DOCUMENTI

NELLA LETTERA A COLOMBO IL MOTTO DEI TEMPLARI

Jaume Ferrer ensenando al nino Colon

 

Siamo nel 1495. La lettera è indirizzata al «Muy magnifico y spectable Señor Almirante de Las Indias, en la grande isla de Cibau». Ovvero Cristoforo Colombo. A scriverla è Jaime Ferrer, un personaggio, fuori del comune, di cui si sa molto poco. Si occupa di oro, argento, gioielli, pietre preziose: è ufficialmente un «lapidario». Ma la sua cultura spazia in ogni dove. Ferrer va giovanissimo a Napoli, nel 1466 si trova nella città sul golfo, nel palazzo reale: è la Napoli dei Cybo, dove Aronne è Viceré, dove si trovano anche i Santángel, i Pinelli, i Geraldini ... Frequenta, a sua volta, solo grandi famiglie, lo accomuna a Colombo una visione mistica e cattolica dell’ecumene. Conduce una vita austera, come Cristoforo, nonostante le ricchezze che passano per le sue mani, non mostra «mai attaccamento ai facili piaceri, non mancò mai di esercitare una rigorosa fedeltà alle sue convinzioni religiose e morali». Serietà, austerità, onestà, dirittura etica e una vasta cultura impregnata di spirito cristiano caratterizzano il personaggio. Parrebbe per molti versi un gemello di Colombo e di Toscanelli.
Nel 1488 si è recato a Genova per accompagnare l’ambasciatore Giovanni Galiano, ha reso omaggio nella chiesa di san Lorenzo al Sacro Catino, la reliquia verde smeraldo, il Sacro Graal che Gesù utilizzò nel corso dell’ultima cena per sciacquarsi le mani e nel quale fu raccolto il sangue di Cristo. Portato a Genova dalla crociata, ora chiama di nuovo al riscatto della Terra promessa. Di fronte al talismano verde, un simbolo dalla forza soprannaturale per i cavalieri e tutti i cristiani, anche Colombo deve essersi inginocchiato. La «cerca» del calice sacro e prezioso continua.
Ferrer e Colombo si conoscono? Si conobbero a Genova, a Napoli o altrove? Certamente si scrivono. Una lettera clamorosa: «La Regina nostra Signora mi ha ordinato di scrivervi... certo è che il compito, che voi state adempiendo, vi affida il ruolo di apostolo e ambasciatore di Dio, mandato per Suo divino giudizio a far conoscere il Suo Santo Nome in contrade che ignorano la verità. Non sarebbe frutto della ragione né precetto divino che partecipasse alle vostre gloriose fatiche in codeste contrade un cardinale di Roma, perché l’importanza e il peso del suo mantello e la dolcezza della sua morbida vita gli tolgono la voglia d’intraprendere un tale cammino; mentre è cosa certa che per questa medesima causa e missione venne a Roma il principe degli apostoli, magro, scalzo, con la tunica sdrucita, nutrendosi spesso di solo pane non saporito. E se da codesta vostra gloriosa missione l’anima vostra talvolta si eleva in contemplazione, trovi rifugio ai piedi del grande profeta e canti ad alta voce al suono dell’arpa: ‘Non nobis, Domine, non nobis, sed Nomini tuo da gloriam’». «Non a noi, non a noi, Signore, ma al tuo nome dona la gloria.» Una comunicazione, una parola d’ordine da Templare a Templare. Una frase che vale più di un’infinità di documenti, di testimonianze menzognere, equivoche e contraffatte. Poche parole: sono il sigillo e il suggello, non più una semplice ipotesi o una fascinosa suggestione. Rappresentano il motto, esatto fino alla virgola, dei cavalieri Templari. Quanto meno strano. L’ordine non si era mai estinto. Si era, possiamo dire, «riciclato», trasferendosi in altri ordini, o ha cambiato semplicemente il nome, nei casi peggiori è finito in sonno.

