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IL MISTERO DELLA BIBLIOTECA ANTIDILUVIANA DI PADRE CARLO CRESPI

padre crespi

 

Di Yuri Leveratto

Carlo CrespiIl Padre italiano Carlo Crespi (1891-1982), era giunto nella selva amazzonica ecuadoriana nel 1927. Con il tempo aveva ammassato, presso la sua missione salesiana di Cuenca, una fantasmagorica collezione di manufatti antichi d’inestimabile valore storico e archeologico: statuette d’oro di stile mediorientale, numerosi oggetti d’oro, argento o bronzo: scettri, elmi, dischi, placche, e molte lamine metalliche che riportavano delle incisioni arcaiche simili a geroglifici, la cosiddetta “biblioteca metallica”.

Tra le varie lamine, una di esse era lunga circa 20 pollici e riportava 56 segni stampati, come fosse un alfabeto più antico di quello dei Fenici (foto a sinistra del testo). Padre Carlo Crespi era molto anziano quando fu girato il video di Stanley Hall, che riporto nel corpo articolo (N.B.: video inserito in fondo a questo articolo), e forse era anche confuso, ma nell’ultima parte del video (esattamente nel punto: 4 min. e 18 sec), si vede benissimo che la biblioteca metallica, da lui gelosamente custodita, era reale.

Carlo Crespi 1Osservando al rallentatore l’ultima parte del video, dove si vedono le placche metalliche, si nota che vi sono impressi dei segni o una sorta di geroglifici, come se si fosse voluto rappresentare la storia di un popolo. Carlo Crespi ha sempre dichiarato a tutti i suoi intervistatori che tutti i reperti del suo museo, gli erano stati consegnati, nel corso degli anni, da indigeni Suhar, che a loro volta li avevano raccolti nella Cueva de los Tayos. Ecco una sua dichiarazione, ripetuta più volte a vari ricercatori:

Tutto quello che gli indios mi hanno portato dalla caverna risale a epoche antiche, prima di Cristo. La maggioranza dei simboli e di alcune rappresentazioni preistoriche risalgono ad epoche antecedenti il Diluvio. (Padre Carlo Crespi)

Il religioso italiano sosteneva che i reperti da lui custoditi fossero d’origine antidiluviana e fossero stati nascosti nella caverna da discendenti di popoli mediorientali che erano scampati al diluvio. Molte persone che mi hanno contattato durante questi anni, hanno argomentato che il “tesoro” di Padre Carlo Crespi fosse costituito da falsi o, da pezzi veri, che però non provenivano dalla Cueva de los Tayos. E’ una possibilità, però a mio parere qualcosa di vero in questa storia della Cueva de los Tayos c’è, per vari motivi. Innanzitutto il Padre Carlo Crespi, non ha mai tenuto conferenze sulla sua collezione e non si è mai fatto pubblicità allo scopo di guadagnarci soldi o fama, anzi era piuttosto schivo e controverso. Che bisogno avrebbe avuto quindi di inventarsi tutto e raggruppare una montagna di manufatti falsi? C’è poi la possibilità che sia stato ingannato da astuti artigiani: a tale proposito lo scrittore Richard Wingate, scrive:

È stato detto che i reperti di Padre Crespi siano dei falsi che gli furono consegnati da indigeni. Però in seguito i segni scolpiti in alcuni suoi reperti sono stati individuati come geroglifici egizi, ieratico egizio, punico e demotico.

Carlo Crespi 2Come avrebbero potuto, gli indigeni Suhar o improvvisati artigiani della zona di Cuenca, riportare delle iscrizioni in lingue antiche, nei reperti che consegnavano a Crespi? È vero che tutti o alcuni dei suoi manufatti potrebbero essere stati veri, ma non provenienti dalla Cueva de los Tayos, ma anche in questo caso perché lui avrebbe divulgato che gli furono consegnati dagli indigeni Suhar? Non avrebbe guadagnato nulla dicendo ciò. Alcuni reperti di Crespi sono stati analizzati da riconosciuti archeologi: per esempio il professor Miloslav Stingi, membro dell’Accademia delle scienze di Praga, dopo aver analizzato alcuni reperti di Padre Crespi disse:

Il sole è spesso parte centrale di alcuni reperti incaici, ma l’uomo non è stato mai messo sullo stesso piano rispetto al sole, come vedo in alcuni di questi reperti. Vi sono rappresentazioni di uomini con dei raggi solari che si dipartono dalle loro teste, e vi sono uomini rappresentati con punti, come fossero stelle uscendo da loro stessi. Il simbolo sacro del potere è sempre stato la mente, ma in questi reperti la mente o il capo, è rappresentata simultaneamente come il sole o una stella.

