CURIOSITÀ

 

SCULTURE INCREDIBILMENTE SIMILI AVVICINANO CONTINENTI E POPOLI LONTANI

moai eyes      easter island single Moai      african totem      Tula Mexico

 

lettera N anticaella ricerca di indizi che possano avvalorare l’ipotesi di contatti fra i continenti molto prima delle cosiddette “scoperte” ufficiali, che in genere tali sono solo per la nostra cultura occidentale, non si può fare a meno di rilevare la incredibile somiglianza di certi manufatti come questi totem scolpiti nel legno i primi tre. Il primo e il terzo sono i classici “moai” dell’isola di Pasqua, al centro una scultura africana e a destra un ciclope in pietra di Tula in Messico. Qualcuno ha detto che tre indizi fanno una prova. Circa i cosiddetti “pre-contatti” gli indizi sono una valanga.

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L’USO E LA FORMA DEL MORTAIO IDENTICI IN POPOLI LONTANISSIMI

mortaio      mortaio Egitto      mortaio mano metate

 

mortaio Ondia            mortaio Siria

 

lettera i antical mortaio è un recipiente di vario materiale resistente, cavo all'interno, usato in chimica, in medicina e in cucina per triturare e polverizzare sostanze mediante un apposito pestello. Usato largamente in tempi antichi è sorprendente come fosse identico per l’uso e la forma in culture del tutto diverse e lontane, quasi la conoscenza fosse comune. Derivata da scambi risalenti all’alba della civiltà? Nelle foto da sinistra come erano i mortai in pietra in India, Egitto (al centro), Europa, in Latino America e in Siria.

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TERZIARI FRANCESCANI FAMOSI: GIOTTO, DANTE, COLOMBO

Colombo arte Casoria particolare DOC 1        Colombo arte Casoria particolare DOC 2

 

Monumento posto all’ingresso dell’Ospizio Marino Padre Ludovico da Casoria con san Francesco d’Assisi che in atto benedicente impone le mani su tre famosi terziari: da sinistra a destra Dante, Cristoforo Colombo e Giotto. Il monumento, che si trova a Posillipo a Napoli, fu voluto da padre Ludovico da Casoria e fu scolpito da Stanislao Lista nel 1882 per il settecentesimo anniversario della nascita del santo d’Assisi. Nell’altra immagine il santino litografia allegato e risalente all’epoca della realizzazione della scultura. L’Ospizio fu eretto nel 1875 ed accoglieva prevalentemente gente di mare in gran parte pescatori. C’è un sottile filo rosso, che sotto il saio di san Francesco, unisce questi grandi personaggi?

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DUE TOMBE MODESTE E SENZA EPIGRAFI PER DUE PAPI DELLA FAMIGLIA MEDICI. COME MAI?

Clemente VII Minerva 

 