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LA LETTERA ENCICLICA DI PAPA LEONE XIII PER LA BEATIFICAZIONE DI COLOMBO

Papa Leone XIII         lettera enciclica Leone XIII

AI VENERABILI FRATELLI

ARCIVESCOVI E VESCOVI DI SPAGNA

D’ITALIA E DELLE AMERICHE

LEONE PP. XIII

Venerabili Fratelli, Salute ed apostolica benedizione.

 

Leone XIII

Allo spirare del quarto secolo dal dì che, auspice Iddio, l’intrepido Ligure approdò primo di tutti, di là dall’Oceano Atlantico a sconosciuti lidi, vanno lieti i popoli di celebrare con sentimenti di gratitudine la memoria di quel fatto e di esaltarne l’autore.
E certo non si saprebbe agevolmente trovar cagione d’infervorare gli animi e destar entusiasmo più degna di questa. Poiché il fatto è in se stesso il più grande e meraviglioso di quanti mai se ne videro nell’ordine delle cose umane: e l’uomo che recollo a compimento non è paragonabile che a pochi di quanti furono grandi per tempra d’animo e altezza d’ingegno. Surse per lui dall’inesplorato grembo dell’Oceano un nuovo mondo: milioni di creature ragionevoli vennero dall’oblio e dalle tenebre a integrare la famiglia umana: di barbare, fatte mansuete e civili: e quel che più infinitamente importa, di perdute che erano, rigenerate alla speranza della vita eterna, mercè la partecipazione de’ beni sovrannaturali, recati in terra da Gesù Cristo. L’Europa, percossa allora di meraviglia alla novità e grandezza del subitaneo portento, fece poi stima di quanto essa deve a Colombo, mano mano che le colonie stabilite in America, le comunicazioni incessanti, la reciprocanza di amichevoli uffizi, e l’esplicarsi del commercio marittimo diedero impulso poderosissimo alle scienze naturali, alla possanza e alle ricchezze nazionali, con incalcolabile incremento del nome Europeo. Laonde fra sì varie manifestazioni onorifiche, e in questo conserto di gratulazioni, non vuol rimaner muta la Chiesa cattolica, usa com’è ad accogliere volenterosa e promuovere secondo sua possa ogni onesta e lodevole cosa. Vero è che i sovrani suoi onori la Chiesa li serba all’eroismo delle virtù morali in quanto ordinate alla vita eterna: ma non per questo misconosce né tiene in poco conto gli altri eroismi: che anzi compiacquesi ognora di far plauso ed onore ai benemeriti della civil comunanza, e a quanti vivono gloriosi nella memoria dei posteri. Perché Iddio è bensìmirabile sovra tutto ne’ santi suoi; ma l’orma del divino valore rifulge a meraviglia anco negli uomini di genio, giacché il genio è pur esso un dono gratuito di Dio creatore e padre nostro.

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LA LETTERA DI COLOMBO AL RITORNO DALLA “SCOPERTA” (1493)

PRIMA RELAZIONE DI CRISTOFORO COLOMBO SUL VIAGGIO NEL NUOVO MONDO SCRITTA IL 14 MARZO 1493, QUANDO COLOMBO RIENTRO' IN SPAGNADATA AL TESORIERE DEL RE IL 30 APRILE 1493

DOCUMENTO ORIGINALE

 

lettera di Colombo scoperta America 01     lettera di Colombo scoperta America 02     lettera di Colombo scoperta America 03     lettera di Colombo scoperta America 04     lettera di Colombo scoperta America 05     lettera di Colombo scoperta America 06     lettera di Colombo scoperta America 07

 

lettera di Colombo scoperta America latino-01     lettera di Colombo scoperta America latino-02     lettera di Colombo scoperta America latino-03     lettera di Colombo scoperta America latino-04     lettera di Colombo scoperta America latino-05     lettera di Colombo scoperta America latino-06     lettera di Colombo scoperta America latino-07

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L’ANNUNCIO DA PARTE DI COLOMBO DELLA “SCOPERTA” DEL 12 OTTOBRE 1492

spiaggia Colombo 1            spiaggia Colombo 2            spiaggia Colombo 3

 

