COLLABORAZIONI

SINDONE RELIQUIA TEMPLARE

A chi appartiene il volto impresso sulla sacra sindone?
Qual è la vera storia del telo che rappresenterebbe il volto di Gesù morto in croce?
Che legame esiste trala sindone ed i Cavalieri Templari?

sindone

Di Adriano Forgione

I misteri celati nell'enigmatica Sindone sono tuttora irrisolti. A chi appartiene il volto impresso sul lino conservato a Torino? Qual é la vera storia del telo che per molti rappresenta la sacra effigie di Gesù appena morto in croce? E' davvero lui l'uomo della Sindone? Che ruolo ebbero i Templari?
Due tenui impronte di un corpo umano, una di fronte, l'altra di schiena, martoriate da un supplizio che ne ha causato la morte. Una morte racchiusa in un'espressione di serenità che contrasta con le sevizie che l'uomo della Sindone ha dovuto subire. Le prime immagini fotografiche del volto furono ottenute nel maggio 1838 da Secondo Pia, il quale durante lo sviluppo dei negativi scoprì che il telo si comportava come un negativo fotografico. Le immagini, infatti, mostravano un volto tridimensionale e chiaro come fossero delle stampe in positivo. La Sindone stava per presentare i suoi misteri al mondo contemporaneo, privo però di gran parte della memoria storica inerente il telo.

Acheiropoietos

Una storia che oggi - in base alle più importanti valutazioni tecniche - sembra retrodatare la sacra reliquia proprio all'epoca di Gesù. Già nel 1973 la ricerca di Max Frei, esperto in indagini criminali attraverso la rilevazione di microtracce, aveva confermato la presenza di pollini presenti solo in un'area ai confini tra Turchia, Siria e Mesopotamia. Delle 58 specie identificate da Frei solo 17 crescono in Europa. Più recentemente, il 6 Marzo 2000 lo "Shroud Millennium Commitee", commissione ufficiale del Vaticano sulla Sindone, dichiarava che recenti ricerche sulle tracce botaniche dei micropollini presenti tra le fibre della sindone confermano la sua presenza storica nell'area di Israele e il Giordano. Nello stesso periodo, il 18 Marzo, Metchild Flury Lemberg, un'autorità mondiale nella storia dei tessuti, coinvolta direttamente nella restaurazione della reliquia, confermava che vi erano forti similarità tra il lino della Sindone e frammenti di tessuti prodotti in Medio-Oriente circa 2000 anni fa. Comparando la tessitura della Sindone con quella di un lino ritrovato a Masada e databile tra il 40 a.C. e il 73 d.C. la ricercatrice dimostrò la pertinenza della filatura della Sindone con le lavorazioni tessili dell'epoca di Gesù. Il 3 Agosto successivo il prof. Avinoam Danin della Hebrew University e l'analista Uri Baruch rincaravano la dose dichiarando: "Abbiamo identificato i pollini della Sindone con specie che crescono nei dintorni di Gerusalemme tra Marzo e Aprile. L'origine europea della Sindone non è corretta". Questi dati confermano che la reliquia era stata conservata in un oscuro passato nella zona medio-orientale dove sorgeva la città di Edessa e dove, in base ai resoconti storici, tra il II e il X secolo dopo Cristo era stato venerato un telo con il volto del Golgothà, chiamato "Acheiropoietos" cioè "non dipinto da mano d'uomo". È possibile quindi ricostruire il cammino della Sindone da Gerusalemme e la zona del Mar Morto, attraverso la valle del Giordano, fino ad Edessa (l'attuale Urfa), e successivamente a Costantinopoli, dove il telo chiamato Mandylion o Tetradyplon (perché piegato quattro volte su se stesso come un fazzoletto che rendeva visibile solo il volto dell'immagine), era stato consegnato all'imperatore Costantino Porfirogenito, per poi finire in Europa.

