CRISTOFORO COLOMBO

UN LIBRO ANTICO E IL MILIONE GUIDANO COLOMBO IN AMERICA

Tra Cristoforo Colombo e Marco Polo vi è più di un ideale legame. Il navigatore genovese trasse le sue informazioni anche grazie al "Milione" scritto dal noto viaggiatore veneziano.

rosa dei ventiNon c'era solo una carta geografica. C'era anche un libro, anzi più di un libro, all'origine del progetto di Cristoforo Colombo. Ma soprattutto un vecchio libro, un libro antico. Lo si dichiara nei "Pleitos colombinos", il lungo processo che i discendenti di Colombo avranno con la corte spagnola. Lo conferma, ripetutamente, Piri Reis, l'ammiraglio turco. Un testo che risaliva a quale tempo? Ancora una volta potrebbe provenire dalla biblioteca di Alessandria. O era stato redatto in epoca anteriore? Colombo leggeva, si informava. Prendeva appunti e annotava. Postillava con pazienza monacale e maniacale le pagine. Della sua biblioteca è rimasto poco. Abbastanza, tuttavia, per comprendere chi poteva effettivamente essere questo singolare uomo di mare. Soprattutto se si riflette che, ai suoi tempi, i testi avevano un costo molto alto (sarà il caso di rammentare a qualcuno che non esistevano i pocket) e la loro diffusione era estremamente circoscritta. Il che non si concilia con le possibilità e le inclinazioni di un modesto marinaio. Il sapere era custodito dagli uomini di Chiesa. Si apriva non alle masse, con l'invenzione di Gutemberg, ma solo ai ricchi. Eppure il navigatore, a dispetto dell'ignoranza che gli si vuole attribuire, scriveva nel 1501: "Nostro Signore mi fece conoscere quanto bastava di astrologia (l'astronomia attuale, n.d.a.) e così di geometria e aritmetica nonché ingegno dell'anima e attitudine per disegnare le carte e in esse le città i fiumi e le montagne tutti collocati al posto giusto. In questo tempo io posi cura nello studiare i libri di cosmografia, storia, cronaca e filosofia e di altre scienze". Se si aggiunge, come lui stesso ci informa, che il suo sapere deriva da testi greci, latini ebrei e di qualsiasi altra setta, è evidente che ci troviamo di fronte ad uno studioso e non ad un dilettante. Tanto più che il giudizio sulla cultura di Colombo si basa sui suoi libri sopravvissuti. Il molto è sparito, cancellato.

Scienziato o solo marinaio?

