiana…”. Non ci capisce granché, ma almeno lo scomparso senatore un primato a me, a differenza dei miei contraddittori, lo riconosce. Il senatore fu anche facile profeta, quando annunciando che mi sarei messo a scrivere un libro, cosa che mi sconsigliò, concluse: “Non sa le critiche che si attirerà”.
Tornando al “figlio del papa” io ritengo che prima di scrivere e di saper scrivere bisognerebbe soprattutto saper leggere. Perché se si legge, senza preconcetti, il mio libro “Cristoforo Colombo l’ultimo dei Templari“ io lo dico chiaramente: non a caso parlo di “ipotesi suggestiva” che ribadisco - e lo spiego - soprattutto perché qualcuno ne ha tentato lo scippo. E l’ho riconfermato nell’articolo precedentemente scritto per “Il Giornale”, affermando testualmente “che Colombo possa essere il figlio di Innocenzo VIII o che possa essere genovese o meno non è la questione che mi interessa di più; io considero Colombo un uomo al di sopra delle parti, un patrimonio dell’umanità sul quale non è stata fatta piena luce e credo in un complotto della storia, che ha cancellato i suoi meriti ed il “suo” papa”; più oltre preciso che  “del mio libro Innocenzo VIII costituisce solo una minima parte e nemmeno per me la più importante”. Mentre io ci tengo, con il nuovo libro, a portare avanti la tesi, dopo avere denunciato il complotto spagnolo, che Colombo sapeva benissimo quali terre avrebbe incontrate e cioè che sarebbe approdato in un mondo veramente nuovo e nient’affatto in Asia. Ma in un Cipango-America che traspare addirittura, a me pare inequivocabilmente, dal “Milione” di Marco Polo. E la professoressa Anna Maria Rimoaldi, l’erede e l’organizzatrice del “Premio Strega”, che collaborò con la grande scrittrice Maria Bellonci alla redazione di una preziosa versione del “Milione”, ha appoggiato fermamente le mie conclusioni.

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GLI ULTERIORI ACCESI SCAMBI DI VEDUTE NELLA POLEMICA FRA MARINO E CARDINI

Tratto da Liberal n. 34 marzo/aprile 2006

di Franco Cardini

Non avevo e non ho alcuna intenzione di "stroncare" il libro di Marino. Le "stroncature" non mi piacciono e non ne faccio. Semmai, se un libro non mi piace o non mi convince, non lo recensisco ed evito di scriverne. Ma Ruggero Marino, che già in passato mi chiese una sua prefazione a un suo libro su Cristoforo Colombo, ha molto insistito con gli amici di "Liberal" affinché io recensissi anche il suo ultimo libro: era evidente che non ne avevo appunto alcuna voglia: non amo scrivere non dico "stroncature", ma nemmeno recensioni anche solo limitative dei libri che non mi piacciono, o non m'interessano, o non mi persuadono. Preferisco recensire quello che mi è piaciuto e di cui posso dir bene. So perfettamente che tale atteggiamento è, se non eccezionale, quanto meno minoritario fra i recensori: ma io sono fatto così. Avrei volentieri ignorato il suo libro, dal momento che non avrei potuto dirne bene. Ma egli è arrivato a dichiarare - mi dicono gli amici della redazione - che gli sarebbe andata bene anche una recensione negativa, purché ne scrivessi. Il che poteva significare solo due cose: o una sconfinata fiducia nel mio parere e una disposizione ad accettarlo qualunque fosse, al contrario di quanto poi ha fatto; oppure una pervicace volontà di farsi comunque pubblicità, strumentalizzando una recensione di una firma a suo avviso in qualche modo influente ed autorevole (applicando quindi un antico principio mediatico: parlate pure male di me, a patto che ne parliate, tanto più che con il tempo la qualità della menzione si dimentica, ma il suo ricordo permane). Se è così, mi sono lasciato strumentalizzare; e so di fare ancora una volta il suo gioco, rispondendo ad una replica che francamente non meriterebbe risposta né per la qualità degli argomenti usati, né per il tono. E' lui ad avermi ripetutamente cercato, non io lui; è lui ad aver usato in passato il mio nome per sostenere che vi sono storici che lo hanno preso in considerazione (e lamentando che altri non lo hanno fatto). Insomma dovrebbe essermi comunque riconoscente, per la disponibilità e per l'impegno che gli ho dedicato: ho ben altro da leggere che non le sue cose. Viceversa, il piglio risentito della sua replica (che si atteggia appunto a "recensione della recensione", con tanto di delusione per la superficialità del recensore) dimostra ch'egli non ha per nulla compreso lo spirito del mio scritto. Non gli rispondo a proposito delle sue insinuazioni sul lavoro dei docenti universitari, che sfrutterebbero le ricerche degli allievi eccetera. Queste sono chiacchiere indecorose, che non mi abbasso a confutare. Quanto alla "razza padrona" baronale, se mai è esistita (ma oggi non esiste più), io non vi ho mai appartenuto: per indole, e per scelta, ho sempre battuto altre strade. A ogni modo, in ordine a quanto sostiene, preciso quanto segue:

- il lettore interessato rilegga la mia recensione e giudichi se essa sia distratta, superficiale o non pertinente. Ribadisco, comunque, in sintesi, che Marino non dispone di serie conoscenze storiche sul contesto storico della seconda metà del Quattrocento; che egli non reca alcuna prova a sostegno della sua tesi d'un Colombo figlio di Innocenzo VIII e fornisce solo ipotesi e congetture ardue a recepirsi a proposito del sostegno di quest'ultimo al viaggio del 1492, attribuendo agli studiosi di Colombo lacune che in realtà sono sue; sul "Colombo templare" sorvolo, per evidenti motivi. Cerchiamo di esser seri;

- se Marino, non storico professionista, vuol far ricerca storica, si accomodi pure: il diritto alla ricerca è patrimonio di tutti. Dal canto mio, ho sempre impiegato gratis un sacco del mio tempo per aiutare persone della sua condizione: l'ho fatto volentieri e continuerò a farlo. Ma bisogna che chiunque vuole occuparsi di storia non disponendo di formazione adeguata s'impegni per impadronirsi di metodi e tecniche a ciò relativi; che accetti con un minimo d'umiltà le franche e costruttive critiche rivoltegli, soprattutto quando egli stesso le ha sollecitate; che cerchi di rendersi conto che, almeno nel mio caso, nessuna critica è formulata con malevolenza ma tutte servono, costruttivamente, per far sì che l'oggetto di tali critiche emendi gli errori e lavori meglio in futuro, nella coscienza, comune a tutti quelli che a qualunque titolo s'interessano seriamente di storia, che tutti facciamo errori e che tutti possiamo migliorare. In quest'ambito di cose l'adombrarsi è del tutto fuori luogo: chi ci corregge, impiegando per questo il suo tempo a nostro vantaggio, merita gratitudine, e questo vale sempre e per tutti;

- Marino imposta la sua replica in modo non solo apologetico e risentito, ma anche pretestuoso. Lo ripeto: è fuori strada. Le sue ripicche, illazioni, affabulazioni, esercitazioni retoriche, recriminazioni, denunce di errori o lacune altrui, analogie, confessioni autobiografiche, rivendicazioni varie, non servono. Se ritiene che gli addebiti da me mossi non siano corretti, li confuti con argomenti precisi: altrimenti ne prenda atto e se ne serva per lavorar meglio in futuro. Ma se vuole difendersi - cosa non necessaria, perché nessuno lo sta accusando: si sta solo rilevando qualche suo errore - usi temi e richiami pertinenti e a fonti e a circostanze che concretamente corroborino la validità del suo assunto o dimostrino l'errore di un mio rilievo o di una mia confutazione; altre "ragioni" non servono;

- Marino sostiene che molti illustri studiosi hanno dato del Suo lavoro pareri più generosi di quanto io non abbia fatto. Ne sono lieto e me ne congratulo con lui. D'altronde, io non sono affatto uno specialista in cose colombiane: ne so più o meno quanto può saperne uno che in effetti si è occupato un po' di viaggi per mare, pellegrinaggi, scoperte, eccetera. Ben più del mio, conta il parere dei Pistarino, delle Airaldi, delle Caraci e di tanti altri specialisti. Si rivolga a loro: e, se essi daranno ragione a lui e torto a me, farò com'è doveroso onorevole ammenda. D'altronde, dal momento che come recensore non l'ho soddisfatto, lo prego - perché ho davvero molto da fare - di non sollecitare d'ora innanzi il mio parere su cose riguardo alle quali egli ritiene che la mia competenza non sia sufficiente. Per quanto difatti egli mi ritenga ignorante, non saprà mai fino a che punto ha ragione. Questo, purtroppo, lo soltanto io.