 Le testimonianze dei Vangeli

La cronaca storica della Sindone si intreccia strettamente con la presenza dei Templari in Terra Santa. L'Ordine Templare rappresenta la parte culminante delle vicende della Sindone antecedenti ai fatti storicamente certi. Prima di arrivare a parlarne è utile rivedere i dati inerenti la sua presenza in Terra Santa sino all'arrivo dei cavalieri crociati. Questi dati non solo dimostrano l'antichità della Sindone ma smentiscono le assurde datazioni al C-14 del 1988 (vedi box). Se la Sindone è il velo che avvolse il corpo di Gesù, è plausibile che nei primi anni successivi alla crocifissione venisse occultata dai primi cristiani, in quanto reliquia santa ma potenziale fonte di persecuzione religiosa. Si era in pieno dominio romano ed inoltre per i Giudei ogni cosa che fosse stata a contatto con un cadavere era "Shatnez", impura. Pertanto le motivazioni che ne avrebbero causato l'occultamento iniziale da parte degli apostoli sono pertinenti e vanno tenute in giusto conto. Nei Vangeli si parla della Sindone, dopo la crocifissione. In Marco 15.46 leggiamo "Egli (Giuseppe d'Arimatea N.d.A.) comprato un lenzuolo, lo calo (Gesù) giù dalla croce e avvoltolo nel lenzuolo lo depose in un sepolcro scavato nella roccia". In Luca 24.12: "Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende". Ancora in Giovanni 20.4: "Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi vide le bende per terra ma non entrò. Giunse anche Simon Pietro ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte". Le bende sarebbero la Sindone mentre il Sudario dovrebbe essere il fazzoletto conservato ad Oviedo in Spagna dal 631 a.C., (ma le tracce risalgono già al I° secolo proprio ad Edessa con la storia di Abgar V Ukama che chiede un fazzoletto con il viso del Salvatore per guarire dalla malattia che lo affliggeva) che alle analisi del sangue ha mostrato lo stesso gruppo della Sindone (AB, molto raro) e pollini anch'essi della stessa regione intorno a Gerusalemme già presenti sulla Sindone (cfr. Zoom News n°12). Della Sindone si parla anche negli apocrifi. Nel Vangelo degli Ebrei, scritto nel II secolo vi è un importante richiamo: "Ora il Signore dopo aver dato la Sindone al servo del sacerdote, apparve a Giacomo". Quindi già nel II secolo si parla di una Sindone a Gerusalemme che da lì avrebbe poi preso la strada di Edessa, una città dove si parlava l'aramaico, la lingua degli apostoli.