di Claudia Viggiani

LAntonio da Sangallo il giovane monumento di Leone Xe tombe dei papi Medici sono collocate sulle pareti del coro della chiesa di Santa Maria sopra Minerva a Roma. Sulla parete sinistra è sistemato il Monumento funebre di papa Leone X, al secolo Giovanni de’ Medici, nato nel 1475 a Firenze da Lorenzo il Magnifico e Clarice Orsini. Morto improvvisamente a Roma nel 1521 di broncopolmonite, a soli 46 anni, senza lasciare nessuna indicazione sulla sua tomba, Leone X fu temporaneamente tumulato nella basilica di San Pietro, nei pressi del pilastro della Veronica per essere trasferito nella chiesa della Minerva solo in seguito alla morte di suo cugino, papa Clemente VII.
Sulla parete destra è posto il Monumento funebre di Clemente VII, già Giulio de’ Medici, figlio naturale di Giuliano – fratello di Lorenzo il Magnifico – e Fioretta Antoni, nato a Firenze il 26 maggio 1478, un mese dopo la morte del padre, ucciso nella congiura dei Pazzi. Tenuto a Antonio da Sangallo il giovane monumento di Clemente VIIbattesimo da Antonio da Sangallo, al quale Lorenzo de’ Medici lo affidò per i suoi primi anni di vita, Giulio fu successivamente accolto nella casa dello zio che lo fece crescere con i propri figli e in particolare con Giovanni, che prima di diventare papa, lo portò con sé a Roma, aiutandolo nella carriera ecclesiastica, fino a favorirne la sua elezione al pontificato nel 1523. Morto nel 1534, all’età di 56 anni, in seguito ad un avvelenamento provocato, o da funghi, oppure, come più probabile, da arsenico, Clemente VII fu sepolto nel coro della chiesa della Minerva nel sepolcro progettato, come quello del cugino Leone X, da Nanni di Baccio Bigio, ed elaborato forse da un’idea di Antonio da Sangallo il Giovane.
Era stato lo stesso Clemente VII nel 1533 a commissionare i due sepolcri e a chiedere che essi fossero disposti sulle pareti del coro della chiesa nella quale si era recato così tante volte prima di diventare papa e anche dopo, da ritenerla la chiesa di famiglia a Roma. Clemente VII e Leone X appena giunti nella città papale e per tantissimi anni avevano infatti vissuto nel rione Sant’Eustachio, inizialmente, nel rinnovato palazzo messo a loro disposizione dalla cognata-cugina Alfonsina Orsini, in piazza dei Caprettari e, successivamente, in Palazzo Medici, oggi interamente modificato e conosciuto come Palazzo Madama. La grandiosa chiesa della Minerva – per la quale i lavori di sistemazione della facciata e di rafforzamento della navata laterale destra nonché di ricostruzione del convento, furono finanziati nel 1453 da Francesco Orsini, celebre capitano al servizio dei sovrani di Napoli, del papa, di Firenze e di Venezia – aveva inoltre un coro molto grande, che ben si prestava ad essere trasformato in una grandiosa cappella funeraria di famiglia, pronta ad accogliere le imponenti sepolture papali. Clemente VII ZEriNel monumento a Leone X la statua del pontefice fu scolpita da Raffaello da Montelupo; i bassorilievi con l’Incontro tra Leone X e Francesco I, il Battesimo di Gesù e il Miracolo di San Giuliano, cosi come le due statue di Profeti furono portati a termine da Baccio Bandinelli che ottenne la commissione grazie agli esecutori testamentari di Clemente VII, i cardinali Ippolito de’ Medici, Innocenzo Cybo, Giovanni Salviati e Niccolò Ridolfi e contro la volontà di Michelangelo Buonarroti che non avrebbe mai voluto vedere il Bandinelli attivo a Roma al sepolcro del papa che, poco prima di morire, gli aveva commissionato il celebre Giudizio Universale in Cappella Sistina.
Nel sepolcro di Clemente VII, a realizzare la statua del papa fu invece Nanni di Baccio Bigio mentre le sculture dei Profeti ai suo lati e i rilievi sull’attico raffiguranti la Pace tra Clemente VII e Carlo V, San Benedetto incontra Totila e San Giovanni nel desertofurono compiuti dallo stesso Baccio Bandinelli. Peccato che per esaudire le disposizioni testamentarie, velocemente e con pochi soldi messi a disposizione da Alessandro de’ Medici, le due maestose tombe siano state lasciate quasi ad uno stato iniziale, senza troppe rifiniture, iscrizioni e decorazioni.
Si può anche ipotizzare che i rifacimenti del coro, compiuti nel Seicento e nell’Ottocento, abbiamo comportato la distruzione e poi la ricostruzione dei due monumenti funebri, che risultano troppo modesti per i due figli di una delle casate più potenti in Europa nel Cinquecento, ambiziosi e raffinati mecenati, circondati da una folta schiera di letterati e artisti, che animarono un ambiente colto e ricercato, pervaso da interessi umanistici e antiquari. La loro carriera episcopale fu poi contrassegnata da funeste guerre, dai terribili contrasti con Martin Lutero e dal dilagare della Riforma protestante, dallo scisma della chiesa d’Inghilterra proclamato da Enrico VIII e dall’orribile e prolungato saccheggio di Roma ad opera delle truppe imperiali di Carlo V che nel 1527 distrussero la città e lo spirito di papa Clemente VII, infrangendo il mito dell’inviolabilità di un luogo sacro.
Strano che questi due potenti papi e tutti gli eventi che hanno caratterizzato le loro vite sino alla morte, non siano ricordati da epigrafi o da complessi architettonici memori di tali esistenze.

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Strano sottolinea l’autrice dell’articolo. Come tutte le cose che riguardano i protagonisti anche indiretti della scoperta dell’America. Colombo al ritorno dal viaggio chiese per il figlio minorenne un cardinalato così come era accaduto per il figlio di Lorenzo il Magnifico ancora adolescente, che diventerà papa Leone X. Nella Chiesa di Santa Maria della Minerva sul pavimento in parte coperto dal coro c’è una lapide che ricorda un membro della famiglia Cybo, la “casa” del papa di Colombo, Giovanni Battista Cybo.

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VEGETALI E FRUTTI DELLA AMERICHE IN RAPPRESENTAZIONI ANTECEDENTI IL 1492

tucano        cacao         pappagallo

 

  1. VOLASTRA – CIPPO CON ALBERO DELLA VITA A FORMA DI PIANTA DI MAIS GIOVANE
  2. AQUINO – FROSINONE – PANNOCCHIA DI MAIS
  3. SAN PIERO IN GRADO (PISA) – FACCIATA – PANNOCCHIA DI MAIS
  4. PIETRAGALLA – POTENZA - CACTUS
  5. BARGA (LUCCA) - MAIS (due) (senza pannocchia)
  6. BARGA – PINTADERA
  7. POMPEI – ANANAS
  8. ROSSLYNN – CACTUS – MAIS
  9. TUSCANIA – PANNOCCHIA – ANANAS – CACAO
  10. SOVANA – ANANAS
  11. BIBOLA – ANANAS
  12. GROPINA – ANANAS (cacao?)
  13. PETRA (Giordania) – MAIS GIOVANE
  14. GEORGIA – ANANAS
  15. CARAMANICO (PESCARA) – MAIS GIOVANE E PANNOCCHIA
  16. CARAMANICO - CACAO
  17. ROMA (SANTO SEPOLCRO DI GERUSALEMME) – TUCANO e PAPAGALLO