Paolo dal Pozzo ToscanelliIl Colombo estroso fai-da-te è più aderente, strumentale alla tradizione passivamente accettata dell'uomo di scarsa di cultura. Ma è una contraffazione. Nonostante tutto, dal quasi niente che si conserva in una bacheca della Biblioteca Colombina, custodita nella cattedrale di Siviglia, emerge un intellettuale attento, puntiglioso, avveduto e avido di conoscenza. Sono ben 2500 le postille, che accompagnano quelle letture. Due persino in lingua italiana, unica traccia nei suoi scritti, alternata al latino e al castigliano. La ricerca si perde in una serie di elucubrazioni sterili e vanesie. Molte delle postille sarebbero del fratello Bartolomeo, la cui grafia era simile a quella di Cristoforo. Ma Don Fernando, il figlio di Colombo, scrive che lo zio Bartolomeo "non aveva lettere latine". Si rinnova il tentativo consueto e vano di ridurre il ruolo dello "scopritore", di separare i meriti. Anche se i Colombo si dimostrano sempre graniticamente uniti, come un corpo unico, nel perseguimento dei loro obiettivi. E Cristoforo rappresenta il "leader" riconosciuto del clan familiare, impegnato sul fronte dell'operazione America. Poiché i volumi hanno naturalmente una data, ne scaturisce che gli studi di Colombo debbano avere inizio da quell'anno; poiché alcune note fanno riferimento ad episodi accaduti, in un certo periodo storico, il ragionamento è analogo. Poiché non abbiamo niente di postillato, in testi di epoche precedenti, ne deriva che Colombo ha iniziato ad approfondire le sue cognizioni nel periodo del suo soggiorno spagnolo. Si sorvola sul fatto che la gioventù di Colombo, la sua maturazione, la sua formazione sono un "buco nero". Che la frequentazione dei francescani, le cui biblioteche erano fra le più ricche e attualizzate circa i misteri dell'Oriente, grazie ai viaggi dei missionari, ha permesso a Colombo di avere accesso, già da molto tempo, alle loro fonti. Che i codici miniati non potevano certo essere postillati. Che la ricerca è fatta di uno studio continuo su di uno stesso testo, in epoche completamente diverse, per cui un riferimento temporale preciso non può essere preso a giustificazione dell'intero lavoro. Che gli impacci linguistici di Colombo (la sua sintassi e la sua ortografia lascerebbero a desiderare) sono naturali in una persona senza più patria e senza più lingua. Che dal dialetto, presumibilmente ligure, e un italiano stento è passato al gergo cosmopolita della marineria, al portoghese prima ed al castigliano dopo. Che la conoscenza del latino, la lingua sacra, era prerogativa degli uomini di chiesa (specie in un mondo analfabeta, dove pare che persino la regina Isabella non sapesse né leggere né scrivere). Che la grafia di Colombo (come del fratello) è quella tipica dei chierici. Nel magma di un Rinascimento, che sconvolgeva e rimescolava la sapienza del mondo, Platone era un "profeta" risorgente. La sua Atlantide si confondeva con Antilia: l'approdo perduto nell'oceano dei secoli. Verso il quale il fisico fiorentino Pier Paolo Toscanelli (una delle menti più eccelse del tempo), nella Firenze novella Atene dei Medici e dell'Accademia platonica di Marsilio Ficino, incitava Colombo ad andare. Per fondarvi un mondo nuovo, dopo avere sconfitto le tenebre dello smisurato continente liquido, oltre le colonne d'Ercole. Robert Fleury ritorno Colombo in Spagna dipintoIl nuovo avrebbe raccolto l'eredità di un passato aureo, per rifondarvi un presente, che avrebbe condotto l'umanità, soprattutto la cristianità, al nuovo tempo dell'oro. Platone, dunque. aveva parlato di Atlantide. Da millenni quel nome è entrato nell'immaginario, ad individuare un primigenio paradiso terrestre creato, dall'uomo sulla terra. Una mitica Shangrila, un mitico Avalon, un mitico Wahalla, un mitico Eden. Per Platone ""la fede" significa essere presi da una cosa tanto che si assume fede nell'esistenza di essa". Per Platone "anima" "significa "forza vitale", "vento", "spirito" non a sé, ma come ciò senza di cui non esistono gli esseri viventi".