A Edessa e Costantinopoli

Procopio di Cesarea, un autore del VI secolo, accenna al ritrovamento di un telo con l'immagine del Salvatore durante i lavori di ristrutturazione della Chiesa di Haghia Sofia (Suprema Conoscenza) di Edessa, reliquia poi destinata ad una cappella sulla destra dell'Abside. Inoltre, secondo un'antica tradizione, si tramanda che durante l'assedio persiano alla città, nel 544, fu trovata murata al di sopra di una porta della città una stoffa con "l'immagine Acheropita del Cristo", cioè non fatta da mano d'uomo. In quel periodo inizia a circolare un particolare ritratto del Cristo glorioso, chiamato Pantocrator, i cui tratti sopravviveranno sino all'epoca moderna. Un'effigie ispirata proprio dal viso della Sindone. Della presenza a Edessa del lino sepolcrale di Gesù vi sono tracce anche negli atti del II Concilio di Nicea del 787. Il telo acheropita viene chiamato in causa quale argomento a favore del culto delle immagini sacre.
La fama del sacro lino divenne tale che nel 944 i bizantini, attaccato il sultanato di Edessa se ne appropriarono portandolo in trionfo a Costantinopoli, chiamandolo "Mandylion" una grecizzazione del termine arabo "Mandil", lenzuolo. In un'orazione del X secolo di Gino Zaninotto, conservata nell'archivio vaticano con il codice Vat. Gr. 511 si legge che in un'orazione di "Gregorio, Arcidiacono della Grande Chiesa di Costantinopoli (…) si afferma che tre patriarchi hanno sostenuto che è di Cristo l'impronta (su panno) fatta venire da Edessa, dopo 919 anni che vi era stata portata, per interessamento del pio imperatore (Romano I Lecapeno) nell'anno 6452 (cioè il 944). Signore benedici". Zaninotto continua dicendo: "L'oratore (cioè l'Arcidiacono Gregorio) afferma che l'immagine non è stata prodotta con colori artificiali in quanto è solo "splendore". Non vi è dubbio che si tratta della Sindone.
Lo stesso Costantino VII Porfirogenito, Imperatore di Bisanzio dal 912 al 959 e amante dell'arte pittorica scrive "Quanto alla causa per cui, grazie ad una secrezione liquida senza materia colorante né arte pittorica, l'aspetto del viso si è formato sul tessuto di lino e in che modo ciò che è venuto da materia così corruttibile non abbia subito corruzione (…) bisogna lasciarli alla saggezza di Dio. Riguardo al punto principale dell'argomento, tutti sono d'accordo e convengono che la forma è stata impressa in maniera meravigliosa nel tessuto dal volto del Signore". È palese che anche Costantino si riferisca alla figura "miracolosa" della Sindone. Ancora nel 1080, Alessio I Conmeno chiede appoggio all'Imperatore Enrico IV e a Roberto di Fiandra per difendere le reliquie di Costantinopoli e in particolare "le tele rinvenute nel sepolcro, dopo la resurrezione". Sono testimonianze che apertamente contraddicono l'esame al C-14 del 1988, dato che anticipano di almeno 300 anni la datazione offerta degli scienziati, che invece copre un arco di tempo tra il 1260 e il 1390. A conferma della presenza del telo sindonico a Costantinopoli prima dell'arrivo dei Templari, vi è lo scritto di Robert le Clary, cronista della IV crociata, che ne "La Conquista di Costantinopoli" affermava che in questa città veniva adorato un telo chiamato "Sydoine" su cui era visibile la figura del Salvatore e che questo telo venisse esposto ogni venerdì nella Chiesa di Santa Maria di Blacherne.