[Carta de Cristóbal Colón (a quien nuestra época tanto debe) acerca de las islas de la India, ubicadas más allá del Ganges, recientemente descubiertas. A las cuales islas había sido enviado hace ocho meses con los auspicios de los muy invictos reyes de las Españas, Fernando e Isabel, para buscarlas. Habiendo sido enviada la tal carta al magnífico señor Gabriel Sanxis, tesorero de aquellas serenísimas majestades, el noble y letrado varón Leandro de Cosco la tradujo del idioma español al latín, el 30 de abril de 1493. En el año primero del pontificado de Alejandro Sexto].

lettera Debido a que las interpretaciones muy buenas han tenido éxito, sé que será agradable para usted: he decidido relatarlas, para que pueda conocer todo lo que se ha hecho y lo que descubrió en este nuestro viaje: En el trigésimo tercer día después de partir de Cádiz, llegué al mar de la India, donde encontré muchas islas habitadas por un sin número de hombres, tomé posesión por nuestro rey más afortunado, con pregoneros heraldos y estandartes, sin una objeción. Para el primero de ellos di el nombre del bendito Salvador, de cuya ayuda confiaba que había llegado a este y a las otras islas. Pero los indios lo llaman Guananhany. También llamé a cada uno de los otros por un nuevo nombre. Porque ordené que una isla se llamara Santa María de la Concepción, otra Fernandina, otra Isabella, otra Juana, y así sucesivamente con el resto.
Tan pronto como llegamos a la isla que acabo de llamar Juana, continué a lo largo de su costa hacia el oeste por una cierta distancia; lo encontré tan grande y sin un final perceptible, que creí que no era una isla, sino el país continental de Cathay; viendo, sin embargo, que no hay pueblos o ciudades situadas en el mar, pero sólo algunos pueblos y granjas rudas, con cuyos habitantes no puedo conversar, porque tan pronto como nos vieron huyeron. Seguí avanzando, pensando que descubriría alguna ciudad o grandes residencias. Por fin, al ver que habíamos llegado lo suficientemente lejos, que no había nada nuevo, y que este camino nos llevaba hacia el norte, lo cual deseaba evitar, porque era invierno en la tierra, y era mi intención ir al sur, además los vientos se estaban volviendo violentos, por lo tanto determiné que no había otros planes practicables, y así, regresando, volví a cierta bahía que había notado, desde la cual envié a dos de nuestros hombres a la tierra, que ellos podría averiguar si hubo un rey en este país o en alguna ciudad. Los hombres viajaron durante tres días, y encontraron personas y casas sin número, pero eran pequeños y sin ningún gobierno, por lo tanto regresaron.
Mientras tanto, había aprendido de ciertos indios, a los que había agarrado allí, que este país era realmente una isla, y por lo tanto procedí hacia el este, manteniendo todo el tiempo cerca del costo, por 322 millas, hasta los extremos de esta isla. Desde este lugar vi otra isla al este, distante de esta Juana 54 millas, que llamé inmediatamente a La Española; y yo navegué hasta allí; y me dirigí a lo largo de la costa norte, como en Juana, hacia el este, 564 millas.
Y la dicha Juana y las otras islas allí parecen muy fértiles. Esta isla está rodeada por muchos puertos muy seguros y anchos (...) Muchos ríos grandes y saludables fluyen a través de él. También hay muchas montañas muy altas allí.
Todas estas islas son muy bellas y se distinguen por diversas cualidades; son accesibles y están llenos de una gran variedad de árboles que se arrastran hasta las estrellas; las hojas de las que creo que nunca se pierden, porque las vi verdes y florecientes como suelen ser en España en el mes de mayo; algunos de ellos florecían, otros daban fruto; algunos estaban en otras condiciones; cada uno estaba prosperando a su manera. El ruiseñor y varias otras aves sin número cantaban, en el mes de noviembre, cuando los estaba explorando.