(1) Concetti che fanno parte del bagaglio culturale di Colombo. Fede nel "buscar" il levante per la via di ponente, fede nell'anima-spirito, che soffia negli esseri viventi di tutte le fedi. Vale la pena, ai fini del valore di ogni ricerca e della validità presunta di molte teorie acriticamente accettate, citare ancora il filosofo greco, che visitò l'Egitto e per qualche tempo soggiornò a Taranto (nella Puglia che avrebbe visto il passaggio dei crociati), dove entrò in contatto con la scuola pitagorica di Archita, fiorente in Magna Grecia. In una Epistula Platone avverte: "… sono persone che hanno soltanto una coloritura di opinioni, come la gente abbronzata al sole, che vedendo quante cose si devono imparare, quante fatiche si deve sopportare, come si convenga a seguire tale studio, la vita regolata di ogni giorno giudicano che sia una cosa difficile e impossibile per loro; sono quindi incapaci di continuare a esercitarsi, ed alcuni si convincono di conoscere sufficientemente il tutto, e di non avere più bisogno di affaticarsi". Cristoforo Colombo Garcia HernandezI Dialoghi dove viene menzionata Atlantide sono due: il "Timeo" e il "Crizia". Nel primo si parla di un'età dell'oro, risalente a novemila anni prima, delle origini di Atene, della sconfitta militare subita ad opera di un lontano popolo, di una memoria perduta, in seguito ad una serie di spaventose calamità naturali, che cancellarono una lontana civiltà. Siamo ai tempi del diluvio. Platone ricorda: "… quanto grande fu quella potenza che vostra città sconfisse, la quale invadeva tutta l'Europa e l'Asia nel contempo, procedendo da di fuori dell'oceano Atlantico. Allora infatti quel mare era navigabile e davanti a quell'imboccatura che, come dite, voi chiamate colonne d'Ercole, aveva un'isola, e quest'isola era più grande della Libia e dell'Asia messe insieme: partendo da quella era possibile raggiungere le altre isole per coloro che allora compivano le traversate e dalle isole a tutto il continente opposto che si trovava intorno a quel vero mare… quell'altro mare invece puoi effettivamente chiamarlo mare e quella terra che interamente lo circonda puoi veramente e assai giustamente chiamarla continente. In quest'isola di Atlantide… Dopo che in seguito, però, avvennero terribili terremoti e diluvi, trascorsi un solo giorno e una sola notte tremendi, tutto il vostro esercito sprofondò insieme nella terra e allo stesso modo l'isola di Atlantide scomparve sprofondando nel mare: perciò anche adesso quella parte di mare è impraticabile e inesplorata, poiché lo impedisce l'enorme deposito di fango che vi è sul fondo formato dall'isola quando si adagiò sul fondale". (2) Il tema del "Timeo" è ripreso nel "Crizia". Gli interlocutori sono gli stessi, identico il giorno tra il 410 e il 407 avanti Cristo. Il Dialogo è incompiuto: ha come argomento la genesi dello stato e l'ipotesi di un'utopia politica. Sono le chimere del Rinascimento. Sono il sogno di Colombo. Si ritorna a novemila anni prima, alla guerra fra popoli al di qua e al di là delle colonne d'Ercole:"A capo degli uni dunque, si diceva, era questa città, che sostenne la guerra per tutto il tempo, gli altri invece erano sotto il comando dei re dell'isola di Atlantide, la quale come dicemmo, era a quel tempo più grande della Libia e dell'Asia, mentre adesso, sommersa da terremoti, è una melma insormontabile che impedisce il passo a coloro che navigano da qui per raggiungere il mare aperto, per cui il viaggio non va oltre". (3) Tempo dell'oro, stato utopico, società smarrite da rifondare.