 

di Ruggero Marino

Egregio (il caro, a questo punto, mi sembrerebbe troppo ipocrita) Cardini,
ho indugiato a lungo prima di replicare alla tua controreplica su "Liberal". Ma sono convinto che non si può lasciare passare sotto silenzio una ricostruzione dei fatti che nulla ha a che vedere con la verità. A cominciare dal termine "stroncatura" (riporto dal vocabolario Treccani: "critica molto dura e severa, talvolta ingiusta, intesa a sminuire la validità di un'opera, di uno scrittore...). Non mi pare che in proposito possano sussistere dubbi.  Ma anche la ricostruzione dei rapporti con "Liberal" è ben diversa da come sono andati effettivamente i fatti. Io nemmeno sapevo che eri fra i collaboratori. Il nome lo fece gentilmente, credo per farmi anche un favore, una redattrice anche amica mia, ed io replicai: "Credo che storcerà il naso fin dal titolo, ma d'altronde anche se dovesse fare una stroncatura è sempre Cardini...". Io, però, mi riferivo al possibile filone templare, che vedevo sotteso nella storia di Colombo e che ero certo ti sarebbe suonato sgradito. Per il resto, pensando soprattutto a quanto da te scritto in precedenza sulla mia ricerca, mi sentivo abbastanza rassicurato. Anche perché, pur essendo figlio del dubbio, ero certo di avere fatto un buon lavoro, sia pure nei miei limiti di "giorna-storico". E a confortarmi fu un'ulteriore telefonata compiaciuta della redattrice, che mi riferì del colloquio avuto con te ed in cui avevi espresso calorosamente la tua simpatia e il tuo apprezzamento nei miei confronti. Credo che la mia totale buona fede sia dimostrata dall'ultima telefonata avuta con te quando, fra l'altro, mi annunciasti di avere fatto una recensione "cordiale". Io, difatti, aggiunsi che ti avrei voluto come presentatore (e mi domando come avresti fatto, visto quello che hai scritto), che non era stato possibile non per mia scelta e chiesi persino un tuo possibile intervento per il "Sole" o per "L'Avvenire". Tanto ero convinto che, tutto sommato, ne sarei uscito bene, dato il precedente del 1997 e la pluridichiarata "simpatia".
Poi l'ennesima telefonata in cui mi si disse, con una certa sorpresa: "Guarda che Cardini c'è andato giù proprio duro, naturalmente tu potrai ribattere". Simpatia, cordialità e precedenti consensi si erano tradotti in quello che è stato pubblicato. Sedici anni di lavoro buttati alle ortiche. Per la gioia delle Airaldi e delle Caraci. Io incassai, anche se con amarezza, perché un intervento (stagnari, Bignami, edicole nelle stazioni....) di quel tipo proprio non me l'aspettavo. Visti anche la fiducia e il rispetto che avevo nei confronti della "controparte". La possibilità di replica io non l'ho nemmeno richiesta. Si sono sentiti in dovere di offrirmela in seguito al tenore della "recensione". Mi si dava una chance difensiva, ma sempre a forze impari (non mi riferisco al mestiere di storico: in questo caso la disparità è scontata), il che è dimostrato anche dalla titolazione, particolarmente punitiva nei miei confronti. D'altronde anche il responsabile (non fu naturalmente il solo) del Comitato Scientifico per le Celebrazioni colombiane del 2006 mi chiamò subito per dirmi "ironicamente": "E meno male che Cardini era tuo amico".
E qui torna in ballo la mia ingenuità.

1) Essendo stato responsabile della cultura de "Il Tempo", quando ne eri collaboratore, ho commesso l'errore di considerarti, se non proprio un amico, un collega, in quanto anche giornalista. Mentre solo ora capisco che ci tieni a mantenere le distanze: giornalisti da una parte, storici dall'altra.

2) Credevo che il mio precedente libro ti avesse interessato, visto quanto avevi scritto e dato che avanzavo una ricostruzione diversa di un evento come quello della scoperta dell'America, che non è una bazzecola. Pensavo di avere coinvolto lo storico e soprattutto lo scienziato. Anche in questo caso, è evidente ("ho ben altro da leggere"), ho commesso un errore.