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UNA PIRAMIDE A ROMA FU FATTA SPARIRE DA PAPA BORGIA

meta romuli 1        meta romuli 2        meta romuli 3

 

Oltre alla piramide di Caio Cestio a Roma esisteva un’altra piramide in ambito vaticano. Che cambiò di luogo fino a essere posta in borgo dove era ancora presente durante il pontificato di Innocenzo VIII, Giovanni battista Cybo, il papa “sponsor” di Colombo. Si trovava nella zona di borgo, più o meno dove si apre ora via della Conciliazione. Finché non fu rimossa da papa Borgia nel 1499. Sarebbe interessante conoscerne il perché.

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Roma antica scopre il fascino della cultura egizia nel I secolo a. C., dopo la conquista di Giulio Cesare e Augusto. Da quel momento, si moltiplicano le testimonianze egizie nella città. Vengono in mente gli obelischi, ma non erano di certo soli. Pensiamo alla Piramide Cestia, la tomba di un ricco uomo politico; rivestita di marmo di Carrara, è sopravvissuta ai saccheggiatori di marmo perché inserita nelle mura difensive, come torrione fortificato. Ma non era la sola piramide presente a Roma. Una si ergeva nell’area oggi occupata dalla chiesa di Santa Maria dei Miracoli a piazza del Popolo. Un’altra piramide si trovava in area vaticana, all’inizio della attuale via della Conciliazione; è stata demolita nel 1499, ma compare nella porta di bronzo progettata dal Filarete per la Basilica di San Pietro e nell’affresco “L’apparizione della croce”, opera di Giulio Romano nella Sala di Costantino dei Palazzi Vaticani. Obelischi e piramidi: un angolo di Egitto sul Tevere. Ma in città erano presenti anche templi e sacelli (piccoli edifici sacri) dedicati alle divinità egizie, in particolare Iside (iseo) e Serapide. Purtroppo, rimane poco. Il tempio più importante, l’Iseo e Serapeo campense, era posizionato nella zona del Pantheon. I resti si trovano sotto il palazzo del Seminario e le chiese di Santa Maria sopra Minerva e Santo Stefano del Cacco. Il bizzarro nome di quest’ultima chiesa deriva dal ritrovamento di una statuetta del dio egizio Anubis con la testa a forma di cane: i romani, credendo fosse una scimmietta, la avevano chiamata “macacco”, in seguito “cacco”. Dal tempio campense provengono gli obelischi di piazza Navona, piazza della Rotonda, piazza della Minerva e piazza dei Cinquecento. Sulle pendici del colle Quirinale si trovava il Tempio di Serapide: i resti sono oggi visibili tra palazzo Colonna e l’Università Gregoriana di piazza della Pilotta. Anche sull’Aventino esisteva un tempio dedicato a Serapide; ciò che rimane, giace sotto la chiesa di Santa Sabina. Fra via Labicana e il Colosseo, si posiziona piazza Iside. Un luogo di culto di rilievo: oggi, inseriti fra i palazzi novecenteschi, si possono ammirare gli imponenti resti. Numerose le sculture egizie in città: la statua del Nilo, oggi nel Museo Chiaramonti in Vaticano; i due leoni che decorano la Fontana dell’acqua Felice all’angolo di via XX settembre; i leoni ai piedi della scalinata del Campidoglio; una statua in piazza San Marco, adiacente piazza Venezia, raffigurante Iside o una sua sacerdotessa ( i romani , che la annoverano tra le cosiddette statue parlanti, la chiamano Madama Lucrezia). Ancora, un grande piede di marmo, dà il nome alla omonima via, di una statua di culto egizio; e, per finire, una gatta in marmo murata sul cornicione di palazzo Grazioli: naturalmente, ci troviamo in via della gatta.

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ANCHE IL MAIS FRA LE PIANTE AMERICANE NOTE PRIMA DEL 1492

mais su ceppo templare        mais OLMECA        mais caramanico terme

 

Da Enrico Calzolari autore del libro "Lunigiana terra di Templari" e "Lunigiana e rotta atlantica dei Templari" riceviamo e pubblichiamo:

A Volastra (Cinque Terre) vi era la chiesa di San Lorenzo dei Templari, con il simbolo della cavalcatura in facciata. All'interno, nel corso dell'ultimo restauro, è stata ritrovata una croce pomellata. La chiesa è stata poi dedicata a Nostra Signora della Salute. All'estremità del sagrato è stato abbandonato un cippo contenente nella parte alta due cavalieri con cotta da guerra e mani giunte, in preghiera di fronte al fiore della vita, che è in questo caso rappresentato dalla pianta di mais giovane. Al di sotto vi è la rappresentazione della bandiera della flotta da guerra templare, con teschio e tibie incrociate, che, alla chiusura amministrativa dell'Ordine, è stata adottata dai pirati, sapendo che era considerata una bandiera imbattibile sui mari ( i Templari erano anche maestri di arti marziali).
Prove della conoscenza del mais esistono a Barga, a Tuscania, a Caramanico Terme, nella facciata della chiesa dedicata a San Tommaso Becket (sia pianta giovane sia la pannocchia). Prove della conoscenza del cacao esistono a Tuscania ed a Caramanico Terme, all'interno della chiesa (sia la cabossa intera sia la cabossa tagliata a metà con i grani del cacao). Nessuno ha mai identificato il cacao. Perché negare che la pianta giovane del mais (con 9 ramificazioni - 6 + 3 )sia rappresentata nel cippo di Volastra, peraltro vandalizzato?
Io non sapevo della notizia della coltivazione del mais nella diocesi di Acri, con tanto di pergamena datata al 1257, pubblicata da parte di Loredana Imperio (LARTI).

Nelle foto le immagini del mais rispettivamente nel ceppo templare di Volastra, in una scultura olmeca e a Caramanico

 

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QUANTE TESTE PIUMATE FRA I VARI CONTINENTI IN EPOCA ANTICA

statua Azteca 1         capo indiano        statua Azteca 2

due palme ai lati della testa etrusca      ceramica Iraq      Sileno antefissa pompei

 

Una sequenza di immagini fra i vari continenti di esseri con le teste adorne di piume. Possibile che anticamente ci si vestisse uguali senza che vi siano stati contatti fra le varie popolazioni? Basta guardare agli abbigliamenti odierni. Diversissimi da paese e paese per avere la risposta più logica. Lo stesso potrebbe dirsi per l’uso dei tatuaggi oggi tornati di moda. Proprio perché le mode trasmigrano da una località all’altra grazie oggi al tam tam mediatico. In alto un capo indiano fra due statuette azteche in basso una testa etrusca, una ceramica in Iraq e un sileno a Pompei. Vedi anche: http://www.pianetagaia.it/blog/post/1122/popoli-tatuati

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UN MISTERO FRA I DUE MONDI IN NOME DELL’ANANAS-PIGNA

ananas in Egitto 1     ananas in Egitto 2     statua museo Ginevra     mosaico Pompei

ananas mosaico Roma         ananas mosaico Roma zoom

 

L'ananas, in spagnolo piña, frutto tipico del Latinoamerica, dalla pronuncia esattamente uguale alla pigna, nostrana, con la quale potrebbe confondersi, rappresenta uno dei tanti misteri relativi ad una trasmissione di conoscenze fra i due mondi in tempi antecedenti alla cosiddetta “scoperta” dell’America. La troviamo difatti disegnata negli affreschi di Pompei, nelle teche del museo egizio del Cairo, dove l’ha fotografata Adriano Forgione, in una statuetta romana rinvenuta da Elio Cadelo in un museo di Ginevra. Così come girando nel Museo del Palazzo Massimo alle Terme di Roma si può fare l’ennesima incredibile scoperta. Su un pavimento del secondo piano si può notare, difatti, qualcosa di molto particolare. Il mosaico, datato agli inizi del I secolo dopo Cristo, riproduce un cesto di frutta che nasconde un vero enigma. Vi sono riprodotti, partendo da sinistra, alcuni fichi, delle mele cotogne, un grappolo di uva nera, alcune melagrane e un alimento impossibile: appunto un ananas.
La presenza di questo succoso frutto ha lasciato senza parole, perché la pianta dell'Ananas sativus, appartenente alla famiglia delle Bromeliacee, arrivò nel vecchio continente solo dopo i viaggi di Cristoforo Colombo. Quindi prima della scoperta dell'America gli Occidentali non potevano conoscere questo frutto tropicale. Il Museo nazionale romano è uno dei siti archeologici più importanti di Roma, ospita collezioni riguardanti la storia e la cultura della città in epoca antica. La struttura si trova negli ambienti del convento costruito nel Cinquecento nelle terme di Diocleziano. Impossibile parlare solo di coincidenze, è evidente, anche se non si sa come, che i romani all'inizio del I secolo dopo Cristo conoscessero l'ananas. Il mistero dell'ananas è un vero rebus che ha aperto la strada a varie ipotesi, come riportato da Wikipedia. Si è pensato alla possibilità di scambi commerciali oltreoceano o di importazioni dall'Africa occidentale, dove l'ananas è coltivato. Un'ipotesi vorrebbe che l'artista avrebbe cercato di raffigurare una pigna, ornandola con un ciuffo di foglie, ottenendo un risultato ingannevole per i posteri. Altra possibilità è che il mosaico sia stato sottoposto ad un restauro integrativo che ha portato all'introduzione dell'anomala presenza. Sono le solite “pezze” messe a contraddire una presenza inspiegabile. Come ultima curiosità varrà la pena di ricordare che il papa “sponsor” di Colombo, Innocenzo VIII, creò in San Pietro una fontana proprio con una grande pigna romana (vedere in altra pagina del sito), oggi situata nel cortile omonimo. Ancora una coincidenza o un gioco sottile di allusioni?