Con questa dichiarazione Stingi, propende per sostenere che alcuni dei reperti di Crespi non hanno una derivazione indigena (che sia andina o amazzonica), ma hanno origine differente. Osservate con attenzione la placca d’oro che riporto qui sotto: è una piramide con alla sua sommità un sole. Molto stranamente i gradini della piramide sono 13 e il sole posto nella sua sommità ricorda l’occhio onniveggente. Ai lati vi sono poi due felini, due elefanti e due serpenti. Alla base della piramide vi sono le lettere di un alfabeto arcaico, che secondo alcuni ricercatori sarebbe un proto-fenicio. La piramide, il sole posto alla sua sommità e i 13 gradini sono indubbiamente simboli massonici. Sappiamo che la Massoneria ha origini che si rimontano alla notte dei tempi, e pertanto questa potrebbe essere una placca aurea di culture medio-orientali. Notiamo inoltre che gli elefanti non sono presenti in Sud America (se non prima del diluvio, i mastodonti, che si sono estinti con gli altri animali della megafauna nel 9500 a.C.), e questo rafforza la tesi che l’oggetto in questione abbia un’origine non americana. Per quanto riguarda i felini, essi non sono puma o giaguari (tipici delle culture andine e amazzoniche), ma gatti, animali sacri dell’antico Egitto. Il serpente poi è un simbolo universale adorato in tutte le culture del mondo antico, come immagine del rigenerarsi della vita, e metafora dell’utero della donna (sta, infatti, negli anfratti dei fiumi). Un ultimo particolare: nel lato sinistro rispetto al sole vi sono 4 piccoli circoli, mentre nel lato destro vi sono 5 piccoli circoli. Si tratta dei 9 pianeti del sistema solare? Carlo Crespi 3Anche in questo reperto si possono notare alcuni particolari importanti: Innanzitutto ritroviamo la piramide, questa volta formata da 5 livelli. Nei primi tre vi sono dei simboli di un alfabeto antico, non decifrato. Quindi un elefante, simbolo non tipico delle culture sud-americane, e sulla cima un sole con dieci raggi. La biblioteca metallica è stata mai vista al di fuori del fantasmagorico museo di Padre Carlo Crespi? In effetti ci sono state altre persone che affermarono di essere state all’interno della Cueva de los Tayos e aver visto con i loro occhi altre lamine della biblioteca metallica, primo tra tutti l’ungherese naturalizzato argentino Juan Moricz, che dichiarò di aver portato a termine una spedizione nel 1965 guidato da indigeni Suhar. Nella seconda spedizione, guidata da Juan Moricz nel 1969, alla quale partecipò Gaston Fernandez Borrero, non furono però trovate alcune tracce della biblioteca metallica, ma solo stalattiti e stalagmiti. Dopo la seconda spedizione Juan Moricz fece un tentativo di ufficializzare la sua scoperta, il 21 luglio 1969, dichiarando di fronte ad un notaio di aver individuato nella caverna, oggetti importanti dal punto di vista archeologico. Varie persone mi hanno scritto sostenendo che Moricz fosse in mala fede, e che lui, dopo aver visto la collezione di Carlo Crespi e aver ascoltato la sua probabile provenienza, pensò di divulgare la storia che aveva trovato la biblioteca metallica all’interno della caverna, per ottenerne soldi e fama. Anche questa è una possibilità, considerando che Moricz non mostrò mai nessuna fotografia dei suoi ritrovamenti. Ci sono però altre dichiarazioni, come quella del maggiore Petronio Jaramillo, tratta dal libro “Oltre le Ande” di Pino Turolla. Jaramillo, che dichiarò di essere entrato nella caverna nel 1956, descrisse alcuni manufatti antichi e le famose lamine metalliche, ma anche in questo caso non ci sono fotografie e pertanto si può concludere che la biblioteca metallica è stata vista e fotografata solo ed esclusivamente nel museo di Padre Carlo Crespi.

Quando Padre Carlo Crespi morì, nel gennaio del 1982, la sua meravigliosa collezione d’arte mediorientale (e antidiluviana), fu portata via dal museo di Cuenca, verso una destinazione ignota. Alcune voci sostennero che il Banco Centrale dell’Ecuador abbia acquisito, il 9 luglio 1980, per la somma di 10.667.210 $, circa 5000 pezzi archeologici in oro e argento dalla missione salesiana. Il responsabile del museo del Banco Centrale dell’Ecuador, però, Ernesto Davila Trujillo, smentì categoricamente che l’entità di Stato acquisì la collezione privata di Padre Crespi. Secondo altre persone i reperti di Padre Crespi furono inviati in segreto a Roma, ed oggi si troverebbero in qualche cavò del Vaticano. A questo punto sorge una considerazione: se i reperti di Padre Carlo Crespi, inclusa la biblioteca metallica, erano dei falsi, perché sono stati fatti sparire? Se fossero stati dei falsi sarebbero stati venduti all’incanto in qualche mercatino di periferia, a poco prezzo. Assumendo pertanto che la maggioranza di quei reperti erano veri, ma che non provenissero dalla Cueva de los Tayos, perché sarebbero stati custoditi proprio nella missione salesiana di Padre Carlo Crespi? Che bisogno avrebbe avuto il legittimo proprietario (l’ordine dei Salesiani? Il Vaticano?), d’inviarli a Cuenca? Forse per nasconderli? In questo caso però Carlo Crespi non li avrebbe mai mostrati a nessuno. Come si vede il mistero della biblioteca metallica di Padre Carlo Crespi, è ancora attuale: nessuno può essere certo della sua reale provenienza, e tantomeno della sua attuale ubicazione. Il fatto che sia stata occultata potrebbe essere una prova non solo della sua autenticità, ma anche del suo inestimabile valore e forse, del suo scomodo significato.

Bibliografia:
I miei due viaggi alla Cueva de Los Tayos – Gaston Fernandez Borrero
Oltre le Ande – Pino Turolla
L’antica collezione di Padre Carlo Crespi – Glen W. Chapman

 

 

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SE LA STORIA FOSSE VERA LA BIBBIA AVREBBE RAGIONE

 

Mi sia concesso un tono velato di polemica, ma è d’uopo domandarsi come sia possibile non notare l’evidenza dell’assoluta sovrapponibilità dei manufatti facenti parte della così detta “collezione di Padre Crespi” con quelli delle civiltà Sumera, Egizia, Ittita se non animati da sciente volontà nell’ignorarli, come ho detto, risulta normale e logico porsi le domande su come questi reperti si trovino di fatto dall’altro capo del mondo, sul come ci siano giunti e perché. Prima di proseguire, va detto che in molti ritengono che “l’affaires Crespi/Cueva de los Tayos” sia una montatura architettata a scopi politici ed economici, personalmente non concordo con questa ipotesi anche se non é da escludere che su questa vicenda si siano “innestati” questo tipo di interessi, peraltro falliti in conseguenza dei molti e ripetuti sopralluoghi nella grotta e che non hanno dato il benché minimo esito. Che dietro questa vicenda ci fossero anche “strani” interessi è desunto dal fatto che a diverse spedizioni avrebbe partecipato l’astronauta Neil Alden Armstrong, ufficialmente in forma strettamente privata, ma ad accompagnare il primo uomo che ha messo piede sulla luna, ci sarebbero stati anche agenti di sicurezza statunitensi ed ecuadoregni e seppure non vi siano prove, anche un alto prelato inviato dal Vaticano direttamente dalla sede di Washington …; (perché da Washington e non da più agevoli sedi locali?) dunque se la vicenda era una montatura, perché “scomodare” queste persone e coinvolgerle in una bufala con missioni esplorative, sì, ufficialmente civili, ma solo per il fatto che non indossavano divise e mostrine varie. Comunque tornando alla questione dei reperti che gli indio avrebbero donato al sacerdote è da evidenziare che questi facevano o fanno parte di una tribù non del tutto amichevole, particolare non di poco conto è che nella cultura di questa tribù era e probabilmente lo è ancora, costume rimpicciolire le teste mozzate dei nemici, quindi si può presumere che il rapporto tra il sacerdote e questi indios, doveva essere più che consolidato da vera e disinteressata amicizia fondata sul reciproco rispetto e comprensione, costruito in un lungo periodo temporale, è probabile che le donazioni al sacerdote venissero fatte non da comuni membri della tribù, ma piuttosto da elementi di spicco come gli anziani, lo sciamano, o il capo tribù stesso, questo, non tanto per mostrare maggiore rispetto e considerazione, ma sicuramente perché solo questo livello di figura all’interno della tribù poteva conoscere la vera provenienza dei manufatti, altrimenti in considerazione delle miserabili condizioni di vita, non solo dei “bianchi”, ma sopratutto delle popolazioni indigene, la diffusione o meglio la dispersione di questi reperti sarebbe stata maggiore e probabilmente si sarebbe “trovata” la grotta o il nascondiglio ove erano custoditi; dunque attribuire la provenienza dei manufatti alla Cueva de los Tayos fu probabilmente un escamotage, un depistaggio escogitato dallo stesso Padre Crespi al fine di tutelare i tesori, ma anche e sopratutto per salvaguardare gli stessi indios. Ma che cosa c’è di così tanto sconvolgente nei reperti “persi” di Padre Crespi? Come ho detto, solo con la sciente volontà di ignorare certi particolari non si può non notare la pressoché identicità tra i reperti della Cueva de los Tayos e reperti risalenti ai sumeri, agli antichi egizi, agli ittiti; un elenco di manufatti che per contenuto e immagini si equivalgono è difficile da fare, almeno per quanto mi riguarda, presumo che la lista sarebbe davvero lunga, comunque per quanto ho potuto rinvenire in rete, penso che il materiale presentato sia piuttosto esaustivo ed esplicativo e quantomeno sufficientemente congruo da sollevare un polverone di domande ed interrogativi che inevitabilmente cozzano con gli assunti cattedratici ufficiali.