Strumentalizzazione. Cardini è e resta Cardini, Marino è solo Marino. Ma il "gazzettiere" non si è mai sognato di strumentalizzarla (a questo punto mi viene naturale il lei), perché non fa parte del suo modo di essere e di vivere. Avrei potuto farlo con le carte che ho di Taviani, che fino a ieri era reputato (in morte i suoi colleghi colombisti e sopratutto le colleghe che lei cita e che lo "veneravano", si stanno prendendo più di una "coraggiosa" rivincita nei suoi confronti) uno fra i maggiori colombisti del mondo. Ho pubblicato solo dopo 7 anni una lettera in cui mi dava del "geniale", stanco delle offese dei rabbiosi "cuccioli" tavianei. E' vero che ho usato talvolta il suo nome, ma mi pare che nessuno l'abbia condizionata per la prefazione, che accettò di buon grado di fare al mio libro del 1997.
Riconoscenza. Lo sono stato e resto riconoscente della prefazione che mi fece, anche se adesso non ha più il minimo valore. Prefazione che all'editore non era piaciuta, al punto che non voleva pubblicarla. Io la ritenni abbastanza onesta e rinunciai al mio anticipo, purché lei venisse pagato delle sue due cartelle. E la mia riconoscenza la dimostrai ancora, quando lei mi fece richiesta, prima della mia pubblicazione, di quello studio di Bausani, che io ritenevo per me fondamentale e che le feci avere in anteprima rispetto al mio lavoro. Dati i miei precedenti con i professori fu anche un segno della fiducia che avevo.
Quanto alle costumanze di molti professori  (purtroppo ne sono rimasto vittima in più di un'occasione) e alla "razza padrona e barona" l'altro giorno ho sentito, in una trasmissione TV, uno scambio di considerazioni fra Augias ed Odifreddi, che ripetevano più o meno le stesse cose che ho scritto io. Per quanto riguarda l'invito ai lettori di andare a rileggere la sua "recensione" io la invito a rileggerla a sua volta. Si accorgerà dei toni e degli argomenti, degli aggettivi e dei sostantivi, delle considerazioni offensive anche sulla persona ("il ragazzino di strada" ha 66 anni), che hanno provocato la mia legittima reazione. Che io non sia uno storico, secondo i canoni classici, è risaputo, nel primo libro lo affermavo ad ogni piè sospinto e più di una persona mi ha rimproverato per questo. Lei mi fa sempre dei nomi per lei "doc". Pistarino, come Taviani, si è occupato delle mie ricerche. Quanto all'Airaldi e alla Caraci saranno per lei delle colombiste doc, ma non accetto lezioni da chi nemmeno si era accorto dell'esistenza di un papa genovese dal 1484 al 1492. Mi spiace, caro Cardini, lei è libero di giudicarmi come vuole come scrittore e come "storico", ma non mi conosce, e questo non la può certo autorizzare a stroncarmi adesso anche come persona. E, in questo caso, a mia volta non mi "abbasso" a confutarla. Chieda di me, se crede, agli "amici di Liberal". Io cercherò, per quanto possibile, di seguire i suoi suggerimenti ma, la prego, non faccia illazioni sulla mia correttezza e sulla mia lealtà.  La sua "influenza", che io riconosco, non le dà carta bianca persino su questo, nonostante la finta modestia. Continuerò a comprarla e a leggerla. In questo caso con il piacere di sempre e sicuro, sotto questo aspetto e solo sotto questo aspetto, di avere sempre qualcosa da imparare da lei.

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LA RISPOSTA DI MARINO A CARDINI

18 Gennaio 2006

Ho letto anche con divertimento la stroncatura di Franco Cardini sul mio libro "Cristoforo Colombo l'ultimo dei Templari" (Sperling & Kupfer Rai Eri). Perché di stroncatura si tratta. Ma l'ho riletta più volte, soprattutto, con una profonda delusione per il tipo di argomentazioni scelte. A fronte di un lavoro di circa 350 pagine, di cui non si affrontano mai le tesi di fondo e quando lo si fa lo si fa di sfuggita e, mi si perdoni, con fumantina superficialità.