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I CALENDARI PARLANO UN LINGUAGGIO COMUNE FRA LE SPONDE DEL PACIFICO

calendari egizio         calendari Piedra del Sol azteca          calendari ruota dello zodiaco cinese

 

«Per gli Aztechi l' VIII giorno, il “Coniglio”, era governato da Mayauel, dea della Luna associata al Pulque, bevanda inebriante ricavata da un cactus* [ma] immagini del coniglio che estrae dalla luna l'elisir dell'immortalità sono presenti già nella Cina Han intorno al I secolo a.C. o poco prima» (David H. Kelley).

In entrambi i sistemi calendariali, i giorni sono associati agli elementi (acqua, fuoco, terra, metallo e legno) e agli animali (cervo, cane, scimmia, etc.) anche se non vi è sempre esatta corrispondenza - variabile in base alla fauna locale - . Un giorno legato al “Giaguaro” del calendario maya coinciderebbe con la “Tigre” di quello cinese, allo stesso modo il “Coccodrillo” mesoamericano troverebbe rispondenza nel “Drago” asiatico. L'impiego del programma informatico INTERCAL ha confermato l'elevata relazione sistemica tra il calendario maya ed il calendario cinese. Sono state notate anche somiglianze linguistiche: i termini che riflettono ordini vigesimali di grandezza in alcuni dialetti maya e le parole che riflettono ordini decimali di grandezza in alcuni dialetti cinesi risultano (quasi) intercambiabili. Analogie di questo tipo suggeriscono che i calendari mesoamericani e cinesi possano avere avuto la stessa origine e non si siano sviluppati in maniera indipendente. Possono esserci stati contatti tra i popoli del Messico/Guatemala ed alcune popolazioni eurasiatiche tra il I ed il II secolo d.C.

(*) Le raffigurazioni del coniglio legato alla luna compaiono per la prima volta in Mesoamerica intorno al VI secolo d.C.

[A destra una rappresentazione della ruota dello zodiaco cinese e al centro il disegno della Piedra del Sol azteca, non maya come erroneamente riportato nella didascalia dell'articolo di riferimento (http://www.theepochtimes.com/n3/2150907-mayan-calendar-similar-to-ancient-chinese-early-contact/)]

Le similitudini appaiono sorprendenti ancora una volta anche con il calendario egizio (immagine a sinistra), come ci ha fatto notare Bruna Rossi.

S.L.

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UN MANDALA ORIENTALE IN PERU FRA LE LINEE DI NAZCA

Nazca 1    Nazca 2     Nazca 3     Mandala

 

La piana di Nazca, in Perù, con le sue misteriose linee e i disegni impressi nel terreno arido e in parte pietroso, è un enigma irrisolto sul quale in molti si sono scervellati, anche con studi durati tutta la vita: Non hanno tuttavia fornito la risposta definitiva. Naturalmente si parla persino di piste di atterraggio per extraterrestri. Siamo stati a Nazca in tempi in cui il mistero non aveva ancora avuto la diffusione planetaria dei nostri giorni e abbiamo conosciuto il dottor Chiabrera, il collezionista delle pietre di Ica, che aveva raccolto in un suo personale museo. Una persona intelligente, che come medico aveva un largo seguito, ma che veniva tacciato di “loco” (pazzo) per la sua mania di andare nel deserto a scoprire le pietre dove era inciso uno scibile “impossibile” per civiltà precedenti di gran lunga la nostra. Compresa la convivenza fra uomini e dinosauri. In effetti trovammo in due o tre capanne sperdute artigiani, che scolpivano le pietre per gabbare i rari turisti. Ma poi continuando le nostre peregrinazioni andammo a visitare un piccolo museo con mummie preincaiche. Accanto alle quali erano state sepolte pietre proprio come quelle mostrateci da Chiabrera (una ce la regalò perfino). Ora fra le linee di Nazca è stato individuato un mandala, disegno religioso tipico della tradizione buddista o induista. Ennesima prova di relazioni fra Asia ed America, prima della cosiddetta scoperta di Cristoforo Colombo. Un ulteriore tassello, che si aggiunge ai molti, ai troppi che andiamo da tempo raccogliendo. Per essere puntualmente smentiti (non solo noi naturalmente), con colposa sufficienza, dall’establishment accademico. Che, lungi dal professare il dubbio, continua a tacciare di falso tutto ciò che non appartiene a quanto già si sa. Contribuendo “scientificamente” a difendere il dogma: l’esatto contrario di un onesto approccio come scienza comanda.