illuminati     Crespi expedition    anunnaki tree of life

Cominciamo col fare un primo raffronto tra alcuni reperti sumerici e quelli rinvenuti in Ecuador; il bassorilievo sumero qui di fianco, mostra alcune figure intente nel fare qualcosa attorno a quello che potrebbe essere interpretato come l’albero della vita, la particolarità della raffigurazione oltre al “pilota” che sovrintenderebbe alla presunta funzione oppure all’attività è che non può non essere riconoscibile, seppure sotto forma di ideogramma la stessa raffigurazione usata nel culto e nella religione zoroastriana, è vero, questo reperto potrebbe essere stato influenzato dalla cultura mesopotamica ecc. ecc., ma ciò che vorrei evidenziare sono le figure presenti a lato della tavola, ossia degli esseri antropomorfi alati, con testa di aquila che reggono con la sinistra una borsetto oppure un secchiello, un piccolo inciso, secondo alcune interpretazioni conterrebbero i semi della conoscenza e del sapere. Ora, osserviamo il reperto “rinvenuto” in Ecuador, si nota che il soggetto è esattamente lo stesso identico soggetto del manufatto sumero; ali, testa di aquila crestata, borsetta o secchiello retto con la mano sinistra, identica postura delle braccia e delle gambe, seppure nelle due raffigurazioni ci siano delle diversità, queste sono sostanzialmente marginali e di scarso rilievo e riconducibili probabilmente alla diversa lavorabilità del materiale oppure alle doti di chi l’ha realizzata, seppure il reperto ecuadoregno è più ricco di dettagli, tanto che si può notare che la presunta entità abbia la pelle del capo coperta di squame oppure porta una specie di maglia metallica di fatto risulta essere lo stesso identico soggetto e non solo, alle spalle di questi, si nota lo scorcio di quello che è stato definito l’albero della vita, anch’esso identico nella raffigurazione e nella conformazione a quello rappresentato nei manufatti sumerici. Proseguendo con i raffronti, osservando il manufatto ecuadoregno con questo secondo reperto sumero; anche qui, l’identicità di alcuni particolari risultano evidenti ed al contempo sorprendenti, la raffigurazione del polpaccio del soggetto, è la stessa, se dovessimo darne una interpretazione artistica, si potrebbe dire tranquillamente che gli autori siano della stessa scuola, cosi come è identica la raffigurazione delle vesti fittamente frangiate e quella dei calzari, così per la rappresentazione dell’albero della vita. Ora, pur nelle marginali diversità tra i tre reperti, è più che evidente che l’iconografia riporta o si riferisce ad un medesimo racconto, evento o concetto, magari in forma simile a quella utilizzata nei moderni e più ludici rebus. Tra i reperti donati dagli indio a Padre Crespi, spicca questa particolare lastra che è qualcosa tra il bassorilievo e la scultura, aldilà della classificazione attribuibile al reperto, risulta impossibile non riscontrare una netta somiglianza con la raffigurazione se non di un faraone egizio, quantomeno quella di un dignitario di alto rango o delle gerarchie sacerdotali. Il soggetto analogamente a come avviene nelle raffigurazioni egizie, porta un copricapo o corona sormontata dal sole e cinto dal serpente, sempre riferendoci alle immagini egizie, si nota una sorta di “bandana” che dalla corona o dall’elmo, scende a coprire le spalle con una sorta di frangia multipla che ricorda quella descritta in precedenza, nella specificità della rappresentazione, il soggetto sembrerebbe essere nell’atto di indossare o spogliarsi del collare dignitario o sacerdotale ed anche qui le somiglianze con le raffigurazioni egizie, ma anche con reperti tangibili,sono più che evidenti.

reperto antidiluviano       cueva tayos       lamassu mesopotania

Venghino, venghino signori, altro giro, altro regalo, adesso il raffronto tra questi altri due reperti, il primo, parte del tesoro di Padre Crespi, il secondo la rappresentazione del dio Lamassù, divinità, guarda caso dell’aera mesopotamica; se si potesse scommettere, la scommessa sarebbe sicura al 100% tanto da far pensare che sia truccata, come sarebbe possibile non riconoscere lo stesso identico soggetto? I lineamenti somatici, la corporatura bovina, la postura, il profilo alare, i finimenti o ornamenti che siano disposti nella stessa identica posizione e conformazione; dunque la questione che si tratti della raffigurazione della stessa divinità è fuori discussione, però resta il fatto che una divinità mesopotamica o meglio la sua effige, si trovi in sintesi “diametralmente” dall’altra parte del mondo, oltremodo in un punto geografico “scomodo” per essere raggiunto dall’area mesopotamica o del medio oriente.