1) Cardini dice che io non sono uno storico. E chi l'ha mai detto? Io mi considero un "giorna-storico" e soprattutto un geografo fai-da-te, che tale è costretto a restare in solitudine, nonostante i frustrati tentativi di lavoro in équipe. Purtroppo io non dispongo di giovani studenti da utilizzare e sguinzagliare, di uffici, di segreterie e di finanziamenti per la ricerca. Cardini aggiunge, contraddicendosi ripetutamente, che ognuno deve fare il suo mestiere, ma mi incita, nonostante tutto ad andare avanti. Io invito Cardini ad andare a rileggersi quanto scrisse, nel 1997, per il mio "Cristoforo Colombo ed il papa tradito", dove affermava: "Eppure l'idea che Ruggero Marino abbia toccato una questione storica d'importanza rimane… Bloch diceva che lo storico è come l'orco; e che, dovunque senta odore di carne umana, là c'è il suo pasto. Conosco storici che non hanno nulla di questa sublime forma di antropofagia: sono soltanto dei malinconici, uggiosi topolini di biblioteca; e quando squittiscono le loro ricerchine stitiche nelle quali sono fermamente convinti che il mondo si esaurisca, il loro è il solito ruggito del topo. Marino, invece, no: lui un po' di sangue dell'orco ce l'ha". A questo punto lei mi confonde. Sono un aspirante lupo mannaro o un "contaballe"? Dal 1997 sono passati 8 anni. Puó essere che, dopo ulteriori letture, il "sangue" si sia talmente annacquato? Aggiungeva che ero "intollerabilmente ingenuo, tremendamente coinvolgente" e aggiunge oggi "generoso", "simpatico", "cordiale". Si possono conciliare queste qualità con l'arroganza? Con l'"illuso", "velleitario", "presuntuoso", che lei rivolge a se stesso, perché suocera intenda?

2) Cardini avverte che per fare uno storico ci vuole una vita. Non ho mai detto il contrario. Io mi occupo a tempo quasi pieno da 16 anni, credo non siano pochi, della scoperta dell'America e di Colombo. Ed è evidente che mi rivolgevo soprattutto alla categoria dei colombisti. Perché nessuno mi convincerà che la storia di Colombo sia il frutto del preteso rigore professional-scientifico. Colombo è per gli spagnoli scientificamente loro, altrettanto per i portoghesi, non parliamo degli italiani e via così… ognuno con le sue brave pezze d'appoggio documentali. In un girotondo dalla sconcertante "scientificità". E mai come per Colombo si puó richiamare l'abusato paragone del marziano, al quale lei purtroppo ricorre. Di un "marziano-vu-cumprà-chicano-messicano", che varca la frontiera ed entra negli Stati Uniti in pieno terzo millennio; e nella più sbandierata delle moderne democrazie pretende di andare da Bush. Per essere ricevuto alla Casa Bianca. Dove si dice pronto a trovare altri pianeti ed altre vite, purché gli vengano affidate tre astronavi. A patto di diventare il signore di quei nuovi mondi. E quel tonto di Bush gli darebbe la sua benedizione. E' credibile oggi tutto questo? E' credibile tutto questo, trasferito nel 1492, con re come Ferdinando ed Isabella, che fanno fuori i grandi di Spagna, musulmani ed ebrei? E' credibile la vicenda di un oscuro, ignorante marinaio che non sa niente, ma che indovina tutto, che frequenta il re del Portogallo, che poi tratterà, a scoperta avvenuta, peggio di come lei praticamente tratta me? In quel Portogallo dove sposa a corte una nobile fanciulla? Cosa normalissima, a quel tempo, in notorie e conclamate democrazie…? Che va in Spagna e viene ricevuto dalle teste coronate alle quali impone il suo diktat? Che se la fa con monaci e cardinali? Che dà a papa Borgia le direttive per spaccare in due il mondo come una mela? Che si scrive con il Toscanelli? Che minaccia di andare per qualcuno dal re di Francia per altri dal re di Inghilterra, dove si trovava il fratello Bartolomeo? Professore io, a differenza sua, l'apprezzo. Le pare credibile tutto questo fumetto d'antiquariato, questa "soap opera" d'annata-e-dannata ? Ho letto anche Le Goff (non vorrei sbagliare) che afferma che per quei tempi non ci puó fermare ai documenti, ma bisogna osare con la fantasia. A me che, anche con intuizione-fantasia (e non solo) procedo nel mio fai-da-te, pare che in questa "scientifica" ricostruzione di fantasia ce ne sia troppa. Ma aggiungo, e qua sfioro l'arroganza, che ci sono elementi più documento del documento, dai quali non si puó prescindere: e sono la logica, il buon senso, in certi casi addirittura l'evidenza. E torniamo ai colombisti. Ai membri della Commissione scientifica del 1992, per i 500 anni della scoperta dell'America, io mi sono rivolto umilmente a quasi tutti, per averne in risposta sorrisini di scherno: "Fesserie di un giornalista… a lei non risponderemo visto che è un giornalista…, lei non ha letto il mio studio… non è carino con gli spagnoli…" e via così. Per tacere delle insolenze sui giornali di Genova. Dove sulle mie ricerche, vere, ipotetiche o sbagliate che fossero, compariva si e no una riga. Mentre loro potevano scrivere quello che volevano e alle mie repliche, a dispetto di ogni deontologia professionale, ero allora redattore capo de "Il Tempo", non compariva una riga. Mi rivolsi perció altrove. Avevo trovato un confidente in un professore di Perugia. In un periodo in cui ebbi dei problemi di salute uscì un suo libro; il "clou" era costituito da tutti i particolari inediti che gli avevo rivelato. Un altro mi fece chiamare da un suo amico per farmi comunicare che era d'accordo e che lui aveva già scritto in contemporanea le stesse cose. Il professore in questione, mi si disse, mi avrebbe potuto dare la copertura accademica che mi mancava nei convegni internazionali. Pregai l'amico del professore di inviarmi le pubblicazioni, dove si parlava delle stesse cose che avevo scritto io. Le pubblicazioni non sono mai arrivate. Non le dico poi delle censure vere e proprie, dei cialtroni e dei plagiatori che sono spuntati. Potrei continuare, inoltre, in un lungo "florilegio", anche di errori "scientifici" che mi riguardano e che ritengo premeditati. Purtroppo quando si verificano tante "coincidenze" un minimo di paranoia è inevitabile. Mentre, come membro della nuova Commissione colombiana, ho appreso questo aneddoto, per me esemplare, circa la rivalità fra due baroni della scienza, chiamati dal re per risolvere, a favore dell'uno o dell'altro, la loro supremazia. Solo che uno dei due era cieco da un occhio. Il re disse a quello che aveva due occhi: "chiedimi per i tuoi studi qualsiasi cosa ed io te la concederó, ma sappi che lo stesso faró anche per il tuo rivale"; la risposta fu: "cavami un occhio". E le pare, professore che, a questo punto, mi possa riconoscere nel "monellaccio" (io ancora tale, eternamente ragazzaccio alla mia non "giovanissima" età, lei naturalmente cresciuto e solo "ex"…) al quale mi paragona e che sogna di fare parte del giardino dell'Eden, al di là del cancello che gli è precluso? E crede veramente che mi senta frustrato ed esacerbato per non essere cooptato alla presunta "corte dei sapienti"? Fa decisamente torto anche al mio minimo di amor proprio e di intelligenza (sempre che ne abbia una). Per concludere con i colombisti le faccio presente che noi giornalisti quando ci sfugge una notizia importante parliamo di "buchi" e facciamo ammenda. Come considera lei la voragine abissale di un papa genovese, Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo (1484-1492), praticamente ignoto ai colombisti (persino al genovese Taviani) e pochissimo conosciuto a Genova?