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In mano ai Templari

Dopo la conquista di Costantinopoli per mano dei crociati, avvenuta nel 1204, se ne erano perse le tracce. Circa 150 anni dopo, la Sydoine o Sindone riapparirà a Lirey in Francia. Ma in che modo? Nel 1307 l'ordine monastico-cavalleresco dei Templari venne eliminato con l'arresto di tutti i suoi componenti, accusati di eresia nel 1312. Uno dei capi d'accusa fu quello di adorare un viso incorniciato da una barba e dai lunghi capelli, somigliante molto al volto della Sindone e al Mandylion di Costantinopoli. Veniva chiamato "Baphometto". Al di là di tutti i valori simbolici che questo nome possiede (presto un articolo su questo argomento), l'autentico Baphometto non fu mai trovato ma pare che avesse a che fare con il viso di Gesù, come ha recentemente scritto anche Keith Laidler nel suo "Il Segreto dell'Ordine del Tempio" (Sperling e Kupfer - 2001). Nel 1945, a Templecombe, sede templare inglese, venne alla luce un'immagine ispirata chiaramente al viso sindonico, dipinta su legno di quercia tra il XII e il XIV secolo. I monaci-cavalieri dovettero valutare tutte le documentazioni storiche di cui probabilmente entrarono in possesso in Terra Santa oltre ad i secolari culti tradizionali di quei luoghi legati a questa reliquia, per considerarla quale immagine di Gesù. È probabile che i Templari conservassero questo telo piegato in parti uguali, come già avveniva ad Edessa, affinché fosse visibile il solo viso, proprio in rispetto della loro adorazione ad una sacra testa che, va chiarito, non era la Sindone.
Che furono i Templari a custodire la Sindone prima della sua apparizione ufficiale in Europa nel 1353 è rilevabile proprio dal modo in cui questa comparve a Lirey, in Francia. Pare che un crociato dell'armata veneziana, Othon De la Roche avesse trafugato la reliquia a Costantinopoli nel 1205, prelevandola dalla chiesa imperiale della Vergine di Blacherne. Othon De la Roche era imparentato con un'importante famiglia templare, gli Charny. Nel rogo che nel 1314 spense la vita dell'ultimo Grande Maestro Templare Jacques de Molay, venne bruciato anche Goffredo de Charny, Gran Precettore di Normandia. Il velo sindonico riappare esattamente per mano di un suo diretto discendente il cui nome era proprio Goffredo de Charny, cavaliere crociato e Signore delle terre di Lirey (diocesi di Troyes, importante commenda templare). Goffredo fece costruire una chiesa a Lirey per ospitare e mostrare il telo sindonico, come provato da una lettera datata 1389 e firmata dal vescovo di Troyes, Pierre d'Arcis, in cui si afferma che la Sindone era stata esposta in pubblico intorno al 1355.Probabilmente gli Charny erano stati i custodi della Sindone dal momento del suo arrivo in Francia. Nel 1745 circolava in Francia un documento chiamato "Manoscritto Schifman" che sosteneva che Jacques de Molay aveva confidato al figlio di Guglielmo di Beaujeaux (altro celebre Grande Maestro) dov'era nascosto uno scrigno d'argento con alcuni beni di Re Baldovino di Gerusalemme. Molay affermava di aver fatto portare lo scrigno in Francia facendolo passare per la bara di Beaujeaux, morto durante l'assedio di Acri. La descrizione sembra corrispondere al contenitore d'argento che racchiudeva la Sindone a Chamberry e che fuse in parte danneggiandola durante l'incendio della chiesa nel 1532. Nel 1418 si torna a parlare della Sindone nelle mani della stessa famiglia grazie ad Humbert, conte de La Roche (non a caso un discendente di Othon de La Roche che l'aveva trafugata a Costantinopoli, segno di un segreto che si passava attraverso linea familiare) che aveva sposato Marguerite, una nipote di Goffredo di Charny, divenendo signore di Lirey. Tra le reliquie in suo possesso si cita "la sembianza o raffigurazione della Sindone di Nostro Signore". Marguerite, divenuta vedova, nel 1443 dichiarò di disporre del velo sindonico conquistato in guerra dalla sua famiglia e nel marzo 1453 lo donò a Ludovico di Savoia, che lo farà collocare nella Cappella Santa del castello di Chambéry dove resterà conservato fino al 1578. Sarà poi trasferito a Torino, prima come proprietà dei Savoia e poi donato al Vaticano. Il resto è storia nota. In base a questa ricostruzione la Sindone sarebbe quindi il telo Acheiropoietos adorato dagli edesseni e il Mandylion di Costantinopoli, poi finito nelle mani dei Templari. La sua presenza nei luoghi suggeriti dall'esame dei pollini porta inevitabilmente alla figura del Cristo.