padre crespiMa veniamo al “pezzo forte”, come ho evidenziato nel commento all’immagine qui sopra, sono molte le curiosità che emergono da questo reperto; sorvolando sui particolari che fanno riferimento alle simbologie e alle tradizioni adottate dalla massoneria, gli stessi particolari, rendono questo reperto particolarmente e decisamente interessante denotando la sua evidente, definiamola “inappropriatezza” storica, geografica e culturale. Per prima cosa, si può notare che la struttura piramidale ha decisamente una conformazione diversa ed inusuale rispetto ai “canoni architettonici” delle piramidi presenti nel continente sudamericano e nel centro America, è vero si potrebbe asserire che le piramidi del nuovo mondo possano essere state la naturale evoluzione dello stile architettonico similmente all’evoluzione delle architetture, dal romanico al gotico, al barocco ecc. ecc. però sorge spontaneo domandarsi perché nella concretezza della realtà di tutte le piramidi, perlomeno di quelle attualmente scoperte in quella parte del mondo, nessuna ha questa particolare e semplice conformazione? Se si fosse trattato di una evoluzione architettonica, sempre pensando con la mentalità occidentale, assisteremmo ad un graduale e progressivo adattamento delle strutture piramidali alle “nuove tendenze” ma di fatto, seppure persiste il più fitto mistero sulle modalità di costruzione di questi monumenti, la presunta evoluzione stilistica non c’è; dunque è presumibile che la diversità architettonica risieda in una profonda diversità culturale e probabilmente anche di intenti nel realizzare quei monumenti. Ho voluto fare queste precisazioni perché emerge in modo prorompente il fatto che la rappresentazione della piramide si riferisce ad un luogo diverso, ma procediamo per gradi e torniamo all’analisi del reperto. Quello che accomuna questo reperto con quelli mediorientali e mesopotamici è la raffigurazione di un sistema planetario, sicuramente il nostro e si distinguono nove pianeti divisi in due gruppi ben precisi; facendo riferimento al nostro sistema solare e sovrapponendolo alla raffigurazione, si potrebbe riconoscere che i pianeti sulla sinistra sono quelli interni e quelli sulla destra i pianeti esterni o gioviani, qualcuno mi ha fatto notare che questa rappresentazione è orfana della luna se fosse riferita al nostro sistema solare, che il nostro satellite rivestiva un’importanza fondamentale per le popolazioni e le civiltà antiche è risaputo, quindi perché dalla raffigurazione sarebbe stata omessa? Rispondendo al rilievo, dico, se avessi le risposte, non mi porrei le domande, comunque, se dovessimo fare una rappresentazione grafico/iconica del nostro sistema solare, nella raffigurazione del sistema planetario inseriremmo anche tutti i satelliti dei vari pianeti oppure ometteremmo questi particolari, in quanto potrebbero creare confusione? Quindi se dovessimo rappresentare il nostro sistema solare,lo rappresenteremmo con i soli pianeti, ma questa è la mia personale convinzione, comunque che si tratti di un sistema planetario è più che evidente ed è difficile confutarlo. Proseguendo l’analisi di questo particolare, si nota che ai lati del sistema planetario sono presenti due serpenti, quello sul lato dei pianeti interni, inequivocabilmente punta al terzo pianeta. (la Terra?) mentre quello sul lato dei pianeti esterni “punterebbe” ad una posizione intermedia tra due pianeti, (Saturno e Urano?) perché? Perché indicare uno “spazio intermedio” tra due pianeti? Perché evidenziare e indicare quella posizione in modo così marcato ed evidente, che cosa ci sarà mai in quell’area di spazio vuoto che sembrerebbe essere importante? Se asserissi che avevo già la risposta, sarei un millantatore, sono rimasto fortemente colpito da questa indicazione, perché mai qualcuno dovrebbe indicare un punto dello spazio vuoto quando di fatto e nella sostanza non ci sarebbe nulla? Pensa e ripensa, la cosa sembrava non avere senso e cominciavo a immaginare che si trattasse di un errore dell’incisore, poi, come capita a chi cerca, poi trova, ho digitato sul motore di ricerca, non ricordo bene se “spazio tra Saturno e Urano” o “spazio tra Giove e Saturno” ed ecco qua salta fuori qualcosa di diverso dai soliti link “spuria” anche se inizialmente mi sembrava strano, tra i primi link un riferimenti di Wikipedia, Piano invariabile, piano invariabile? Chè roba è? Vado sul link ed ecco sorpresa sorpresa, proprio quello che stavo cercando! Dunque l’indicazione riportata sulla lastra non era un errore, chi l’aveva incisa lo aveva fatto intenzionalmente e per una ragione precisa, seppure si indica un punto dello spazio vuoto, in quell’area, c’è qualcosa di importante seppure immateriale ossia è l’area dello spazio in cui è localizzato il baricentro del’ sistema solare, il punto invariabile o punto laplaciano. Riconsiderando quanto detto sul presunto sistema solare, questo elemento dimostrerebbe che la raffigurazione è relativa proprio al nostro sistema solare e che le indicazioni “serpi formi” stanno ad indicare proprio il suo punto laplaciano. E’ stato come aprire la porta di uno sgabuzzino e il contenuto ti precipita addosso ricoprendoti, sorprendente, sconvolgente e inevitabilmente una cascata di domande che ti seppellisce e ti trovi a cercare di raccapezzarti tra ciò che ti ricopre. Dunque con calma e dopo un profondo respiro, tiro su le maniche per cominciare a “mettere” in ordine le idee; quella che sembrava una semplice raffigurazione si era rivelato di fatto un documento che con un linguaggio “moderno” si potrebbe definire interdisciplinare, perché oltre l’aspetto strettamente astronomico, implicava la conoscenza approfondita della matematica, della trigonometria, della fisica e nello specifico, del momento angolare di un corpo e il momento angolare complessivo di tutti i pianeti del sistema solare compreso il sole stesso. Qui le cose cominciano a complicarsi perché, forse per pignoleria o forse perché dal quadro d’insieme amo estrapolare i particolari, qualcosa non mi torna, l’indicazione del serpente punta ad una zona tra Saturno e Urano e non tra Giove e Saturno, potrebbe sembrare in aspetto insignificante, ma come vedremo, non lo è affatto, stando a quanto riporta Wikipedia, il punto laplaciano sarebbe localizzato a mezzo grado dall’orbita di Giove, mentre la rappresentazione indica una posizione decisamente diversa, se si considerano le dimensioni dei pianeti, la differenza sarebbe enorme, quindi si potrebbe attribuire la diversa stima o errore, se di errore si tratta, alla limitatezza degli strumenti degli “avi” che si fondavano sulla costante osservazione ad occhio nudo, se è così, altro che “chapeau”, se all’epoca vi fosse stato il premio nobel per l’astronomia, non vi sarebbero stati dubbi sul vincitore o i vincitori. Ma se l’indicazione fosse corretta? Mi permetto di fare una digressione dal sapore di “fanta-paleo-astronomia”; ripetendo l’interrogativo, se effettivamente l’indicazione e le rilevazioni indicate nella lastra fosse stata esatta, almeno per l’epoca in cui fu realizzato il manufatto, cosa è capitato nel frattempo? Bhé si sarebbe trattato di un evento molto più che apocalittico considerando che avrebbe coinvolto l’intero sistema solare e non solo la Terra, se si vuole avere una pallida idea delle forze che sarebbero entrate in “gioco” per alterare il momento angolare del sistema solare, provate ad alterare l’asse di rotazione di una ruota mentre gira, penso che il risultato dipenda da come si tenta di alterare l’inclinazione, immaginiamo di voler alterare l’inclinazione della ruota facendo forza sul bordo o sul copertone, la forza necessaria dovrebbe essere perlomeno esponenziale rispetto la massa della ruota e relativa alla velocità di rotazione, analogamente e seguendo il principio di economicità, la quantità di forza o energia sarebbe minore, ma comunque proporzionale e relativa se agissimo direttamente sull’asse stesso. Facendo i dovuti calcoli e quantificazioni immaginate adesso le energie necessarie per alterare la rotazione del sole e di conseguenza le orbite di tutti i pianeti che altrimenti potrebbero “partire per la tangente”; dunque, seguendo l’ipotesi di questo evento di cui risulta difficile darne una portata, cosa potrebbe aver causato lo “spostamento” del punto laplaciano dalla posizione tra Saturno e Urano a quella “a grandi linee” tra Giove e Saturno? Ipotizzando il transito di un corpo extrasolare all’interno del sistema planetario, avrebbe sì potuto alterare l’orbita di un pianeta, due o tre, ma non certo perturbare i piani orbitali di tutti i pianeti, quindi pur in presenza di questa alterazione, il “valore complessivo” sarebbe rimasto sostanzialmente invariato, quindi se ci rifacciamo all’esempio della ruota, risulterebbe più logico e plausibile che “l’interferenza” abbia avuto effetti diretti sull’asse di rotazione del sole stesso che non sui pianeti, ma questo presupposto apre ulteriormente ad altri interrogativi, ipotizzando l’effettiva esistenza di Nemesi, sorella “cattiva” del sole, questa, dovrebbe avere un’orbita attorno al sole con una inclinazione sufficiente a che le sue perturbazioni sull’asse di rotazione del sole, non mandino in frantumi l’equilibrio planetario, se questa inclinazione fosse eccessiva, i pianeti verrebbero proiettati verso l’esterno dalla stesa forza centrifuga del sistema solare, se al contrario, fosse troppo “bassa” il transito anche se alla periferie del sistema solare inevitabilmente potrebbe proiettare i pianeti verso il centro del sistema solare, innescando, usando un temine da biliardo, una spaccata e di conseguenza mandando in frantumi il sistema planetario stesso. Però occorre fare alcune considerazioni, stando a quanto ipnotizzato di Nemesi si tratterebbe di una nana marrone, quindi gli effetti gravitazionali sull’asse di rotazione del sole sarebbero ininfluenti poiché la sua massa e le sue dimensione non sarebbero sufficienti ad avere effetti sensibili se non nel caso di un transito estremamente ravvicinato all’astro centrale, il quale inevitabilmente influenzerebbe in modo sensibile la sua orbita e che potrebbe persino catturare e trattenere all’interno del sistema solare, però nonostante le ricerche, sembrerebbe che Nemesi non sia stata ancora scoperta, certo l’osservazione di una nana marrone non è cosa semplice ne facile, magari in un prossimo futuro, con l’ausilio dei telescopi ad infrarosso qualcuno esclamerà “Eureka”; come sempre non perdo l’occasione di dare qualche ulteriore pennellata dai toni scuri e se Nemesi fosse qualcosa di simile ad una Darkstar? Le cose cambiano e di molto, una Dark star in realtà non è un buco nero, perlomeno non lo è ancora, però il campo gravitazionale potrebbe influenzare l’asse di rotazione del sole anche a grandi distanze e senza per questo entrare nell’area orbitale dei pianeti. Bhé come ho detto si tratta di una divagazione fanta-paleo-astronomica, anche se, l’ipotesi dell’esistenza di Nemesi non è del tutto irreale, però e qui indugio nuovamente con le tinte forti, se effettivamente il transito di questo “oggetto” avesse alterato il punto lapaciano del sistema solare, sarebbe possibile che antecedentemente il suo passaggio le orbite di Marte e Venere fossero diverse e più prossime a quella della terra?