Además, en la mencionada isla Juana, siete u ocho tipos de palmeras, árboles, que superan a los nuestros en altura y belleza, al igual que todos los demás árboles, hierbas y frutas. También hay excelentes pinos, extensas llanuras y praderas, una variedad de aves, una variedad de miel y de metales, excepto el hierro.
En la que se llamaba La Española, como dijimos antes, hay montañas grandes y bellas, vastos campos, bosques, llanuras fértiles, muy aptos para plantar y cultivar y para la construcción de casas (...) Los árboles, pastos y frutos de esta is a difieren mucho de los de Juana. Esta La Española, además, abundan en diferentes tipos de especias, en oro y en metales. En esta isla, de hecho, y en todas las otras que he visto, y de las que tengo conocimiento, los habitantes de ambos sexos van siempre desnudos, tal como vinieron al mundo, excepto algunas de las mujeres, que usan una cubierta de una hoja o algo de follaje, o una tela de algodón, que ellos mismos hacen para ese propósito. Todas estas personas carecen, como dije antes, de todo tipo de hierro; también están sin armas, que de hecho son desconocidas; ni son competentes para usarlos, no a causa de la deformidad del cuerpo, porque están bien formados, sino porque son tímidos y están llenos de miedo. Sin embargo, llevan armas para cazar (...) Distribuí todo lo que tenía, telas y muchas otras cosas, sin retorno a mí; pero son por naturaleza temerosos y tímidos. Sin embargo, cuando perciben que están seguros (...) son de modales sencillos y dignos de confianza, y muy liberales con todo lo que tienen, no registran a nadie que solicite algo que puedan poseer e incluso ellos mismos nos invitan a pedir cosas. Muestran un mayor amor por todos los demás que por ellos mismos; dan cosas valiosas por pequeñeces (...) Estas personas no practican ningún tipo de idolatría; por el contrario, creen firmemente en toda fuerza y poder (...) Tan pronto como llegué a ese mar, tomé por la fuerza a varios indios en la primera isla para que pudieran aprender de nosotros (...) En todas estas islas, cada hombre está contento con una sola esposa, excepto los príncipes de los reyes, a quienes se les permite tener veinte. Las mujeres parecen trabajar más que los hombres (...) No encontré monstruosidades entre ellos, como muchos suponían, sino hombres de gran reverencia y amigos. Ni son negros como los etíopes. Tienen el pelo liso, colgando hacia abajo. No permanecen donde los rayos solares envían el calor, porque la fuerza del sol es muy grande aquí, porque está distante de la línea equinoccial (...) No tenía conocimiento de ellos en ninguna parte excepto una isla llamada Charis, que es la segunda en pasar de La Española a la India. Esta isla está habitada por ciertas personas consideradas muy belicosas por sus vecinos.
Estos comen carne humana. Dichas personas tienen muchos tipos de botes de remos, en los que cruzan a todas las otras islas indias, y se apoderan de todo lo que pueden. Difieren de ninguna manera de los demás, sólo que llevan el pelo largo como las mujeres. Usaron arcos y dardos hechos de cañas, con ejes afilados sujetos al extremo más grande, como hemos descrito. Por este motivo, se los considera guerreros, por lo que los demás indios están afligidos por un miedo constante, pero no los considero más importantes que los demás. Estas son las personas que visitan a ciertas mujeres, que viven solas en la isla de Mateunin, que es la primera en pasar de La Española a la India. Estas mujeres, además, no realizan ningún tipo de trabajo de su sexo, ya que usan arcos y dardos (...) Cuentan de otra isla más grande que la antedicha La Española, cuyos habitantes carecen de pelo, y que abunda en oro sobre todo los demás.
Traigo hombres de esta isla y de los otros que he visto, que dan prueba de las cosas que he descrito (...) Verdaderamente grande y maravilloso es esto, y no corresponde a nuestro méritos, sino a la santa religión cristiana (...)

Lisboa, el día antes de los idus de marzo.

Nelle foto la spiaggia di San Salvador dove una croce ricorda lo sbarco nelle Americhe di Cristoforo Colombo il 12 ottobre 1492.