Il libro "segreto"

Cristoforo Colombo Diego ColomboNel Rinascimento il passato riemergeva dagli studi come dagli scavi. Ogni scoperta è il segno di un ciclo che si è concluso. Un altro se ne deve aprire: nuovo ed antico allo stesso tempo. Il Rinascimento è il tentativo più concreto e convinto, operato dallo spirito dell'uomo, per una convergenza piena verso l'ideale. In una "plenitudo" universale. Ideale doveva essere lo stato, ideale la città, come nella surreale e metafisica tempera su tavola di Luciano Laurana. Ideali gli incontri fra genti, come nei capolavori ricorrenti della visita della regina di Saba a Salomone. Ideale l'uomo. Tutto era trasversale, tutto si incrociava, tutto era sinergico. Una fusione aurea, come nei sogni alchemici. Per ottenere la sintesi ultima degli opposti perseguita dalle menti tipicamente rinascimentali. Che miravano alla resurrezione in terra, da fare coincidere con quella nei cieli. Ma tutto si poteva anche inesorabilmente separare, dividere per sempre. Almeno fino ai nostri giorni. Come puntualmente è avvenuto. Platone scrive dell'oro, delle figure geometriche, del triangolo e del cubo in particolare. Non può essere assente nelle letture dei "filosofi", che coltivò Colombo. Platone diceva che la malattia più grave di tutte è l'ignoranza. Morbo che Colombo, a differenza dei suoi denigratori in vita e di molti togati suoi critici in morte, non ebbe. Persino un regista, Ridley Scott, nel bel film "1492. La conquista del paradiso" fa porre da Pinzòn a Colombo un'acuta domanda: "Ma che ci fa un marinaio in un convento per sette anni con i francescani?". Il navigatore è nel pieno delle sue forze, è avido di scoperte, di esperienze nuove ed ardite. Eppure indugia. E vero, aspetta l'assenso definitivo dei re. Ma deve approfondire prima di tutto le basi culturali per un’impresa che non può fallire. Legge e rilegge. Tenta di dare, nel suo pensiero, una forma più vicina possibile alla verità per un mondo deformato, come in uno specchio mendace. Diventato, nel migliore dei casi, una sfera piatta. L'impresa del navigatore superava ogni visione di parte, ogni interpretazione geografica e, conseguentemente, politica, ideologica, teologica. Ciascuno enfatizzava sulle carte il proprio ruolo ed i propri possedimenti. Gerusalemme diventava quasi sempre l'ombelico del mondo, il centro dal quale il cerchio e la luce si dipartivano. L'est veniva spesso collocato al posto del nostro nord, mentre nell'uso arabo il sud era in: alto, in un rovesciamento completo rispetto ai nostri giorni. Gli errori dell'ignoranza si sommavano, alle nozioni alterate, per approssimazione o per convenienza. La geografia colombiana azzera di colpo ogni visione precedente. Carte, libri, codici, più che le persone fisiche delle leggende che proliferano in funzione anti-e-ante-Colombo, sono i 'piloti sconosciuti" che detteranno la rotta all'uomo chiamato a rivelarla. A cominciare da un testo che, come di consueto, affonda nel mistero e nel passato. A farci da guida nelle nozioni di Colombo è ancora Piri Reis, il turco 'infedele' (la definizione era valida nei due sensi, veniva ugualmente adoperata dai seguaci delle due religioni nei confronti dei devoti dell'altra) nella sua opera maggiore, il "Kitabi Bahriyye", "Il libro della marina". "Questa terra è chiamata Antille - scrive l'Ammiraglio della mezzaluna - Se sei pronto ad ascoltare come quelle isole furono scoperte. C'era un saggio uomo a Genova chiamato "Kolòn". Egli fu felice nel trovare un libro interessante che doveva risalire ad un'epoca precedente a quella di Alessandro Magno. Questo libro conteneva tutte le informazioni sui mari e fu così che il saggio uomo navigò e scoprì queste isole aprendo la strada. Egli agì in sintonia con questo libro che rivelava l'esistenza delle Antille" (4). Oltre alla carta, un libro antichissimo, precedente addirittura l'epoca di Alessandro Magno. L'esistenza delle Antille era confermata da Isidoro di Siviglia (560-636 d. C.) un dottore della chiesa, le cui opere fecero da cerniera fra il mondo classico e quello medioevale. Isidoro favoriva la rinascita della cultura e delle lettere, accennava agli antipodi. Rinnegando l'idea di un mondo fatto a T, come una croce, in cui i tre continenti rimandavano ai tre figli di Noé: Sem per l'Asia, Cam per l'Africa e Japhet per l'Europa. SivigliaQuando non era concepibile, tanto meno ammissibile, una civiltà senza padri. Indipendente da Abramo, Noè, Mosè. Ma nelle "Etimologie" di Isidoro si leggeva: "[…] dicono che ci sia un altro continente fra i tre oggi conosciuti, oltre l'oceano, da nord a sud e laggiù il sole è molto caldo come in nessun altro nostro paese" (5) 11 libro "galeotto" di Colombo è ricordato ancora nella lunga didascalia che accompagna la mappa del geografo musulmano Piri Reis: "Cadde cioè fra le mani di Colombo un libro in cui apprese che ai confini del Mare d'Occidente, cioè ad ovest, esistevano delle coste e delle isole e ogni genere di miniere e anche pietre preziose. Avendo letto da un capo all'altro quell'opera..." (6) Un ulteriore particolare avvalora una conoscenza precisa del continente nascosto. Che può essere ricondotta solo all'esperienza di precedenti esploratori occultati o cancellati dalla memoria. Rinsaldando la tesi che quelle terre non fanno parte di un'India già nota, dall'alto grado di civiltà, ma di un'India selvaggia e assente dalle mappe in circolazione. Laddove il libro avverte che gli abitanti di quelle lande apprezzavano molto le perline di vetro (le biglie che porterà Colombo per i suoi baratti). Pronti a dare in cambio le loro perle, che si trovavano sul litorale, ad appena due braccia di profondità.