MarteDico questo perché se su quei pianeti si fosse sviluppata la vita, magari sarebbe potuta evolvere in civiltà superiori e capaci di intraprendere voli interplanetari, ora sempre “sguazzando” nelle congetture, dopo il passaggio di Nemesi, le orbite di questi due pianeti sarebbero cambiate proprio per l’alterazione del piano invariabile, portandoli alle attuali condizioni, ora se quelle civiltà, avendo la possibilità se non di organizzare un esodo di massa, quantomeno organizzare delle “arche” della salvezza, avrebbero potuto trovare riparo sulla Terra; certamente anche il nostro pianeta avrebbe risentito di questi mutamenti ed anzi, questi potrebbero essere se non la spiegazione, sicuramente una differente lettura delle estinzioni di massa, ma per la particolare orbita terrestre, si sono rivelati transitori, non è certo una novità che molti ricercatori, cominciano, se non a mettere in dubbio ma ad ipotizzare che le grandi estinzioni si siano verificate per una molteplicità di cause e concause, quindi rifacendoci alla teoria degli impatti meteorici, questi sarebbero stati una delle cause e non l’unica. Voglio tornare con i piedi in “terra” sempre nell’ipotesi che il Piano invariabile abbia subito una alterazione, questa potrebbe altresì essere stato alterato da altre possibili cause, che so, un cosi detto gamma burst che ha interessato solo il sole interferendo con i suoi cicli e quindi sulla rotazione e di conseguenza su tutto il piano orbitale planetario, oppure una qualche forma di risonanza con campo gravitazionale del disco galattico o del suo centro e perché no, mettiamoci anche uno “stellemoto”. L’idea che il pianeta Terra sia stata la salvezza di altre razze evolute su altri pianeti del sistema solare, in parte e rassicurante ed in parte no, in quest’ottica si potrebbe leggere la storia dell’umanità e di tutti quei riferimenti leggendari e riportati da testi sacri sulla presenza di “gente scesa dal cielo” e che in un modo o nell’altro ha segnato e influenzato la stessa umanità. Dopo questa ampia digressione e lo sconfinamento nelle congetture, un dato di fatto è che un evento globale, perlomeno in ambito planetario c’è stato, come ho detto, seppure miti e leggende ed anche ciò che è narrano da testi religiosi, ciò concorre se non a costituire prova certa, comunque ad attestare che qualcosa è accaduto ed è stato un punto di svolta ed in parte spiegherebbero i motivi per cui per molti se non tutti i popoli antichi mostravano un interesse per l’astronomia quasi in forma patologica ossessiva convulsiva. Dunque torniamo al manufatto, tra le raffigurazioni di questo reperto, hanno un particolare rilievo i due “felini” ai lati della piramide, è noto che alcuni egittologi ipotizzano che la struttura originaria della sfinge era la raffigurazione di un leone, questo in parte è suggerito anche dal fatto che allo sguardo di chi non ha una particolare sensibilità estetica o che non sia eccessivamente carente della proporzionalità, la testa della sfinge risulta essere “fuori contesto” e comunque qualcosa di “appiccicato”, similmente a ciò che fanno i bambini giocando con pupazzetti e soldatini rotti “creavano dei Franchenstein”, comunque tra alcuni egittologi c’è anche la convinzione che la piramide era accompagnata da ben due di queste statue leonine ed erano preposte a guardia del monumento similmente a come si osservano statue analoghe nei pressi di entrate e portoni di edifici, però allo stato dei fatti, della seconda statua non vi sarebbero tracce, anche se alcuni hanno intravisto in una collinetta non molto lontana dalla piramide, la base su cui sarebbe sorta o sarebbe dovuta essere eretta. La cosa intrigante che emergerebbe dalla lastra ecuadoregna, è che la presenza di questi due felini, potrebbe avvallare l’ipotesi della doppia sfinge, dopo tutto e qui faccio una semplice considerazione, gli antichi egizi erano estimatori della precisione e comunque cultori di un sofisticato senso estetico, quindi, presumo che avessero visto di “cattivo occhio” l’asimmetria che costituiva una unica sfinge in un complesso monumentale particolarmente caro. Che il reperto sia stato parte del progetto originario del complesso di Giza, oppure effettivamente è la rappresentazione di come era al tempo di massimo splendore? Si potrebbe obbiettare che quanto raffigurato non sia riconducibile al complesso della piana di Giza perché non sono raffigurate le altre cinque piramidi; osservazione giusta e coerente, ma quale altro complesso piramidale è caratterizzato dalla presenza della sfinge? Sempre in relazione alle raffigurazioni e per determinare almeno in via indiziaria, se la raffigurazione può riferirsi alla piana egiziana, si osserva la presenza di elefanti, ora è vero, che i continenti americani hanno avuto in passato una fauna analoga, ma sostanzialmente i pachidermi erano dei mammuth e seppure potevano avere aspetti somiglianti, questi erano distinguibili per le enormi zanne e per il differente profilo dovuto alla diversa costituzione fisica e comunque certamente non idonei ad un clima temperato; si potrebbe dire che si tratti di elefanti indiani, ma anche qui gli animali raffigurati sono contraddistinti da grandi lobi auricolari mentre la specie indiana li ha molto più ridotti, quindi sempre per via indiziaria, si confermerebbe che la rappresentazione è quella della fauna africana. Continuando a “fare le pulci” alla lastra di Padre Crespi, si nota che tra le raffigurazioni ci sono anche se in forma stilizzata, quelle della flora, contrariamente a quanto ci si possa aspettare, le piante rappresentate sembrano essere più una qualche specie di felce che non veri e propri alberi o comunque piante tipiche dell’attuale habitat nordafricano/mediorientale. Questo particolare suggerisce che l’epoca a cui si riferirebbe la rappresentazione risalirebbe ad un’epoca in cui l’area attualmente desertica, era una zona temperata e verdeggiante, detto questo ne consegue che se si considera l’illustrazione alla stregua di una fotografia ante literam, l’edificazione della piramide, perlomeno quella di Cheope e della/e sfingi, era completa e quindi retrocederebbe la data di edificazione ad un periodo assai posteriore rispetto la datazione adottata dall’egittologia classica. C’è da aggiungere, che in altri reperti ecuadoregni, si possono notare raffigurazioni di altre specie animali e vegetali tipiche dell’attuale Africa sub sahariana, come le giraffe, ed altri tipi di ungulati, anche se in questi, i riferimenti alla piramide e/o alle sfingi non siano presenti, il solo fatto che facciano parte dello stesso “set repertuale” darebbe ulteriore sostengo all’ipotesi che le raffigurazioni si riferiscono al continente africano o comunque all’area nordafricana. Dopo l’analisi, che volutamente ho focalizzato su di questo particolare reperto, va detto che la collezionane del sacerdote non era certo costituita dai soli reperti che è possibile osservare dalle poche e tra l’altro scarse immagini disponibili in rete, la collezione era costituita da una grande quantità di manufatti di varie dimensioni; l’effettiva quantificazione di quali e quanti reperti facevano parte di questa “collezione” non è possibile dirlo, anche perché la storia di questi reperti differisce nel suo “finale”, alcuni sostengono che dopo la morte del sacerdote i manufatti sarebbero stati prelevati da alcuni agenti governativi non ben identificati, mentre altri riferiscono che furono gli stessi indio a riprendere il materiale e lo avrebbero riportato la, da dove proveniva. Ad ogni buon conto, la quantificazione delle opere è impossibile, dalle poche immagini e dai filmati di scarsa qualità, comunque si potrebbe stimare che la collezione constasse, stima per difetto, di centocinquanta duecento pezzi; il pensiero che mi sorge e sia ben chiaro, ben lungi da me l’intento di vanteria, è che se da un singolo artefatto, io, che non ho particolari qualifiche sono riuscito se non a decodificare, perlomeno a darne una lettura, per quanto teorica sia, quali altri grandi “segreti” erano o sono custoditi in quella quantità di artefatti? Quali altre conoscenze possedevano i popoli o il popolo che li realizzo? Voglio concludere questo intervento lasciandomi prendere la mano, ancora una volta dalle congetture; prometto di non esagerare e di mantenere un certo “aplomb”, dopo quanto detto, sorge spontaneo domandarsi come sia possibile che reperti, che da quanto si può osservare, fanno riferimento a luoghi e culture