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LA LETTERA DI COLOMBO AL RITORNO DALLA “SCOPERTA” DEL NUOVO MONDO

Christopher Columbus 1494 Book Letter Discovery America 07      Christopher Columbus 1494 Book Letter Discovery America 04      Christopher Columbus 1494 Book Letter Discovery America 05

 

È andato all’asta in questi giorni un documento di straordinaria importanza. Che è stato aggiudicato per 750.000 dollari. Si tratta dell’edizione, pubblicata nel 1494 a Basilea, della lettera di Cristoforo Colombo a Ferdinando e Isabella, che annuncia la scoperta del nuovo mondo, insieme a tutte e 6 le xilografie, di cui 3 raffigurano le nuove terre. Stampatore Johann von Bergmann. La lettera è Intitolata "Christophorus Columbus, De Insulis nuper in mari Indico Inventis" ovvero "Cristoforo Colombo, sulle isole recentemente trovate dell'Oceano Indiano". La lettera al suo ritorno dalle isole "indiane" nel marzo 1493 venne indirizzata ai re di Spagna e al suo mecenate Luis de Santangel e anche al Tesoriere reale Raphael Sanxis, confermando che le nuove terre giustificavano ampiamente costi e rischi della spedizione. Leander de Cosco ha tradotto la lettera in latino per questa edizione 1494 di Basilea, di cui solo una ne è stata venduta all'asta negli ultimi 41 anni, da Sotheby nel 1985; infatti, la Biblioteca del Congresso afferma che delle 17 edizioni della lettera di Colombo 'pubblicate tra il 1493 e il 1497, solo 8 copie sono ancora esistenti, e le prime sono ancora più rare rispetto alle edizioni successive. Questa copia è dalla collezione di Robert Menzies.
Le sei xilografie sono state fatte da Albrecht Durer e rappresentano le prime raffigurazioni del Nuovo Mondo. Mostrano l'arrivo degli spagnoli all’ “Hyspana insula”, una quasi-mappa delle Antille, la costruzione del forte La Navidad sull'isola di Hispaniola e la caravella di Colombo a vele spiegate. Vi è anche un ritratto di Ferdinando d'Aragona con gli scudi di Castiglia e Leon.
Nella lettera si legge: "Alla prima isola che ho scoperto ho dato il nome di San Salvador, in omaggio della sua divina maestà, che ha meravigliosamente concesso tutto questo e che gli indiani chiamano Guanaham Ho chiamato la seconda isola Santa Maria de La Concepcion, la terza Fernandina, la quarta Isabella, la quinta Juana e quindi a ciascuna ho dato un nuovo nome e quando sono arrivato a Juana, ho seguito la costa di quell'isola verso ovest, e l'ho trovato così estesa che ho pensato che potrebbe essere la terraferma, la provincia di Cathay.
Ho sentito da altri indiani che avevo già preso che questa terra era un'isola, e quindi ho seguito la costa orientale per cento e sette leghe, fino a quando sono arrivato alla fine di esso. Da quel punto ho visto un’altra isola verso est, a distanza di diciotto leghe, a cui ho dato il nome di Hispaniola.
Ci sono molte spezie e vaste miniere d'oro e altri metalli in questa isola. Non hanno il ferro, né acciaio, né armi, che non sono adatte per loro, perché anche se sono uomini di statura ben fatti, appaiono straordinariamente timidi. Le sole armi che hanno sono bastoni di canna, tagliato quando in seme, con un bastone affilato alla fine.
In ogni punto in cui sono sbarcato sono riuscito a parlare e ho dato loro un po’ di tutto quello che avevo panno e molte altre cose, senza ricevere nulla in cambio. È vero che da quando hanno acquisito fiducia e persa la paura, sono così generosi con ciò che possiedono, che nessuno che non avesse visto di persona avrebbe creduto. Non hanno mai rifiutano tutto ciò che è stato chiesto. Essi offrono anche loro stessi, e mostrano tanto amore che avrebbero dato i loro stessi cuori. Che si tratti di cose di nessun valore o che sia piccolo o grande, con qualsiasi sciocchezza di qualsiasi tipo, sono soddisfatti. Ho proibito che cose senza valore vengano date, come frammenti di scodelle rotte, pezzi di vetro e le vecchie cinghie, anche se ne erano tanto contenti di possederle come se fossero i più bei gioielli del mondo.
Per quanto riguarda i mostri, non ho trovato alcuna traccia di loro, tranne nella seconda isola di quando si entra nelle Indie, che è abitata da un popolo considerato in tutte le altre isole come estremamente feroce e che si ciba di carne umana."