Ruggero Marino firma

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L’ENIGMA DEI BUCHI SULLA PIANA DI NAZCA, IN PERÙ. COME IN EGITTO

buche anomale 1     buche anomale 2     buche in Egitto     Lago Qarum Moeris con buche 43 metri occidentale

 

Buchi nella terra che nessuno sa spiegare. Strane sequenze di perforazioni del terreno in una convergenza di usanze rimaste misteriose che ancora una volta unbiscono Oriente ed Occidente. Si trovano vicino alle misteriose linee di Nazca in Perù. Come in Egitto nel deserto. O addirittura a oltre 50 metri sotto il livello dell’acqua nel lago di Qarum nella zona occidentale del paese. Quando sono state fatte? Chi le ha fatte e perché? Tutti interrogativi sino a questo momento rimasti senza risposta.

Ruggero Marino firma

 

La maggior parte degli appassionati di archeologia alternativa e della Teoria degli Antichi Astronauti conoscono le enigmatiche Linee di Nazca. Tuttavia, in Perù, a poca distanza dai famosi geoglifi, esiste un luogo meno conosciuto e molto più enigmatico, situato nei pressi della Pisco Valley, su una pianura chiamata Cajamarquilla. Si tratta di migliaia di buchi strani scavati nella roccia dura, posizionati in maniera lineare per circa 1,5 km su terreno irregolare. Sono lì da talmente tanto tempo che nemmeno le popolazioni locali hanno idea di chi li abbia scavati, o del perché siano stati realizzati.
L’aspetto più sconcertante è che nessuno li ha mai veramente notati fino a quando l’area non è stata osservata dal cielo. In totale, si contano più di 7 mila buche riprodotte apparentemente in maniera ciclica su una striscia precisa di terra con orientamento Nord-Sud: esse possono avere una profondità che va da pochi centimetri fino a 2 metri. Alcune sezioni presentato buchi con una precisione rigida e perfetta.
È possibile osservare le fotografie satellitari sia sul sito di Google Maps (dove le foto risultano poco chiare e in bassa definizione), sia sulle mappe di Bing (dove la risoluzione e il contrasto sono decisamente migliori). Queste le coordinate per entrambi i portali: da: 13° 42′ 59.9″ S, 75° 52′ 28.46″ W a13° 42′ 20″ S, 75° 52′ 28.46″ W.
Ad oggi, nessuno ha la più pallida idea del perché i buchi sono lì, di chi li abbia fatti e a cosa servissero. Naturalmente, gli archeologi convenzionali hanno cercato di spiegare in tutti i modi possibili la misteriosa sequenza di buchi. Alcuni hanno proposto che le buche servissero per conservare del grano. Altri hanno ribattuto che c’erano altri modi noti più semplici per creare magazzini di stoccaggio, piuttosto che eseguire un’opera che avrebbe richiesto decenni di duro lavoro e una precisione maniacale. Inoltre, non è stato trovata nessuna traccia del frumento.
Allora, si è pensato che i fori fossero stati utilizzati come delle tombe verticali. Anche in questo caso, non è stato trovato nulla: ossa, manufatti, scarti, iscrizioni o gioielli. Inoltre, non vi sono coperture per sigillare gli ipotetici tumuli o un segnale che potesse identificarne l’occupante. Dunque? Erich von Daniken, uno dei pionieri della Teoria degli Antichi Astronauti, ha ispezionato il sito personalmente pochi anni fa. Nel suo resoconto riporta ciò che è evidente a chiunque: si tratta di una lunga sequenza precisa di otto fori che coprono 24 m. di larghezza, procedendo dal fondo della Pisco Valley su per un miglio sulla parete della montagna, fino a scomparire nella massa terrosa del territorio peruviano.
Le sequenza di buchi, secondo von Daniken, ricorda le tracce lasciate da un qualche tipo di impianto di perforazione minerario, un macchinario adibito a muoversi lungo il dorso della montagna metodicamente, saggiando la geologia delle Ande alla ricerca di metalli preziosi. Zecharia Sitchin, altro grande teorico del paleocontatto, nei suoi scritti ha affermato che gli Annunaki, viaggiatori extraterrestri considerati divinità dai nostri antenati, sarebbero venuti sul nostro pianeta, in epoca remota, alla ricerca di metalli preziosi, in particolare per l’oro.
È interessante notare che nella parte di territorio che si trova a est della striscia di buchi si trovano delle formazioni simili a resti di un antico insediamento (13° 42′ 36.80″ S , 75° 51′ 4.07″ W). Queste formazioni non sembrano di origine naturale e non c’è nulla di simile in tutta la zona. Inoltre, nella zona a settentrione della striscia si nota un’area innaturalmente scura, quasi come se fossero le tracce di una imponente esplosione.
Finché non ci saranno risposte chiare su questi enigmatici fori, anche l’ipotesi degli Antichi Astronauti è lecita come tutte le altre …

9 giugno 2014

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CINESI IN AMERICA PRIMA DI COLOMBO: ULTERIORI CONFERME

chorrera 1      chorrera 2      Olmeca

Peru      Tolita Tumaco ceramic sculpture from Ecuador      Tumaco Tolita

A proposito dei Cinesi in America prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo il professor José Luis Rosùa Campos ci ha inviato alcune immagini, che rafforzano quella che ormai non può considerarsi una semplice ipotesi. In Perù ad esempio sono centinaia i toponimi di località perfettamente identiche nel nome a corrispettivi cinesi. Avanzando anche il possibile scambio a senso inverso, che condividiamo, fra le due sponde dell’Atlantico. Questo il testo della mail che il professore dell’Università di Granada ci ha inviato:

“Tengo alguno de sus libros y le felicito por su rastreo de la sociedad italiana del momento que permitió apoyar el "descubrimento tardio", que otros hicieron mucho antes, mesopotamicos, fenicios, griegos, árabes, chinos y dravidas . Usted me envia algunas pruebas de ello (chinos) y yo trabajo en muchas mas pruebas de la presencia mediterránea en America desde el 3000 antes de Cristo (Caral, Perú). Los jomones de Japon lo hicieron 4000 años antes de Cristo. Pero tambien es muy interesante la "volta" de los americanos al Mediterraneo (etruscos, y celtas, etc, etc entre otros).

Ciertamente las elites del mundo renacentista, entorno a los Mecci y los Paleologo, conocian de la existencia de America, entro otros los Geraldini Vespucci, Colombo di Cuccaro, los Cybo, etc, etc,. Los Medici necesitaban retomar la importación de especias, que se complicaba , por el dominio turco del Oriente mediterraneo y todo ello propicio la descoperta colombina.”

Nelle foto alcuni manufatti dalle sembianze tipicamente orientali oltre al comune culto del drago e disegni identici sulle ceramiche. Da sinistra due foto relative alla cultura Chorrera, la terza alla cultura Olmeca. Poi dal Perù un classico mandarino cinese ed infine due foto relative alla cultura La Tolita Tumaco, al confine fra Colombia ed Ecuador.

José Luis Rosúa Campos
Ciencias Ambientales
Edificio Politécnico
UNIVERSIDAD DE GRANADA

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SI MOLTIPLICANO LE “COINCIDENZE” SUI CONTATTI PRECOLOMBIANI

Tula Messico 1  Tula Messico 2  Nuova Caledonia 1

Nuova Caledonia 2   testa Maya

Le analogie fra le due sponde del pacifico sono sempre tante. E non fanno che accumularsi. Se tre indizi fanno una prova in questo caso gli indizi si rivelano innumerevoli. A riprova di contatti precolombiani che vanno molto indietro nel tempo. È il caso di totem e statue che paiono avere un’unica ispirazione. Come quelle di Tula in Messico (nelle prime due foto) e in Nuova Caledonia (penultima a destra). Che ricordano anche le immagini sulle tombe del 1300 dei Geraldini, gli amici di Colombo e suoi protettori alla corte di Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia. Alessandro fu inoltre quello che convinse la regina a dare l’ok all’”operazione America”. Per finire con una testa Maya nell’ultima foto.

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UNA PROVA INDISCUTIBILE DI ANTICHI CONTATTI FRA L’AMERICA E LA CINA

drago Azteco          drago cinese          dinastis

 

Da 500 anni si disputa, ci si confronta, ci si affronta su chi per primo ha raggiunto le Americhe. Tutti hanno i loro primati, che divergono sia per regioni geografiche di provenienza, sia per interessi economici, politici, di bandiera e persino religiosi. Non c’è nessuno che potrà mai dare una risposta conclusiva. Perché chi fu il primo non lo sapremo mai. Per noi, non ci stancheremo di ripeterlo, l’unico che ha fondamentale importanza è l’ultimo, il definitivo, quello con il quale l’ “otro mundo” è diventato una realtà, mutando fino ai giorni nostri il corso della storia. E questi non può essere che Cristoforo Colombo. Chapeau! Ma se anche noi volessimo partecipare al gioco dell’oca dei primatisti abbiano da tempo il sospetto che possano essere stati, fin da tempi molto antichi, precedenti anche a Cristo, i Cinesi. Sempre che dall’America non siano stati loro a venire prima da noi. La civiltà cinese è stata da sempre incredibilmente sviluppata, ma altrettanto gelosa delle proprie tradizioni, al punto da costruire una muraglia che la escludesse dal resto del mondo considerato barbaro, per finire con il distruggere tutte le loro carte geografiche per impedire ogni possibilità di contatto e di comunicazione per chi avesse avuto l’ardire di sfidare l’interdetto. Abbiano già fatto, con le immagini, il percorso da Oriente a Occidente del simbolo del serpente-drago sacro (vedi sul sito). Ma credo che sia necessario riprodurre ancora una volta due delle immagini proposte. La loro identità è straordinaria, sorprendente, rivelatrice. Questi due serpenti draghi uno maya e uno cinese in giada non possono essere, come tante volte si sostiene, per cancellare una scomoda verità, una coincidenza. Queste sono il segno inequivocabile di una trasmissione del pensiero e delle credenze che trasmigra dall’America alla Cina e viceversa attraverso il lungo serpente-drago dell’oceano Pacifico. Le due rappresentazioni sono il prodotto a stampino di un’unione indissolubile e culturale che attraversa il tempo. Una scoperta di fronte alla quale ogni scetticismo dovrebbe cadere. Anche se così non sarà. Perché qualcuno ha scritto: "La verità attraversa sempre tre fasi: nella prima viene ridicolizzata; nella seconda ci si oppone violentemente; infine, la si accetta come ovvia.". E questo vale anche per quanto stiamo diffondendo da 25 anni sulla storia di Cristoforo Colombo e di papa Innocenzo VIII, Giovanni Battista Cybo.