tipiche dell’area mesopotamica e mediorientale del “vecchio mondo” si trovino in sud America? Ovviamente non è che si possano fare molte ipotesi, anzi la scelta è piuttosto ristretta e circoscritta, quindi si potrebbe presupporre che gli artefatti furono “portati” in quei luoghi da chi li ha realizzati; certo l’ipotesi che i sumeri, gli antichi egizi, gli ittiti e altre popolazioni dell’epoca avessero cognizione del nuovo mondo, potrebbe non essere così improbabile ed astrusa, questo sempre in virtù di quanto esposto in precedenza, quindi che la terra fosse un oggetto sferico doveva essere cosa risaputa, comunque pur in presenza di queste conoscenze, perché mai portare quei tesori in un luogo così “sperduto”? Nell’imminenza di una grande catastrofe o di un radicale cambiamento globale, determinarono che il luogo più sicuro ove trovare riparo o quantomeno dove poter preservate conoscenze e ricchezza della loro civiltà poteva essere propri in quelle terre lontane, detto questo, chi si imbarco in questa impresa, era cosciente di rischi e pericoli nel affrontarla e che una volta conclusa l’opera di salvataggio sarebbe rimasto per sempre, quantomeno per tutelare il proprio patrimonio, quindi emigrare in pianta stabile nelle nuove terre. Come ho detto, l’ipotesi è decisamente affascinante ed accattivante e sarebbe entusiasmante se qualcuno rinvenisse sulla costa o sui fondali marini di quell’area i resti dei vascelli impiegati nell’impresa, certo il rinvenimento di una o più imbarcazioni sumere o egizie scombussolerebbe e di molto le carte, comunque sorge un interrogativo che in parte avevo già formulato, pur nella certezza che l’area dell’attuale Ecuador fosse quella più idonea e sicura, come raggiunsero la zona? Se osserviamo il planisfero, risulta che dal punto di partenza a quello di arrivo il tragitto si rivela piuttosto impegnativo sia se si viaggi da oriente verso occidente che viceversa, nel primo caso, si dovrebbe circumnavigare l’intero continente sudamericano, mentre in senso opposto si dovrebbe quantomeno attraversare il continente asiatico per affrontare in un secondo tempo la traversata del pacifico; in alternativa si sarebbe potuto fare il viaggio solo “via mare” e questo idealmente sarebbe stato il tragitto migliore in quanto per le ovvie necessità di approvvigionamento avrebbe dato maggiori garanzie di fattibilità e successo, questo anche in funzione del fatto che la rotta li avrebbe portati a sfiorare le terre dell’Oceania, ritengo che il presunto percorso sia questo perché affrontando il viaggio verso occidente, inevitabilmente si sarebbe dovuto circumnavigare il continente africano e parte di quello sudamericano, comunque l’impresa sarebbe stata imponente e probabilmente effettuata in fasi successive in periodi particolarmente favorevoli per lo sfruttamento di correnti e stagioni propizie, non va assolutamente dimenticato che le condizioni atmosferiche in mare aperto possono cambiare drasticamente e in modo repentino, quindi questo aspetto doveva giocare un ruolo fondamentale onde evitare il fallimento. Lo so; ho appena esposto questo ragionamento al un mio ospite che obbietta “se i popoli dell’antichità sapevano dell’esistenza delle Americhe, come mai non ci sono riferimenti scritti ne cartine geografiche che ne riportano almeno e a grandi linee le coste?” E’ vero l’osservazione è pertinente, e come già detto, se avessi le risposte, probabilmente non mi porrei le domande, quindi sempre seguendo la speculazione logica e le congetture, potrei rispondere che magari avevano redatto testi e cartine geografiche e che non sono stati ancora ritrovati o magari sono stati distrutti nel tempo, ho anche detto che voglio mantenere un certo aplomb e non “partire per la tangente fantascientifica”… magari un semplice accenno, una brevissima digressione… e se quella documentazione fosse stata custodita nel continente di Atlantide e/o di MU?… stop. Tornando alla risposta sul come ed il perché questi manufatti si trovino nelle Americhe, sempre indugiando nella sfera delle congetture e provando a trovare una spiegazione alternativa alla “spedizione dei mille” sumerica/egizia, mi sorge spontaneo domandarmi se sia plausibile l’ipotesi che questi tesori, abbiano avuto una relazione o con la biblioteca di Alessandria e che nel tempo finirono per essere custoditi li, in considerazione dei grandi tesori che la biblioteca conteneva, sarebbe altrettanto plausibile che prima delle devastazioni della biblioteca alessandrina, questi ed altri importanti documenti, reperti ed opere d’arte, siano stati per cosi dire “trasferiti” o ceduti alle cure ed alla custodia del Tempio di Salomone? Sembra quasi un “ritornello” storico anche il Tempio di Salomone subì se non la stessa sorte della biblioteca, quantomeno un epilogo molto simile, quindi facendo delle libere associazioni, è ipotizzabile che quando i cavalieri templari entrarono in Gerusalemme e nelle strutture che restavano del Tempio, rinvennero proprio quei tesori e quelle ricchezze? Anche questa come ipotesi non è male! cueva tayos 2Quello che protenderebbe ad avvallarla è il fatto che, guarda caso, dopo le crociate, le conoscenze ingegneristiche ed architettoniche ebbero un salto qualitativo enorme rispetto lo “status” precedente e questo salto qualitativo, anche se non è riconosciuto in modo documentale, storicamente viene attribuito o comunque fatto risalire ai cavalieri templari e a quanto “riportarono” dalle crociate. Come ho detto, voglio mantenere un certo contegno, ma potrebbero essere queste le origini e l’humus in cui l’arte Murato-ria sbocciò e d’appresso la sorgente da cui nacque la Massoneria? Ma tutto questo che ha a che fare con i reperti dell’Ecuador? Bhé sì che c’entra, secondo le leggende, si dice che i cavalieri templari, dopo le vicende con “il Bello” del momento, avrebbero “trasferito” il tesoro sull’isola di Oak (Oak island) in Canada; isola sorta alle cronache proprio per il rinvenimento di un misterioso e indubbiamente sofisticatissimo pozzo, in cui si ipotizza che sia nascosto il tesoro o parte del tesoro dei templari, l’Arca dell’Alleanza, il Santo Graal ecc. ecc., ora proseguendo la sequela delle congetture, se i cavalieri templari poterono raggiungere le coste del Canada, avrebbero potuto raggiungere contestualmente anche le coste dell’Ecuador e li depositare una parte del loro tesoro? Come si suol dire mai mettere tutte le uova nello steso paniere, quindi… Aldilà della questione meramente materiale, come potevano i templari avere la conoscenza delle Americhe ben cento, centocinquanta anni prima dell’effettiva scoperta da parte di Colombo? E’ evidente che se non altro, tra quanto trovarono nel Tempio di Salomone, avevano avuto modo di trovare se non cartine o mappe, perlomeno indicazioni scritte di rotte e coordinate sufficientemente precise e dettagliate per raggiungere quelle terre sconosciute. Che il tesoro di Padre Crespi sia stato “portato” in quella terra da antichi navigatori uno, due o diversi millenni prima dell’avvento di Cristo o che sia stato portato dai cavalieri templari, le due ipotesi sono entrambe affascinanti rimarcando, non solo la grandezza di chi compì quell’impresa, il coraggio e l’indubbia abnegazione nel preservare ricchezze e conoscenze, ma che questi reperti evidenzierebbero un patrimonio di conoscenza che si perde nelle nebbie del tempo e della memoria, evidenziando oltre alla “modernità” delle conoscenze degli antichi, sottolinea ulteriormente che c’è, una storia prima della storia, nonostante il mondo accademico persiste nel non voler prendere atto di questo fatto, anche solo come ipotesi su cui lavorare e fare le più che doverose verifiche, si lascia la porta aperta ai più disparati e inverosimili scenari, plausibili o meno che possano essere. Prima di concludere questo secondo intervento del 2014, voglio fare una provocazione dalle sfumature anti ecclesiali, se al tempo di Copernico, di Galileo, di Giordano Bruno le gerarchie della Chiesa Romana, fossero state già a conoscenza, se non dell’esistenza delle terre oltre oceano ma che la terra fosse una sfera e che da qualche parte ci potesse essere un territorio al di fuori delle sue “competenze”, questo non avrebbe di fatto dato un “limite all’universalità della Chiesa”, quindi, chiunque avesse ipotizzato l’allargamento dell’orizzonte anche nel solo senso geografico, avrebbe evidenziato questo limite e di conseguenza costituito una minaccia per l’assolutismo della Chiesa Cattolica?