link all'asta: http://natedsanders.com/LotDetail.aspx?inventoryid=45638

link della lettera in spagnolo: https://es.wikipedia.org/wiki/Cartas_anunciando_el_descubrimiento_de_las_Indias

Questa la versione scansionata in originale in lingua latina: https://archive.org/details/OEXV740_P4

Questa la versione tradotta dal latino in italiano: http://www.ruggeromarino-cristoforocolombo.com/images/Cristoforo-Colombo-Lettera-ai-Reali-di-Spagna.pdf

Questa la versione in inglese: http://www.ruggeromarino-cristoforocolombo.com/images/Christopher-Columbus-s-letter-to-Ferdinand-and-Isabella-1493.pdf

 

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1492: LO SBARCO "UFFICIALE" NELLE AMERICHE CHE CAMBIÒ I DESTINI DEL MONDO

sbarco di Colombo in America

 

DAL DIARIO DI BORDO DI CRISTOFORO COLOMBO.
Giovedì 11 ottobre. Navigò a ovest-sud-ovest. Ebbero mare grosso, quale mai avevano avuto durante quel viaggio. Videro gabbianelli e un giunco verde vicino alla nave. Quelli della caravella Pinta scorsero una canna e un tronco e raccolsero un altro piccolo tronco, intagliato a quanto sembrava con ferro, e un pezzo di altra canna e altra erba, di quella di terra e una piccola tavola. Quelli della caravella Niña videro anche altri segnali di terra e un piccolo ramoscello carico di rose canine. Visti che ebbero questi segnali, tutti si rincuorarono e andarono lieti. (…) Avvistò per primo terra un marinaio che si chiamava Rodrigo de Triana anche se l’Ammiraglio, alle dieci di sera, stando sul castello di poppa, vide una luce, ma fu cosa sì poco certa che non ardì affermare essere terra; chiamò invece Pero Gutiérrez, credenziere del Re, e gli disse che pareva una luce, e che guardasse: così fece e la vide. Lo disse anche a Rodrigo Sànchez di Segovia, che il Re e la Regina inviarono al seguito della flotta in qualità di ispettore, il quale non vide nulla perché non si trovava in posizione di poterla vedere. Dopo che l’Ammiraglio lo disse, detta luce si vide una volta o due ed era come una candelina di cera che si sopiva e si rinfocolava, la qual cosa a pochi soltanto parve essere indizio di terra; ma l’Ammiraglio, lui, lo tenne per certo. Perciò quando intonarono la Salve Regina che i marinai sono usi dire e cantare a modo loro e si riunirono tutti, l’Ammiraglio li pregò e li esortò a fare buona guardia dal castello di prua e che scrutassero per cercare terra e che a colui il quale per primo dicesse che la vedeva, avrebbe dato immediatamente un giubbone di seta, senza contare le altre ricompense promesse dai Re (…) Alle due, passata la mezzanotte, apparve terra, dalla quale saranno stati distanti due leghe. Ammainarono tutte le vele (…) e si misero a navigare alla cappa, temporeggiando sino al venerdì, quando giunsero a una isoletta dei lucayos che nella lingua degli indigeni era detta Guanahanì.

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Un venerdì 12 ottobre, secoli prima, si era conclusa l'avventurosa parabola dei Cavalieri Templari. Un caso? Considerazione che molti, da quando l'abbiamo resa pubblica molti anni fa, si sono affrettati a copiare. Naturalmente senza citare la fonte. Come è malcostume della ricerca in Italia, sia quella cosiddetta scientifica sia quella amatoriale e dei dilettanti.