La crocifissione di Gesù

L'analisi di quanto la Sindone presenta sembra, in effetti, legarla sempre più a Gesù. Le ferite mortali impresse sul lino sacro coincidono con una tortura da crocifissione di tipo romano del I secolo d.C., poi abolita e certamente dimenticata nel 13°-14° secolo, epoca cui si riferirebbero le analisi al C-14. Inoltre la vittima non poteva essere un cittadino romano, al quale non sarebbe stato inflitto questo tipo di supplizio. Il numero di colpi di flagello, oltre 120, è superiore al trattamento riservato ad un comune condannato alla crocifissione. Il solo Gesù dovette subire tale tortura per ben noti motivi. Stesso discorso per la corona di spine. I romani infliggevano torture che spesso erano in accordo con il capo d'accusa che gravava sul condannato. Considerando che i romani adattavano ogni crocifissione al crimine commesso, è improbabile che a qualcun altro, oltre che a Gesù, sia stata imposta la corona di spine, simbolo dello scherno dei suoi esecutori per essere definito quale "Re dei Giudei". Infine l'uomo della Sindone presenta una ferita da arma da taglio che ha penetrato il suo costato in linea con quanto narrato nei resoconti evangelici. Molto importante è il fatto che, contrariamente alla convenzione romana di spezzare le ossa delle gambe per velocizzare il processo di morte per crocifissione, a Gesù non viene spezzato alcun osso, come si evince anche dal lino sacro. Il lenzuolo sindonico mostra chiaramente la consegna immediata del cadavere. L'assenza di qualsiasi segno di decomposizione conferma il contatto del corpo con il telo solo per un breve periodo, proprio come sarebbe avvenuto per Gesù. La presenza del sangue sul telo è prova che il cadavere non è stato lavato prima di esservi avvolto, usanza giustificabile solo nel caso di una sepoltura giudaica, antecedente al 70 d.C. e perfettamente coincidente con quanto narrato dai Vangeli. Si era in vicinanza della Pasqua ebraica e essendo oramai buio al venerdì sera quando Gesù venne calato dalla croce si rimandò il lavaggio del corpo alla domenica successiva (il sabato era proibito officiare culto). Un interessante studio statistico del professor Bruno Barberis ha evidenziato che su 200 miliardi di ipotetici individui crocifissi, solo uno avrebbe potuto possedere le stesse caratteristiche comuni a Gesù e all'uomo della Sindone. Ma basta questo a dire che la Sindone è realmente l'immagine del Cristo? Altri indizi storici e scientifici possono aiutarci a rispondere.

Le monete e le iscrizioni

Nel 1979 il ricercatore francese Francis Filas scoprì sulla palpebra dell'occhio destro dell'uomo della Sindone l'impronta di un Dilepton Lituus, una moneta del 29 d.C.. Successivamente, nel 1996, il professor Pier Luigi Baima Bollone e il professor Nello Balossino dell'Università di Torino hanno individuato sull'arcata sopraccigliare sinistra una seconda moneta, un Lepton Simpulum, anch'essa coniata nel 29 d.C. Le due monete, analizzate al computer, proverebbero che l'età della Sindone è di molto antecedente rispetto alla datazione al Radiocarbonio, e perfettamente coincidente con l'epoca della morte di Gesù. Porre delle monete sugli occhi del morto era consuetudine ebraica, confermata da altri ritrovamenti di crani di 2000 anni fa al cui interno erano state rinvenute monete, cadute nelle cavità orbitali. Ulteriori tracce sembrano indicare un legame ancora più stretto con la figura di Gesù. Nel 1997, André Marion e Anne-Laure Courage hanno presentato degli studi sulla presenza di alcune scritte intorno al volto dell'immagine sindonica. Seppure molto sbiadite dal tempo, le tecniche informatiche hanno evidenziato il termine: "NNAZAPEH" che gli studiosi completano in NNAZAPE(H)NO? cioè "Nazareno". A mio avviso non esistono tracce di completamento sul lino e la parola "NNAZAPEH" potrebbe essere "Nazareo" o "Nazireo", più in linea con i fatti storici, dato che secondo autorevoli studi, Gesù apparteneva al gruppo dei Nazirei, non essendo invece mai vissuto a Nazareth, città probabilmente non ancora eretta al suo tempo. Il computer ha anche rilevato la scritta "H?OY" che sarebbe parte di "IH?OY", cioè Jeshua in aramaico, Gesù in italiano.