Un’ultima sottolineatura, tra i manufatti che facevano parte del tesoro di Padre Crespi, c’era anche la seguente “lastra” in questa lastra, si nota un personaggio che in una mano stringe un pugnale mentre nell’altra, regge per i capelli la testa mozzata di un’altra persona, ora non perché voglia trovare a tutti i costi assonanze e similitudini, ma questa immagine non riporta alla mente la storia di Davide e Golia? Anche in questa iconografia l’intento oltre a rinnovare la vicenda biblica non è che si vuole oltremodo confermare che vi fu un’epoca in cui c’erano effettivamente i giganti? Dall’immagine è evidente diversità delle dimensioni delle due teste un’altra realtà di cui si vuole sottacere l’evidenza? E perché mai? Per quanto riguarda i riferimenti, l’elenco potrebbe sembrale eccessivo, ma posso garantire che l’ho sfoltito molto, ho mantenuto come sempre i riferimenti che con tutti i limiti, ho ritenuto più validi ed affidabili.

Riferimenti:
http://en.wikipedia.org/wiki/Cueva_de_los_Tayos
http://www.bibliotecapleyades.net/arqueologia/cueva_tayos02.htm#crespi%20expedition
http://tayoscave.wordpress.com/2011/06/17/464/
http://tayoscave.wordpress.com/
http://www.abovetopsecret.com/forum/thread810255/pg1
http://www.bibliotecapleyades.net/arqueologia/cueva_tayos02.htm#crespi%20expedition
http://whitewolfrevolution.blogspot.it/2013/11/il-mistero-dei-reperti-antidiluviani-di.html
http://rodrigoenok.blogspot.it/2012/09/cidade-subterranea-descoberta-no-equador.html
http://thelastdaysoftolemac.com/prophecy/?p=74
http://contacto-2012.blogspot.it/2012/05/las-planchas-metalicas-del-padre-crespi.html
http://armonicosdeconciencia.blogspot.it/2013/08/el-misterio-de-los-mapas-mas-antiguos.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Zona_abitabile#Zona_abitabile_del_sistema_solare
http://it.wikipedia.org/wiki/Sfinge_di_Giza
http://it.wikipedia.org/wiki/Isola_di_Oak
http://it.wikipedia.org/wiki/Cavalieri_templari#Caduta_e_soppressione
http://it.wikipedia.org/wiki/Terra_a_palla_di_neve
http://it.wikipedia.org/wiki/Massoneria