3) Cardini divide poi le mie fonti in "fonti doc" e "fonti spazzatura". In proposito mi pare che si echeggi, ancora superficialmente, il distinguo "rock o lento" di Celentano. Io, professore, saró tremendamente ingenuo, ma non riesco a pensare che uno si alzi la mattina, fatta salva qualche eccezione, per affrontare l'onere e la fatica, perché tale è sempre, di scrivere un libro, per raccontare unicamente balle. Forse per affrontare queste letture bisogna spogliarsi di una forma inveterata di "razzismo culturale". Mentre resto convinto che anche nel libro più "spazzatura" ci possa essere un rigo prezioso, in grado di aprire una strada che necessita, comunque, di ulteriori verifiche. Senza contare che alcuni dei libri-spazzatura che lei cita mi sono stati consigliati da alcuni suoi emeriti colleghi. Senza contare che suoi emeriti colleghi non hanno mostrato la sua insofferenza, ma ne hanno elogiato più di un contenuto, presumo "spazzatura" compresa. E mentre "Il giornale dei misteri", che lei ironicamente cita, non si è speso per me, il "Times", che non è un giornaletto, mi ha dedicato due pagine. Ma le diró ancora di più, a costo di sfiorare l'improntitudine. Volutamente e provocatoriamente, fra un testo "doc" e un testo "spazzatura", a parità di informazioni, io ho preferito citare i secondi, poiché fra tante scorie offrono a chi vuole cercare qualche spunto all'intelligenza vera e fanno più solletico al cervello di tanta supponente erudizione. Ho letto un'infinità di illeggibili libri "doc" che non sono altro che un elenco del telefono di date, di nomi, di fatti e fattarelli, a loro volta preziosi, ma che non hanno mai un barlume in grado di restituire l'atmosfera e tanto meno la psicologia dei tempi e degli uomini. Specie per quei potenti che non possono non avere avuto anche complicati disegni nelle loro teste.