Muta testimonianza

I misteri legati alla Sindone sono lontani dall'essere risolti. Soprattutto il processo che ha dato vita all'immagine sul lino è al centro di esperimenti e tentativi più o meno riusciti di replicazione. A nostro avviso è opera di un processo di "rilascio energetico" legato alla trasformazione della "luce". Ci ritorneremo. Quanto ci premeva in questo contesto sottolineare era la fallibilità delle analisi al C-14 operate nel 1988 e la sua storia più antica. La Sindone non è né europea né medioevale. Soprattutto le testimonianze storiche della sua esistenza riportano proprio all'epoca di Gesù sino a legarla ai Templari che la trasferirono in Europa e ne fecero probabilmente una importante parte del loro Tesoro, una variante del "Baphometto" in quanto, a mio modo di vedere, la consideravano la muta testimonianza della resurrezione del loro Maestro di Giustizia, Re di tutti i Viventi, quel Gesù glorioso raffigurato in tutte le loro cattedrali.

L'esame al Radiocarbonio


Il 21 aprile 1988 un gruppo interdisciplinare di studio, coordinato dal British Museum prelevò dei campioni dal telo sindonico, affidandoli alle analisi al radiocarbonio di tre laboratori di ricerca a Oxford, Tucson e Zurigo. I risultati si rivelarono deludenti. Secondo gli studiosi, la reliquia risaliva ad un periodo compreso tra il 1260 e il 1390 d.C., quindi al medioevo e pertanto non rappresentava l'immagine di Gesù. I responsi di biologia, fisica, medicina e archeologia che avevano fornito in precedenza dei tasselli in contrasto con la nuova datazione vennero del tutto trascurati e alcuni ipotizzarono che l'effigie fosse quella di un cavaliere templare, Guglielmo di Beaujeux, morto durante l'assedio di Acri nel 1291. Oggi molti sono certi che il radiocarbonio abbia "fallito" a datare la Sindone, sebbene il prof. Belluomini in una recente trasmissione del ciclo Stargate, Linea di Confine abbia nuovamente sottolineato la validità di quel verdetto. A nostro avviso i campioni analizzati, hanno fornito un risultato troppo "recente" in quanto gli incendi che il telo ha subito negli anni hanno realmente alterato il valore degli isotopi di carbonio. Nessuno inoltre ha sottolineato che i campioni, nel 1988, vennero prelevati a mani nude e secondo alcuni facevano parte di un rammendo successivo ad uno degli incendi citati. Tale fallacità è stata confermata in una conferenza internazionale tenuta nell'Oratorio della Caravita, il 3 febbraio 1996 in cui il ricercatore Dimitri Kouznetsov, dell'Istituto di Ricerca sui Biopolimeri di Mosca, dimostrava mediante test e strumenti che le date del C-14 erano sbagliate, sottolineando che l'esame era stato alterato da diversi fattori, quali la natura chimica del lino che forma la Sindone, la presenza delle muffe e l'idrolisi subita dal tessuto dopo l'incendio del 1532.

Author Bio
Ruggero Marino
Author: Ruggero MarinoWebsite: http://www.ruggeromarino-cristoforocolombo.comEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Chi sono:
Ruggero Marino è giornalista e scrittore. Ha lavorato per 34 anni al quotidiano Il Tempo di Roma, ricoprendo le cariche di inviato speciale (visitando più di 50 paesi), di redattore capo e di responsabile del settore cultura. Ha scritto due libri di poesie, Minime e massime e L’inferno in paradiso (Premio Indic). Ha vinto oltre 10 premi giornalistici, fra i quali quello dell’Associazione Stampa Romana. Con il suo primo volume sull’Ammiraglio, Cristoforo Colombo e il papa tradito, ha vinto il Premio Scanno. Delle sue ricerche, che proseguono dal 1990, e che per la prima volta coinvolgono la Chiesa di Roma nella vicenda, si sono occupati storici, scrittori e media in Italia e all’estero (il Times gli ha dedicato due pagine). I suoi studi sono stati citati all’Accademia dei Lincei. Ha esposto le proprie tesi in numerosissime conferenze, anche in università italiane e straniere. È stato invitato a New York dall’Istituto italiano di cultura e fa parte della Commissione scientifica per le annuali celebrazioni del 12 ottobre in onore di Colombo. Per approfondimenti è possibile consultare Wikipedia al seguente link: https://it.wikipedia.org/wiki/Ruggero_Marino
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