Ruggero Marino firma

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CRISTOFORO COLOMBO È GENOVESE?

Il documento Assereto.

Nel 1904 il Colonnello Ugo Assereto mentre ricercava all'Archivio di Stato di Genova, fra gli atti notarili dell'epoca, quelli relativi al notaio e ammiraglio Biagio Assereto che il 4 Agosto 1435 aveva vinto la battaglia navale di Ponza, scoprì fra gli Atti del notaio Girolamo Ventimiglia, relativi agli anni 1474-1504, un atto rogato in Genova il 25 agosto 1479 nel quale "Cristoforus Columbus civis Janue" compariva come teste in una controversia economica che vedeva opposti davanti all'Ufficio di Mercanzia da una parte Lodisio Centurione e dall'altra i fratelli Paolo e Cassano di Negro. Il testo scritto in latino cita "Interrogatus si est de proximo recessurus, repondit: sic, die castino de mane pro Ulisbona. Interrogatus quottannis est respondit quod est etatis annorum viginti septem vel circa". (Interrogato se deve partire presto, risponde: si, domani mattina per Lisbona. Interrogato quanti anni ha, risponde che egli è dell'età di 27 anni circa).
Il documento non si trova nella Raccolta Colombiana essendo stato scoperto dopo il 1892, e si trova nell'Archivio Notarile di Stato di Genova.

Il documento Assereto è uno dei rarissimi documenti che fanno riferimento a Genova come possibile patria di Colombo. Il documento è controverso, molti, in particolare gli spagnoli, lo ritengono un falso. Colombo difatti oltre che a Ferdinando ed Isabella si rivolge al loro figlio don Juan, il quale era morto da tempo. "Civis" non significa necessariamente nato a (Genova) ma semplicemente cittadino. Si deve tenere presente che i possedimenti della Superba a quel tempo si estendevano anche oltre l'Italia ed in particolare nell'arcipelago greco. Molti sono gli indizi che Colombo conosceva la lingua greca.

 

IL BRANO DI UNA COMMOVENTE LETTERA DI CRISTOFORO COLOMBO

in cui chiede dalla Jamaica dove è stato abbandonato per 1 anno

 

"CARITÀ, VERITÀ E GIUSTIZIA"

 

“... E la retta intenzione con cui venni al servizio delle Vostre Altezze e l’ingiuria senza pari di cui mi si è fatto segno non permettono, per quanto lo voglia, alla mia anima di tacere. Supplico le Vostre Altezze di concedermi perdono. Io, come dissi, mi sento perduto e disfatto. Sino al presente, ho pianto per gli altri. Il cielo si muova a compassione e pianga la terra per me. Per quanto tocca il temporale, non m’è rimasta una “blanca” da dare in elemosina; per quanto lo spirituale, son rimasto qua nelle Indie, nel modo che ho detto: solo nella sofferenza, infermo, in attesa giorno dopo giorno della morte, assediato da selvaggi senza numero e crudelissimi e nostri mortali nemici, senza potermi accostare ai Santi Sacramenti e alla Santa Chiesa, che certo si perderà quest’anima se qui le capiterà di separarsi dal corpo. Pianga per me chi nutre carità nel suo cuore, e verità, e giustizia. Io non feci questo viaggio per guadagnare e aumento di sostanze, ché la speranza di ottenere era già morta. Io venni alle Vostre Altezze con buoni propositi e grandissimo zelo: non mento. Supplico umilmente le Vostre Altezze affinché, se così piacerà a Dio, mi si tragga di qui; vogliano acconsentire acché io vada a Roma e compia altri pellegrinaggi ancora. La cui vita e altissimo stato la Santa Trinità conservi e aumenti...

Scritta nelle Indie, isola di Giamaica, il sette di giugno del millecinquecento tre”.

Cristoforo Colombo

 

Per chi volesse leggere il testo integrale della lettera rarissima cliccate qui (PDF 4,6 Mb).

 

 

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