Il "Milione" di Colombo

Marco Polo anzianoTerre di perle, di oro, di miniere, di pietre preziose. Ne parlava il libro antico, che Colombo aveva e che non ha più. Ne scrive nel suo "Milione" Marco Polo (1254-1324). L'"identikit" di quelle terre indiane lontanissime, smisurate, ricchissime sembra tuttavia collimare perfettamente. Parallelamente alle aspettative di Colombo. Stesse descrizioni, stessi Particolari. Eppure proprio il racconto di Marco Polo avrebbe confuso le idee di Cristoforo Colombo. È possibile? Questa volta il libro, commentato da Colombo, esiste. Il veneziano aveva preceduto il genovese, raggiungendo la Cina due secoli prima. Puntando verso l'Asia per la via di terra. In compagnia del padre Niccolò e dello zio Matteo. Per lasciare alla posterità, dalla prigionia di Genova, la sua narrazione con l'ausilio della penna di Rustichello da Pisa. Un autore noto, che aveva divulgato il ciclo bretone la leggenda di Re Artù. Ci interesserebbe sapere come è nato il rapporto fra un uomo di lettere riverito ed un mercante, per quanto famoso, sbattuto in galera. Né ci risulta che altri abbiano investigato in questo senso. L'origine veneziana di Marco richiama l'ininterrotto rapporto fra la città lagunare del Marco dei Vangeli (diventato il santo della Serenissima) con l'Oriente, con la Costantinopoli "seconda Roma". Che un crociato aveva definito la città "che sopra ogni altra era sovrana”. Con il suo Corno d'oro, con le sue porte d'oro, dove si favoleggiava che leoni d'oro facessero, con il loro ruggito, sollevare in volo uccelli d'oro. Laggiù, su quel mare dorato nel tramonto, nella località che i cavalieri che portavano la croce avevano chiamato "il braccio di San Giorgio", i Polo possedevano, non lontano da quella dei concittadini Zeno (!) che figurano fra i tanti presumibili pre-scopritori dell'America, una casa. Ancora vi risiedeva-no tra il 1260 ed il 1261 (7). Costretti in seguito a fuggire, travolti dall'evolversi degli eventi, in una regione che covava rancore verso la Chiesa di Roma, i Polo ripararono a Soldaia, non lontano da Caffa, che avrebbe registrato negli anni a venire l'espansione di una ricca e fiorente colonia genovese. Un avamposto cristiano in un'area non proprio fedele, strategicamente ed economicamente importante, che verrà perduto in seguito all'avanzata dei Turchi, dopo la metà del quattrocento. A Soldaia c'era un convento di frati francescani. Per quanto ci si sposti lungo l'arco degli anni, dei secoli, delle città, dei paesi, dei continenti, i nomi dei luoghi, come quelli dei protagonisti, appaiono e scompaiono, ma mantengono qualcosa o qualcuno che li lega indissolubilmente fra loro. In quegli anni, sul fronte della Galilea occidentale i Mongoli venivano sconfitti dai Mamelucchi, che già si erano impossessati dell'Egitto. I Mamelucchi erano d'origine turca. Il pericolo comune e ricorrente per l'estremo Oriente come per l'Occidente. Nella lotta senza fine sino ai giorni nostri.

Ruggero Marino firma

1) Platone, Tutte le opere, Newton & Compton editori, Roma 1997, pag. 14-15
2) Platone, op. cit., pag. 549-551.
3) Platone, op. cit., pag. 667.
4) Afetinan A., Life and works of Piri Reis. The oldest map of America, Turkish Historical Society, Ankara 1987, pag. 22
5) Afetinan A., op. cit., pag. XX..
6) Bausani Alessandro, L'Italia nel Kitab-i Bahriyye di Piri Reis, Eurasiatica 19 Venezia 199, pag. 10.
7) Zorzi Alvise, Vita di Marco Polo veneziano, Rusconi Editore, Milano 1982, pag. 10.

Author Bio
Ruggero Marino
Author: Ruggero MarinoWebsite: http://www.ruggeromarino-cristoforocolombo.comEmail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Chi sono:
Ruggero Marino è giornalista e scrittore. Ha lavorato per 34 anni al quotidiano Il Tempo di Roma, ricoprendo le cariche di inviato speciale (visitando più di 50 paesi), di redattore capo e di responsabile del settore cultura. Ha scritto due libri di poesie, Minime e massime e L’inferno in paradiso (Premio Indic). Ha vinto oltre 10 premi giornalistici, fra i quali quello dell’Associazione Stampa Romana. Con il suo primo volume sull’Ammiraglio, Cristoforo Colombo e il papa tradito, ha vinto il Premio Scanno. Delle sue ricerche, che proseguono dal 1990, e che per la prima volta coinvolgono la Chiesa di Roma nella vicenda, si sono occupati storici, scrittori e media in Italia e all’estero (il Times gli ha dedicato due pagine). I suoi studi sono stati citati all’Accademia dei Lincei. Ha esposto le proprie tesi in numerosissime conferenze, anche in università italiane e straniere. È stato invitato a New York dall’Istituto italiano di cultura e fa parte della Commissione scientifica per le annuali celebrazioni del 12 ottobre in onore di Colombo. Per approfondimenti è possibile consultare Wikipedia al seguente link: https://it.wikipedia.org/wiki/Ruggero_Marino
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