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QUANDO LA STORIA È SCRITTA DAI DILETTANTI

Tratto da Liberal dicembre/gennaio 2005-2006 pp. 128-135

di Franco Cardini

Un giorno o l’altro mi deciderò a scrivere un libro autobiografico-professionale sul mio lavoro: e, parafrasando il capolavoro del grande Lévi-Strauss, lo chiamerò Tristi storici. In realtà guadagniamo poco ma, quando facciamo le nostre cose con serietà, con passione e un po' di humor, ci divertiamo un sacco, impariamo tante belle cose, giriamo il mondo con la scusa dei congressi internazionali e insomma - beghe accademiche a parte - i più intelligenti fra noi sono contenti di quel che fanno. Salvo per una cosa: soprattutto in Italia. Unici tra i professionisti (insieme forse con i poeti), non siamo protetti da alcuna «esclusiva». Sarà anche giusto, ma è penoso. Mi spiego meglio. Ricevo di continuo manoscritti da leggere e vengo assalito dappertutto (anche in treno e al ristorante), da giornalisti, ragionieri, penalisti, odontoiatri, stagnari e ciabattini: tutti hanno nel cassetto un dotto saggio storico da farmi leggere e da pubblicare, tutti se la prendono - mentre si rivolgono a uno storico «accademico» magari pessimo, ma pur sempre tale - con gli storici appunto «accademici», che non hanno mai capito questo o hanno sempre nascosto per loro loschi fini la verità su quest'altro. Tali solerti, entusiasti e perspicaci amateurs d'histoire (che spesso, nel loro prezioso cassetto, conservano anche delle belle poesie...) sono convinti d'aver capito tutto su questo o d'essere in grado di svelare il Mistero su quest'altro. Il guaio è (che io e i miei colleghi non siamo in grado di render loro la pariglia. Perché se io confidassi a ciascuno di loro di aver scritto un dotto e risolutivo saggio sulla tecnica della comunicazione nell'era dell'informatica, sulle problematiche della partita doppia relativa ai rendiconti fiscali, sulla genesi della penalistica francese durante la Terza Repubblica, sulla patologia dei premolari superiori nonché sulle nobili arti del riparar tubature o calzature, sarei giustamente trattato da illuso, da velleitario, da presuntuoso, da incompetente maneggione e pasticcione. Perché io capisco perfettamente che tutti i loro mestieri sono complessi e che non basta una vita interamente dedicata a ciascuno di essi per farli davvero bene: ma loro si rifiutano coralmente di pensar la medesima cosa del mio. Per esser buoni storici, basta ricordarsi un po' di Bignami, aver acchiappato qualche idea qua e là, aver letto o anche solo orecchiato un po' di libri qua e là, magari essere abbonati al Giornale dei Misteri, et voilà...
Purtroppo, come diceva don Giovanni, io son per mia disgrazia uom di buon cuore: e, più che irritarmi o indignarmi, la cosa mi diverte. In fondo, è un fatto che la ricerca storica vera è in crisi, che si tagliano di continuo i fondi a essa destinati, che un sacco dei nostri ragazzi più promettenti vanno all'estero per continuar a studiare: e allora perché non stare al gioco per recuperare in termini di mass media quel che si è perduto in termini di spazio istituzionale, fosse pure per star al gioco - accettare il diktat che la storia è quella cosa fatta di piramidi egizie, di Templari, di Santo Graal, d'inquisizione e di «nazismo magico», visto che gli amateurs prediligono appunto quasi esclusivamente tali temi? Però, forse un po' di moderazione e un po' più di fantasia anche da parte loro non guasterebbe.
Ho molta simpatia per Ruggero Marino, esperto ex giornalista de Il Tempo, uomo cordiale e generoso, scrittore esperto e prolifico, innamorato cultore della storia di Cristoforo Colombo a proposito della quale - come, lo confesso, spesso accade ai veri e grandiamateurs - certamente conosce un sacco di aneddoti e di particolari più del più esperto tra gli storici di professione (figurarsi di me). Solo che - esattamente come succede a me, storico, quando faccio il giornalista, pur essendo iscritto all'Elenco Pubblicisti da più d'un ventennio - manca di cognizioni professionali circa i metodi e le tematiche della ricerca storica: e non le conseguirà mai per la semplice ragione che, per fare uno storico passabile (come per far un qualunque passabile professionista, in qualunque professione), ci vuole una vita intera. Con tutto ciò, non dimentico mai che spesso le autentiche scoperte, i veri scoops, li fanno i dilettanti, non i professionisti. Conosco seri e valorosi archeologi che, in tutta la