LA GUERRA E I PENSIERI DELL’APOCALISSE

Dopo settanta anni di “pace” non c’è guerra più guerra di quella alla quale stiamo assistendo. Con il corollario completo di atrocità e di orrori che credevamo di avere ricacciato per sempre nella memoria. Non è bastato il ricordo ricorrente dell’olocausto, delle bombe demoniache di Hiroshima a preservarci da questa rinnovata tragedia: genocidi, fosse comuni, torture, stupri che credevamo relegati nei filmati o nelle foto in bianco e nero. Per la verità le guerre in questi 70 anni ci sono sempre state, ma erano lontane, riguardavano quasi sempre altri continenti, riguardavano altre razze. L’informazione le ignorava. Anche le guerre soffrono di razzismo. Ora invece i media, sia pure tra le fakenews reciproche, non ci lesinano niente, ricostruiscono nei minimi particolari storie da brividi, i cui protagonisti ci assomigliano, sono poco distanti dalle nostre case in una tranquillità violata, in un presente peraltro difficile per la “guerra” alla pandemia, che era, fra l’altro, già divisiva a sufficienza. Si aggiungano i problemi dei profughi, che non riguardano solo quelle latitudini e che ci coinvolgono in prima linea. E ora lo spettro delle minacciate carestie, mentre l’inflazione lievita e la natura si ribella all’incoscienza e all’indifferenza dell’uomo di fronte al problema ambientale. Ritornano le inquietanti preoccupazioni circa il terzo segreto di Fatima. Quanto sembrano lontane le scritte “andrà tutto bene” e le bandiere arcobaleno. Viviamo un presente simile a un parabrezza incrinato. Che deflagri in mille pezzi o meno dipende da noi. A meno che non si faccia avanti una generazione in grado di sostituire il cristallo. L’esistenza che ci è stata donata non è infrangibile.

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