 

 

Author Bio
Ruggero Marino
Author: Ruggero MarinoWebsite: http://www.ruggeromarino-cristoforocolombo.comEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Chi sono:
Ruggero Marino è giornalista e scrittore. Ha lavorato per 34 anni al quotidiano Il Tempo di Roma, ricoprendo le cariche di inviato speciale (visitando più di 50 paesi), di redattore capo e di responsabile del settore cultura. Ha scritto due libri di poesie, Minime e massime e L’inferno in paradiso (Premio Indic). Ha vinto oltre 10 premi giornalistici, fra i quali quello dell’Associazione Stampa Romana. Con il suo primo volume sull’Ammiraglio, Cristoforo Colombo e il papa tradito, ha vinto il Premio Scanno. Delle sue ricerche, che proseguono dal 1990, e che per la prima volta coinvolgono la Chiesa di Roma nella vicenda, si sono occupati storici, scrittori e media in Italia e all’estero (il Times gli ha dedicato due pagine). I suoi studi sono stati citati all’Accademia dei Lincei. Ha esposto le proprie tesi in numerosissime conferenze, anche in università italiane e straniere. È stato invitato a New York dall’Istituto italiano di cultura e fa parte della Commissione scientifica per le annuali celebrazioni del 12 ottobre in onore di Colombo. Per approfondimenti è possibile consultare Wikipedia al seguente link: https://it.wikipedia.org/wiki/Ruggero_Marino
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