loro irreprensibile carriera scientifica, hanno scoperto sì e no qualche coccio e un paio di brutte monetine di rame: invece, le rovine di Troia e le tombe dei principi di Micene le scopri Heinrich Schliemann, un dilettante pasticcione armato solo della sua passione per l'Iliade. Ciò non toglie che Schliemann sbagliasse date e attribuzioni, che confondesse irrimediabilmente gli strati archeologici con i suoi scavi dissennati e via dicendo: e che bisogna aver il triste e noioso coraggio di ammettere che, a quel che di solito si definisce il progresso degli studi, hanno contribuito di più i tanti onesti e mediocri archeologi collezionatori di cocci e di monetine che non il glorioso responsabile del maxi-scoop della collina di Hissarlik. Non mi meraviglierebbe pertanto se Ruggero Marino avesse ragione su tanti fra i problemi ch'egli propone a proposito dello scopritore del Nuovo Mondo in Cristoforo Colombo, l'ultimo dei Templari. La storia tradita e i veri retroscena della scoperta dell'America (Sperling e Kupfer, XIII-343 pagine, 18,00 euro). Sono tante le cose che ancora non sappiamo, che non sapremo mai: e il mio richiamo alla professionalità non va certo inteso come pretesa di esclusività. la verità è patrimonio di tutti ma non è esclusiva di nessuno. Solo che qui non si parla della verità obiettiva, che per definizione - quando non la si consideri sotto il profilo della metafisica - è inconoscibile e irraggiungibile: Quid est Veritas?, chiese una volta un procuratore imperiale di Giudea a un oscuro agitatore galileo venuto a Gerusalemme a far casino; e l'agitatore non seppe, o non poté (o, come io credo perché di quell'agitatore sono un tardivo seguace) rispondere. Qui si parla dell'unica verità che sia in ballo quando si scrive di cose storiche, vale a dire della verità storica: che muta a ogni mutar di generazione, a ogni svolta della nostra sensibilità culturale e del nostro patrimonio erudito, a ogni incendiarsi d'archivio, a ogni nuova scoperta tecnologica che riesca a far parlare fonti e reperti fino a un istante prima inerti e muti. E sarà duro, sarà disperante, ma non v'è scelta: chi vuol parlare di storia accetta implicitamente di scendere su questo piano, deve irrimediabilmente misurarsi con la costruzione di questo tipo di verità. Ruggero Marino non è più giovanissimo e ha alle spalle una bella, intensa carriera giornalistica. Nessuno gli rimprovera quindi il fatto di non disporre di competenze in fatto di paleografia, di diplomatica, di archivistica, di sfragistica, di cartografia storica, di filologia classica e romanza, di storia delle istituzioni e di tante altre discipline per aver competenze appena sufficienti in alcune delle quali bisogna aver affrontato anni e anni di tirocinio. È normale che egli non se ne intenda: fa ottimamente un altro lavoro. Solo che, quando di tali competenze non si disponga e si commetta l'imprudenza d'affrontar temi per adeguatamente trattar i quali esse sono tutte indispensabili (e occorrerebbe quindi, come di fatto occorre, il lungo lavoro in équipe di molti specialisti...), si è costretti a ricorrere al bricolage: qualche libro qua e là, imbattendosi talor in ottimi studi e talaltra in deprecabili bufale. E allora si hanno molte intuizioni anche intelligenti e spiritose ma purtroppo ametodicamente disposte e sviluppate; ci si abbandona a giochi d'incastro fondati su analogie e coincidenze simboliche o numeriche o calendariali di per sé magari curiose e divertenti ma irrilevanti (si legga l'incredibile sequenza simbolico-indiziaria su Genova, alle pp. 29-31); ci si dà a rilievi eruditi e polemiche umorali sparsi qua e là, un po' come i ragazzini di ~ dispettosi che vedano, al di là d'invalicabili cancellate, fanciulli viziati giocar stolidamente in ben pettinati giardini ignari e quasi certamente indegni della fortuna toccata loro, e contro quegli immeritevoli privilegiati lancino turpiloquianti ingiurie e maleolenti proiettili. Ebbene: di fronte agli storici pigri e ignavi ma ohimè ciò nonostante competenti, chiusi nella turris nemmeno più troppo eburnea delle loro dotte ricerche alla Vaticana, all'Ecole des Hautes Etudes o a Harvard, il ragazzaccio Marino si comporta esattamente come i suoi colleghi ragazzacci di strada: e io, ex-ragazzaccio di San Frediano, sono sentimentalmente con lui. Tuttavia, per dovere professionale e amor di scienza, non posso condividere il suo punto di vista.

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