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IL FILO ROSSO DEL SERPENTE-DRAGO UNISCE L’EUROPA, L’ASIA E L’AMERICA

 

drago 01 thai drago 02 thail drago 03 bali indonesia drago 04 cinese drago 05 Green dragon Giappone drago 06 korea

drago 07 Messico drago 08 Maya drago 09 Maya drago 10 Azteco drago 11 Quetzalcoatl serprente divora uomini drago 12 quetzalcoatl drago 13 peru drago 14 peru drago 15

drago 13 vickk drago 15 drakkar drago 16 Vich drago 18 drago vic

 

lettera i antical serpente-drago è un simbolo antichissimo. Attraversa moltissime culture e si fa risalire ai Celti. Agli albori era un simbolo positivo, poi con il tempo si è tramutato in negativo a cominciare dalla tentazione di Adamo ed Eva. In particolare con la religione cristiana l’ottica è radicalmente cambiata. Così San Giorgio uccide il drago e gli infedeli diventano a loro volta il drago da estirpare. Ma è curioso il filo russo che attraversa e unisce le regioni della terra da Occidente ad Oriente, sull’onda delle spire di una bestia terrifica. Thailandia (figure 1 e 2), Corea (figura 6), Bali (figura 3), Giappone (figura 4), Cina (figura 6)lo rappresentano sul fronte dei paesi asiatici, ma se si supera lo sconfinato oceano Pacifico ecco riapparire le stesse immagini sulle terre latinoamericane: Messico (figura 7), Maya e Atzechi (figure 8, 9 e 10), Quetzalcoatl (figure 11 e 12), Incas. Del Perù e lago Titicaca (13-14-15). Tutti accomunati dal serpente-drago. Segnale di una possibile comunicazione che lega le due sponde della grande distesa oceanica? Ormai è assodato che i Vichinghi siano arrivati in America prima di Colombo (chi è stato il primo non lo sapremo mai e la storia è cambiata solo con l’ultimo, il definitivo: l’Ammiraglio). E quali erano le polene dei “drakkar” degli uomini del Nord? Guarda caso ancora il drago (tutte le figure della terza fila). Inoltre in una delle immagini che abbiamo trovato si scorge sulla vela una croce rossa (compare anche nella leggenda di San Brandano, monaco irlandese) proprio come quella che inalberavano le caravelle di Cristoforo Colombo. Forse si tratta solo di una suggestione. Che comunque lascia pensare.

Ruggero Marino firma

Per approfondire: La navigazione antica: i Vikinghi - Fyrrdnordmaan gli uomini del Grande Nord

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PERCHÉ LINCOLN SCRIVEVA: “ROMA CHE CI HA ANCHE SCOPERTI"?

Abraham Lincoln           01b Innocenzo VIII

 

Una lettera poco conosciuta di un Presidente americano, il massone Abramo Lincoln. Il quale usa il tono della profezia. Nel testo si esprimono singolari concetti circa l’importanza e la necessità di riapprodare alla culla di Roma, per un felice futuro della civiltà. Così Lincoln scriveva, nel 1853, all’amico Macedonio Melloni di Parma, uno dei più noti fisici dell’Ottocento. «Io sono convinto che i barbari venuti dalle lontane tundre, i quali, colle invasioni dalle loro abominevoli orde, approfittando dello Stato romano lo hanno predato, manomesso, derubato, annientato abbiano fatto retrocedere di secoli la marcia trionfale della vittoria umana sulla coscienza universale dei popoli affratellati. Ci avvicinavamo tutti, indistintamente, ad essere una sola famiglia, e repentinamente, si addensarono sul mondo civile d’allora le tenebre più fitte della incomposta delle barbarie sulla luce meridiana di Roma immortale ed eterna. Di quella gloriosissima Roma o illustre amico, che ha dato la civiltà a tutto il globo terraqueo, che ci ha persino scoperti, che ci ha creati, redenti, educati, nutriti moralmente …».

Lincoln parlava di una Roma che “ci ha persino scoperti”! Di popoli affratellati! (si veda in proposito quanto scritto nel sito su papa Innocenzo VIII n.d.r.). Credeva in un Dio giusto, si adoperava per l’abolizione dello schiavismo. Lincoln pensava ad un riordinamento politico dell’Europa, che reintegrasse Roma nel suo ruolo eterno di centralità. In quanto vaticinata “Caput Mundi”. Come molti di quanti hanno cercato di migliorare la società umana Lincoln finì assassinato da un fanatico.

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